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«Il tramonto di Netanyahu? Non sarà così facile “sbarazzarsene”…»

Intervista al giornalista Alfredo De Girolamo sulla parabola di Benjamin “Bibi” Netanyahu che dopo 12 anni al governo passa all'opposizione
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«Mi pare prematuro affiggere sui muri il necrologio di una figura politica dalle mille risorse e dal carattere indomito». Il giornalista Alfredo De Girolamo commenta così l’entrata nelle fila dell’opposizione dell’ex primo ministro Benjamin “Bibi” Netanyahu dopo dodici anni consecutivi di governo, dal 2009 al 2021 – escludendo la breve parentesi dal 1996 al 1999 –,  che ne hanno fatto il premier più longevo della storia di Israele. Co-creatore, insieme all’analista Enrico Catassi, di un blog sul Medioriente dal nome «Fauda e Balagan», De Girolamo è autore, con lo stesso Catassi e il giornalista Daniel Reichel, del volume «Il signor Netanyahu. Israele, due anni di politica tra elezioni, instabilità e pandemia», recentemente pubblicato dalle Edizioni ETS con la prefazione di Sergio Della Pergola.

Netanyahu cede il posto al governo Bennett: è tramontata una stella?

Durante la sua longeva carriera Netanyahu di esperienza ne ha accumulata parecchia, ed è grazie alle sue innegabili qualità che ha saputo imporsi come incontrastato re di Israele e, allo stesso tempo, risultare il personaggio più discutibile. Sbarazzarsi di lui non è così semplice come si potrebbe pensare, basta vedere come sono stati impallinati i leader del centrosinistra in questi anni: uno stillicidio impietoso. Ciononostante, Naftali Bennett ha messo in evidente difficoltà il suo mentore proprio sul piano a lui più caro, quello dell’immagine. Siamo al primo tempo di una partita tutta giocata nel campo della destra israeliana, tra quelle che avrebbero dovuto essere le mura amiche dell’ex premier. Bennett ha voluto caricare di pathos generazionale lo scontro, ma la visione dei due, al netto dell’età, non cambia.

Il nuovo governo di unità nazionale del premier Naftali Bennett presenta una conformazione alquanto sfaccettata: potrebbe diventare motivo di instabilità politica?

È unanime la convinzione che l’attuale esecutivo sia talmente fragile che rischia di rompersi in mille pezzi al primo urto. Figuriamoci: scricchiola appena viene solo nominata la parola ‘palestinesi’. Troppi sono i trabocchetti disseminati sul suo percorso e il patto di alleanza potrebbe essere tradito, anche per mero tornaconto. L’operazione “cambiamento” è tenuta insieme da un’unica comune volontà: detronizzare re Netanyahu. In questa delicata missione sono confluiti otto schieramenti: una mappa disuguale e disomogenea che copre destra, centro e sinistra. Un ventaglio con due figure apicali, ovvero il liberale Yair Lapid e il nazionalista Naftali Bennett. Con il primo a maturare esperienza e credibilità, da ministro degli Esteri, come futuro aggregatore del centro-sinistra, e il secondo a fare da apripista all’era post-Netanyahu. La lista dei pretendenti alla leadership della destra israeliana è però lunga. La lotta per il trono è appena iniziata.

Nel 2020 Netanyahu si poneva quale interlocutore privilegiato dell’amministrazione Trump: cosa ha significato politicamente per Bibi la firma degli “Accordi di Abramo” e come giudica il mutamento d’atteggiamento nei confronti dell’attuale amministrazione Biden?

Il riconoscimento di Israele da parte delle monarchie arabe, chiamato per l’occasione con il nome del patriarca delle religioni monoteiste “Abramo”, è parte della geopolitica trumpiana, finalizzata a realizzare un’ampia alleanza anti-iraniana. Questi accordi sono un successo incontrovertibile della diplomazia di Netanyahu che, purtroppo per lui, non si è tradotto in consenso elettorale interno. Per quanto riguarda invece i rapporti con la nuova amministrazione statunitense, era inevitabile la collisione. Non saprei dire quanto, dietro il “coraggio” di Lapid & Bennett, ci sia l’imprimatur della Casa Bianca. Prendo atto che Biden non ha messo in discussione le scelte obamiane in materia di politica estera, soprattutto in Medioriente. Di quello specifico schema Netanyahu era un evidente ostacolo. Adesso non potrà fare molto per impedire la ripresa delle trattative sul nucleare con Teheran.

Quanto i processi per corruzione di Netanyahu hanno pesato sul suo iter politico?

Molto, soprattutto perché hanno spinto Netanyahu, nel Dicembre 2018, a compiere un grave errore di valutazione: sciogliere la Knesset ed anticipare le elezioni. L’obiettivo era di preparare un plebiscito sulla sua persona. La scommessa, duplice: uscire da grande vincitore per affrontare da una posizione di forza le incriminazioni della magistratura e costruire una larga maggioranza, che gli garantisse, in caso di pericolo, l’immunità a suon di provvedimenti legislativi. Progetto lineare ma che è fallito. Con Netanyahu finito intrappolato, dopo ben quattro elezioni, in uno stallo politico senza precedenti.

Quali sono le principali criticità della sinistra sionista che hanno determinato gli equilibri di potere in questo ultimo decennio?

Le stesse dei movimenti dell’internazionale progressista di mezzo mondo. Gli elettori, dopo gli effetti della crisi finanziaria del 2008, hanno perso fiducia nell’ideologia socialdemocratica. In gran parte della società israeliana si è diffuso un forte smarrimento e Bibi Netanyahu ha capito che era il momento opportuno per infliggere la stoccata finale agli avversari. Ha agito sfruttando le loro debolezze nella comunicazione, introducendo nella dialettica la variante populista accanto alla propaganda nazionalista. E così il falco ha spiccato il volo.

In riferimento al carattere di Bibi viene utilizzato il termine “chutzpàh”: cosa significa e in quali frangenti se ne è avuta espressione?

È una parola yiddish utilizzata per indicare una persona “sfacciata o impudente”. Un arrogante. E ben rappresenta l’atteggiamento naturale di Netanyahu. L’ultimo esempio in ordine cronologico risale a pochi giorni fa, quando ha definito il nuovo governo “la frode del secolo”. Ma nel 2009 a “scippare” alla Livni – che alla guida di Kadima aveva ottenuto più voti del Likud – il premierato furono le sue abili mosse nel mercanteggiare poltrone e promesse. La logica di Netanyahu è un po’ come quella del mendicante delle barzellette: non avendo i soldi per pagare il pasto invita l’oste a prendere il suo posto in strada finché non avrà raccolto la somma. Da un chutzpàh certificato c’è da aspettarsi un improvviso ribaltamento dei ruoli.

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