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La via stretta di Conte: accontentare l’ala dura evitando la crisi…

L'ex presidente del Consiglio dovrà provare a tenere uniti i grillini senza entrare in conflitto con il programma di governo
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Mario Draghi e Giuseppe Conte sono fatti per non capirsi, o per capirsi con notevoli difficoltà, e lo si è visto subito, sin dalla prima prova reale: il colloquio sulla riforma della giustizia. L’ex premier è l’uomo del rinvio, del temporeggiamento.

Considera la drasticità una trappola. Confida nelle virtù taumaturgiche del tempo. Ha sempre seguito quella stella polare quando era al governo e puntava su quella carta anche per risolvere il nodo della giustizia. Conte non è uno sciocco. Dunque sa probabilmente meglio di chiunque altro di trovarsi stretto tra due fuochi.

Sa di non poter forzare il gioco oltre un certo limite, perché se arrivasse a provocare una crisi sarebbe la fine di ogni rapporto con il Pd e il Movimento stesso si spaccherebbe. Però sa anche che il mondo di riferimento del partito di cui sta per diventare leader non è disposto ad accettare la sconfitta sulla riforma Bonafede. I parlamentari, pronti a tutto pur di non affrontare un ritorno alle urne che per moltissimi equivarrebbe al ritorno a casa definitivo, sarebbero in larga maggioranza più che pronti ad abbaiare senza mordere e a piegare la testa cercando appena di salvare la faccia.

I militanti sono ormai abituati ad accettare di tutto. Con le dovute maniere si rassegnerebbero anche loro. Il problema si crea però quando scendono in campo gli idoli e i numi tutelari del Movimento: i magistrati d’assalto come Gratteri e lo squadrone del Fatto. Essendo i primi direttamente coinvolti e il secondo favorevole a quella rottura con Draghi che Conte non può permettersi, non si accontentano dei ritocchini. Chiedono una battaglia in piena regola e all’ultimo sangue. Il rinvio sarebbe stato anche più provvidenziale del solito.

Le settimane estive avrebbero stemperato. Lo stop alla riforma nonostante i tempi già concordati con la Ue sarebbe suonato come prova della determinazione del nuovo capo. In agosto ci sarebbe stato tutto il tempo di mettere a punto, per settembre, una formula abbastanza lambiccata da poter essere rivenduta come una vittoria. Questi almeno erano gli auspici dell’avvocato. Il diluvio di emendamenti 5S e lo spiraglio aperto dal Pd, con voltafaccia clamoroso, servivano in buona parte proprio a questo: a lasciarsi aperte due strade, quella dell’approvazione entro la prima metà di agosto in caso di accordo e il rinvio a settembre in caso contrario. Proprio la minaccia di un rinvio che Draghi vuole evitare quasi a ogni costo avrebbe dovuto ammorbidire le posizioni del governo, spingendolo a farsi regista di un’intesa.

Il punto critico è che Draghi, all’opposto di Conte, non crede nei rinvii e li considera pericolosissimi nel rapporto con l’Europa. Dunque non ha alcuna intenzione di imbarcarsi in una trattativa che rischierebbe comunque di trascinarsi fino alla fine della pausa estiva e neppure, però, di smantellare la mediazione accolta ( senza entusiasmo) dalla ministra Cartabia per offrire uno scudo a Conte nei suoi rapporti con il M5S e la sua area di riferimento.

È il secondo elemento che rende difficili in partenza i rapporti tra l’inquilino di palazzo Chigi e il suo predecessore. Conte ha sempre brandito le difficoltà del Movimento la necessità di evitare la sua disintegrazione come argomento pesante e spesso definitivo per convincere gli alleati ad appoggiarlo anche senza vera convinzione.

L’argomento ha un peso anche per Draghi, dal momento che l’esplosine del Movimento renderebbe il suo governo molto più fragile. Ma non al punto di rischi ben maggiori, in particolare quello di trasformare l’intero percorso delle riforme in una trattativa infinita tra le anime della maggioranza provocando così un’ondata di sfiducia in Europa. Può accettare alcune mdifiche molto limitate, purché stabilite subito.

L’esatto contrario di quel che serve a Conte, il cui obiettivo è travestire qualsiasi modifica, anche limitata, da vittoria conquistata dopo una strenua lotta.

Sino a che punto Draghi sia deciso a non concedere spazi e pertugi lo si capirà subito. Se porterà, come da agenda, la riforma in aula domani e non rinvierà neppure di pochi giorni sarà segno che è deciso a sfondare ogni resistenza.

A colpi di fiducia.

 

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