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Antonio Pennacchi, lo scrittore operaio delle saghe familiari

Si è spento ieri uno dei maggiori autori italiani che si è imposto con il suo stile vivo, un lingua che rinviava alla parlata, una narrazione che rifletteva anche nella forma l'ironia, la rabbia, le emozioni
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Quando nel 1994 uscì Mammut, il primo romanzo di Antonio Pennacchi, scomparso ieri a 71 anni, se ne accorsero in pochi e ancora oggi quel romanzo d’esordio, scritto 7 anni prima approfittando della cassa integrazione, è tra i meno considerati e i meno ricordati nella sua produzione.

Del resto prima che Donzelli si decidesse a pubblicarlo aveva collezionato un record di rifiuti rivangato anni fa in un’intervista da quello che nel frattempo era diventato uno dei principali autori italiani: «È andata avanti così per otto anni. Non naturalmente che io per otto anni – vuoi da solo o vuoi con tutta la famiglia – abbia continuato a presentarmi di persona a suonare ai campanelli delle case editrici. “Ma chi è, ancora quello?”, pare facessero tutti quanti. No, oramai m’ero fatto furbo e glielo spedivo per posta. E ogni volta che tornava indietro, glielo rimandavo. Certo gli cambiavo il titolo, mica ero stupido. Ma tu immagina quelli, quando rileggevano le prime pagine: “Ancora questo?”. Per otto anni. Loro a rispedirmelo e io a rimandarglielo. 55 rifiuti alla fine, da 33 editori diversi. Tutti gli editori italiani dai più grossi ai più piccoli. Nessuno escluso». Invece in quel libro c’era già tutto Pennacchi. Uno dei pochi veri romanzi operai italiani, ambientato nella stessa fabbrica dove l’autore lavorava, la Supercavi di Latina-Borgo Piave, lottava, s’incazzava, vedeva e registrava nel suo bellissimo romanzo il declino di quella che un tempo era stata “la centralità operaia” sostituita dalla marginalità operaia, dall’obsolescenza di un’intera classe sociale.

Pennacchi parlava del suo mondo, come poi ha sempre continuato a fare, ma con la capacità di individuare al suo interno le tracce di un’esperienza generale, collettiva, storica e dunque epica. Era il suo stile: popolaresco ed epico. Non era solo questione di temi e narrazioni. Pennacchi ha lavorato sul linguaggio come pochi altri scrittori, tanto più in un panorama in cui il conformismo nello stile è d’obbligo come la cravatta nei palazzi della Istituzioni, e non meno desolante, dove tutti, anche i più ribelli in superfice, scrivono guardando sempre, magari con la coda dell’occhio all’accademia. L’ex operaio della Supercavi voleva uno stile vivo e vitale, un lingua che rinviasse a quella parlata, una narrazione che riflettesse anche nella forma l’ironia, la rabbia, le emozioni.

Per questo il suo Il fasciocomunista, libro che nel 2003 ne decretò la definitiva affermazione è probabilmente il migliore scritto su quegli anni a cavallo tra la fine dei 60 e l’inizio dei 70 che hanno segnato per intero e per sempre la generazione che ne è stata protagonista. In quella storia autobiografica e famigliare, un fratello star di estrema sinistra, una sorella brillante altrettanto impegnata e il narratore, più piccolo, che quasi per reazione si schiera invece con l’estrema destra e poi si sposta ma senza mai degenerare nell’antifascismo etnico, da catechismo, ci sono più che in quasi tutti gli altri libri su quell’epoca la sua verità, le sue passioni, il suo intreccio inestricabile di pubblico e privato. E c’è anche il peso che ebbe su quella generazione l’eredità condizionante di un passato ancora vicino, quello che alla fine Pennacchi avrebbe ripreso nel capolavoro Canale Mussolini, di nuovo una storia vera e finta insieme, una saga famigliare che sta alle origini del Fasciocomunista.

Si finisce sempre, parlando di Antonio, per citare “i Pennacchi”: lo scrittore, ma anche il fratello Gianni, il Manrico del romanzo, scanzonato e brillante, uno dei giornalisti politici più conosciuti e amati, scomparso tragicamente, la sorella Laura, economista e dirigente dei Ds. Ma anche il Lazio della palude Pontina bonificata dagli immigrati arrivati o fatti arrivare soprattutto dal Veneto, tra cui la stessa famiglia veneto-umbra dello scrittore, quello di Latina e Sabaudia, dell’architettura dell’urbanistica fascista. Quella famiglia e quel mondo Antonio Pennacchi li ha raccontati nel particolare per renderli universali e ha raggiunto l’obiettivo. Basta e avanza per farne uno dei pochi grandi scrittori dell’Italia contemporanea.

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