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Prima il ddl penale, poi la ministra può tornare al testo Pd sul carcere

Dopo il sì al ddl penale la guardasigilli può rilanciare il decreto scritto nel 2018 dai dem sui detenuti. Boss impuniti? Via Arenula replica alle obiezioni dei giudici antimafia
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Un decreto riposto nel cassetto da Alfonso Bonafede, successore a via Arenula dell’attuale ministro del Lavoro. Se il doppio colpo riuscisse davvero, dunque, non solo sarà vanificato l’effetto distorsivo della prescrizione targata 5 Stelle, ma verrà anche rimessa sui binari quella riforma penitenziaria che proprio il Movimento e Bonafede decisero di archiviare. Naturalmente esiste il principio di realtà: affiancare ora al testo sul penale un’accelerazione sul carcere, considerate le tensioni con i 5 stelle sarebbe suicida. Ma vanno considerati altri due fattori: il pressing del Pd su norme e risorse da immettere nel campo penitenziario e la connessione oggettiva con le misure alternative che si trova già ora in alcuni passaggi del ddl Cartabia sul processo.

Rossomando e Giorgis: testo 2018 va ripreso 

Con ordine. Al discorso in Parlamento della guardasigilli sulle violenze di Santa Maria Capua Vetere (di cui si dà ampio riscontro in altro servizio, ndr) hanno fatto seguito ieri mattina gli interventi dei partiti. Da cerchiare di rosso soprattutto quelli del Pd. Al Senato ha preso la parola Anna Rossomando, responsabile Giustizia del Nazareno: «C’è da riprendere la riforma dell’ordinamento penitenziario, investire sul trattamento, sul personale, sulle risorse». Riforma e maggiori stanziamenti, appunto. Alla Camera è toccato ad Andrea Giorgis, che da sottosegretario alla Giustizia nell’era Bonafede si è occupato anche di carceri: prima di tutto, ha detto, «serve un impegno sulla formazione degli educatori, del personale e degli agenti, che vanno dotati degli strumenti culturali e operativi per assicurare ai detenuti il reinserimento sociale». Poi, oltre a rivendicare le misure introdotte in pieno lockdown, Giorgis ha chiesto di «riprendere in mano quell’ambizioso progetto, avviato durante la scorsa legislatura con gli Stati generali dell’esecuzione penale».

La riforma Orlando

Ha citato la mente che guidò quell’esperienza, il professor Glauco Giostra: «Si deve “immettere nelle arterie normative la linfa di un’idea di esecuzione della pena in piena sintonia con quella prefigurata dalla nostra Costituzione”». Ma cosa ne pensa Cartabia? Ieri non ha parlato di norme da cambiare, piuttosto di «azioni concrete» del governo. D’altra parte la ministra ha prestato attenzione fin dai suoi primi giorni a via Arenula alle richieste dem sulla riforma penitenziaria. Dopodiché ha fatto una riflessione, che negli ultimi giorni ha assunto la seguente forma: il ddl penale è un dossier più impervio del previsto, mettere sul tavolo ora anche un’apertura strutturale ai benefici per chi è già recluso, come da riforma Orlando, vorrebbe dire complicare il quadro. Una chiusura? No, anche perché proprio negli emendamenti della ministra sul processo c’è una forte apertura sulle pene alternative. Una volta che la riforma penale sarà definitivamente approvata, non sarà difficile fare all’intera maggioranza il seguente discorso: chi viene condannato, grazie alla nostra legge, avrà maggiori opportunità di non mettere piede in carcere, perciò è giusto consentire, con modifiche dell’ordinamento, anche a chi già è in cella di accedere alle misure alternative. E rieccoci alle aperture contenute proprio nella riforma penitenziaria di Orlando.

La sinergia Letta-Draghi sulla prescrizione

Ma ora c’è il primo step: approvare il ddl penale. partita in cui viceversa il Pd gioca in difesa. «Siete i primi ad avere a cuore una via d’uscita sulla prescrizione, confidiamo nel vostro contributo»: Mario Draghi ha usato con Enrico Letta parole non troppo diverse, quando tre giorni fa gli ha chiesto di mediare con i 5 Stelle. I numeri per il governo ci sono, ma se il Movimento uscisse dalla maggioranza si aprirebbe una voragine politica impressionante proprio per i dem. Se si parte da qui, si comprende meglio quanto avvenuto ieri pomeriggio, nel secondo intervento parlamentare di Cartabia, dedicato alla riforma del processo. Question time, replica ad Andrea Colletti, agguerrito ex 5 Stelle, che ha “rinfacciato” alla guardasigilli le obiezioni di Gratteri e de Raho: «Il governo è consapevole che l’improcedibilità può essere un pericolo?». La ministra ha risposto che «i processi di mafia non andranno in fumo», perché «i reati puniti con l’ergastolo non sono soggetti all’improcedibilità, e per altri reati gravi sono possibili proroghe». Poi Cartabia ha confermato l’arrivo di una norma transitoria sui nuovi tempi limite per i giudizi d’impugnazione. In pratica passerà l’emendamento depositato martedì proprio dal Pd: fino al 2025 il margine per il secondo grado sarà di tre anni per tutti i reati, in modo da «consentire agli uffici più in difficoltà di adeguarsi al nuovo sistema», come spiegano i dem Debora Serracchiani e Alfredo Bazoli. Alla presidente dei deputati e al capogruppo in commissione fa piacere che «la ministra abbia annunciato una norma transitoria: è la strada da noi indicata».

Di fatto Cartabia accoglie la modifica del Nazareno come segno approvazione, sua e di Draghi, alla proposta sull’improcedibilità. Ecco la conferma della sinergia tra il premier e Letta. Ma la vera domanda è se tutto questo se basti ad approvare la riforma Cartabia. Non la pensano ancora così deputati 5S della commissione Giustizia, secondo i quali «tutti i processi per mafia devono arrivare alla loro naturale conclusione», anche quelli non puniti con l’ergastolo. Forse è la via ultima per trovare un accordo, sempre che il Movimento non chieda di rendere imprescrittibili pure i casi di corruzione. «Se qualcuno pensa, surrettiziamente, di tornare al fine processo mai, ha fatto male i suoi conti», avvertiva già ieri mattina il sottosegretario ala Giustizia Francesco Paolo Sisto. Nell’orizzonte di Cartabia c’è un carcere più umano. Ma prima che si esca dal tunnel della prescrizione ce ne vorrà ancora.

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