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«Non possiamo rimuovere il carcere dal nostro sguardo e dalle nostre coscienze»

Marta Cartabia ha presentato ieri le linee programmatiche sulla Giustizia in commissione alla Camera
L'informativa della ministra Cartabia alla Camera sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. La Guardasigilli: «Fu violenza a freddo»
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«È nostro dovere riflettere sulla contingenza ma anche sulle cause profonde che hanno portato un anno fa ad un uso così insensato e smisurato della forza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Fatti di questa portata richiedono da un lato una risposta immediata da parte dell’autorità giudiziaria, ma ai miei occhi sono spia di qualcosa che non va e dobbiamo indagare e intervenire con azioni ampie e di lungo periodo perché non accada più». A dirlo è la ministra della Giustizia Marta Cartabia, nel corso dell’informativa urgente alla Camera sui fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile scorso, dove centinaia di agenti in tenuta antisommossa hanno massacrato i detenuti.

«Fatti di quella portata reclamano  un’indagine ampia perché si conosca quanto è successo in tutti gli istituti penitenziari nell’ultimo drammatico anno, dove la pandemia ha esasperato tutti, perché le carceri italiane già vivono in condizioni difficili per il sovraffollamento, per la fatiscenza delle strutture, per la carenza del personale e per tante altre ragioni – ha proseguito -. Dunque occorre guardare in faccia i problemi cronici dei nostri istituti penitenziari affinché non si ripetano più atti di violenza né contro i detenuti né contro gli agenti della polizia penitenziaria e tutto il resto del personale. Il carcere è specchio della nostra società ed è un pezzo di Repubblica che non possiamo rimuovere dal nostro sguardo e dalle nostre coscienze. Le violenze e le umiliazioni inflitte ai detenuti a Santa Maria Capua Vetere recano una ferita gravissima alla dignità della persona. La dignità della persona è la pietra angolare della nostra convivenza civile, come chiede la Costituzione, nata dalla storia di un popolo che ha conosciuto il disprezzo del valore della persona. E pertanto per questo la Costituzione si pone a scudo e a difesa di tutti, specie di chi si trova in posizione di maggiore vulnerabilità», ha affermato la Guardasigilli tra gli applausi dell’aula.

 

 

«Anche l’uso della forza da parte di chi legittimamente lo detiene sia sempre strumento di difesa dei più deboli – ha aggiunto -, mai aggressione, mai violenza, mai sopruso e sempre proporzione». Cartabia ha ripercorso ha ripercorso i fatti, «noti a tutto il mondo e che non potevano andare inosservati». In relazione alla perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020, che ha riguardato quasi tutte le sezioni del reparto Nilo del carcere, sono indagati a vario titolo appartenenti al corpo della polizia penitenziaria e dell’amministrazione penitenziaria. Le accuse sono gravi: delitti di concorso in tortura  pluriaggravati, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico aggravato, calunnia, favoreggiamento, frode processuale, depistaggio. Tutti delitti aggravati dalla minorata difesa e dall’aver agito per motivi abietti o futili, con crudeltà, abuso di potere, violazione di doveri inerenti alla funzione pubblica, con l’uso delle armi e per aver concorso nei delitti in numero superiore alle cinque unità.

La stampa già lo scorso autunno aveva riferito di violenze e indagini in corso a Santa Maria (Il Dubbio ne parlò anche prima in esclusiva il 13 aprile 2020) e già all’epoca ci fu un’interrogazione parlamentare. «Mi sono chiesta e ho chiesta all’amministrazione penitenziaria che cosa avessero fatto in seguito a quelle segnalazioni – ha spiegato Cartabia – e mi è stato comunicato che più volte il Dap si era rivolta all’autorità giudiziaria per avere un riscontro a quelle notizie ed effettuare eventualmente valutazioni di sua competenza anche ai fini disciplinari. Ma mi è stato spiegato che, nelle ultime settimane, e la stessa autorità giudiziaria lo ha confermato, le sollecitazioni del Dap non potevano avere riscontro perché le indagini erano coperte da segreto investigativo. Per questo, tutte le iniziative assunte dall’amministrazione del dipartimento penitenziario sono successive alla pubblicazione degli atti processuali».

Tornando ai fatti, «tra le tante violenze io non posso dimenticare un detenuto costretto ad inginocchiarsi per colpirlo, un altro in carrozzella colpito ripetutamente e gratuitamente. Altri agenti che si scagliavano contro i detenuti e tutto sotto l’occhio ben visibile della videocamera che stava riprendendo l’accaduto – ha aggiunto la ministra -. Stando alle immagini, risulta che non fosse una reazione ad una delle tante rivolte che sono accadute in quei mesi. Non si trattava di una reazione necessitata da una situazione di rivolta, ma era una violenza a freddo. Secondo quanto emerge dagli atti giudiziari, la perquisizione straordinaria del 6 aprile è stata disposta al di fuori dei casi consentiti dalla legge, senza alcun provvedimento del direttore del carcere, unico titolare del relativo potere, senza rispettare le forme e la motivazione imposte dalla legge. Secondo il giudice, dunque, alla base della perquisizione straordinaria, vi sarebbe stato “un provvedimento dispositivo orale”, vale a dire un ordine dato verbalmente, al telefono, emanato a scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale di polizia penitenziaria».

Il giorno prima, infatti, così come accaduto anche altrove, c’erano state rivolte nel carcere. «Nella sua ordinanza il gip riporta ancora alcune intercettazioni: “Era il minimo segnale per riprendersi l’istituto” e frasi analoghe – ha spiegato la Guardasigilli -. E ritiene che di fatto che quella perquisizione non avesse alcuna intenzione di ricercare strumenti potenziali per un’offesa contro la polizia per un’offesa contro la polizia o altri oggetti non detenibili, ma per la quasi totalità dei casi “era una mera copertura fittizia per la consumazione di condotte violente, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse”, così le parole del giudice. Sono contestazioni di una gravità inaudita. Non posso non fare un riferimento particolare al detenuto Lamine Hakimi, affetto da schizofrenia e morto il 4 maggio successivo nella sezione Danubio del carcere. Invero, a questo proposito, il gip scrive che le consulenze mediche non consentono di affermare che il decesso sia da ascrivere alle ferite riportate il 6 aprile, ma piuttosto sono da ricondurre all’assunzione di medicinali, probabilmente prescritte a seguito di quelle ferite, che combinandosi con altri farmaci che il detenuto già assumeva per la sua malattia ha comportato un arresto cardiaco».

Fin qui l’attività giudiziaria. «Cosa è successo a seguito di questo provvedimento nel Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria? Tutte le unità di personale della polizia che sono state attinte da misure cautelari sono anche state immediatamente sospese dal servizio – ha spiegato -. Una sospensione dal servizio per otto mesi per favoreggiamento, depistaggio e falso ideologico aggravato è anche stato adottato da me personalmente nei confronti del provveditore regionale della Campania. Inoltre ci sono altri provvedimenti di sospensione che riguardano persone che non sono destinatarie di misure cautelare da parte del giudice ma che sono indagate, e si tratta di 23 provvedimenti. Invece si aggiungono anche due provvedimenti di sospensione nei confronti del direttore reggente, ma la direttrice del carcere non era presente in istituto il giorno dei fatti per ragioni di malattia e quindi non è indagata. Bisogna anche aggiungere che in alcuni casi le misure cautelari da parte del giudice sono state revocate per motivi diversi. In breve, il totale complessivo di unità di personale dell’amministrazione sospese a vario titolo è di 75, rimangono altri indagati per i quali il gip non ha specificato che vi fosse certezza della loro presenza e per questo ha respinto la richiesta di misura cautelare. Si attendono gli sviluppi dell’indagine, che è ancora in corso, perciò è prematuro trarre ogni conclusione in merito alle posizioni dei singoli che ne sono coinvolti».

I detenuti coinvolti sono stati trasferiti per ragioni di sicurezza. «Da parte mia – ha aggiunto Cartabia – il giorno della pubblicazione di quei video e di quelle immagini ho immediatamente convocato d’urgenza una riunione al ministero con i due sottosegretari alla Giustizia, i vertici del Dap, il garante nazionale delle persone private della libertà personale. Abbiamo condannato subito i fatti, ma non bastava. Da parte mia l’esigenza era soprattutto capire la catena di informazioni. Com’è stato possibile che una perquisizione di questo genere fosse stata effettuata senza un’autorizzazione scritta. Occorreva, in secondo luogo, allargare la prospettiva, perché sappiamo che in altre carceri ci sono stati momenti di tensione e bisogna approfondire prima ancora che a questo punto arrivi l’autorità giudiziaria. E a mio parere bisognava individuare le cause profonde, perché qui qualcosa davvero non ha funzionato. Quando siamo arrivati a Santa Maria Capua Vetere, il presidente Draghi ha reagito prontamente dicendo “questa è una sconfitta per tutti”. Ed è così. Al di là delle singole responsabilità penali, che sono sempre e solo personali e individuali, c’è qualcosa che ci interroga tutti quanti. Per questo subito dopo quella riunione straordinaria ho voluto incontrare i rappresentanti della polizia penitenziaria, attraverso i loro sindacati e tutti i provveditori. Tutti hanno chiesto di approfondire i fatti. Bisognava far qualcosa e immediatamente abbiamo costituito presso il Dap una commissione ispettiva interna, che visiterà tutti gli istituti penitenziari interessati da manifestazioni di protesta o da denunce o segnalazioni inerenti i gravi eventi occorsi nel marzo del 2020».

Il mandato della commissione consiste nell’approfondire la dinamica dei fatti, al fine di accertare la legittimità e la correttezza di ogni iniziativa. «L’amministrazione penitenziaria deve saper indagare al proprio interno – ha aggiunto -, deve saper controllare ciò che avviene dietro quelle mura che spesso fuggono all’attenzione di tutti e i fatti di Santa Maria Capua Vetere, emersi solo a seguito degli atti dell’autorità giudiziaria, denotano che forse in questo caso quella capacità di indagine interna è mancata. Occorre indagare sugli episodi critici, ma anche andare alla ricerca delle cause più profonde e creare condizioni materiali e normative per evitare ogni ulteriore forma di violenza. Per me è stato preziosissimo il confronto con la polizia penitenziaria, con la quale ho un rapporto quotidiano, che mi ha dato suggerimenti e spunti di grande interesse, così com’è stato importante sentire il punto di vista dei provveditori, del garante e la stessa visita in loco che abbiamo fatto a Santa Maria è stata davvero istruttiva. Per esempio, nei colloqui, è emerso che alcuni degli agenti che erano coinvolti in quei fatti del 6 aprile, da diversi anni svolgevano incarichi di tipo completamente diverso, non erano a contatto con i detenuti. Più e più volte la polizia penitenziaria ha lamentato un innalzamento del corpo, a causa della mancanza di un adeguato turn over. Tutti gli interlocutori hanno richiamato l’altissima tensione che nei mesi di pandemia c’era in tutti gli istituti. Evidentemente queste non sono cause di giustificazione o attenuanti per le persone che hanno commesso quegli atti di violenza, ma vogliamo farci carico di questi problemi? I mali del carcere, perché non si ripetano più episodi di violenza, richiedono una strategia che operi a più livelli, a mio parere almeno tre: strutture materiali, personale e formazione. Sarebbe molto più semplice e molto più tranquillizzante per le nostre coscienze accontentarci di dire “c’è sempre qualche elemento che si comporta male in ogni realtà sociale”. Ma qui non basta, dobbiamo evitare dobbiamo rimediare al fatto che lungo molti anni le condizioni delle carceri italiane sono così peggiorate che il lavoro e le condizioni di vita di chi è detenuto diventano insopportabili. Quel giorno a Santa Maria Capua Vetere anche solo la temperatura era insopportabile. È un carcere dove non c’è acqua corrente. Stanno iniziando ora i lavori per allacciare la struttura del carcere e avere un flusso continuo. Ci sono dei pozzi e viene distribuita l’acqua con le taniche».

Le strutture materiali, dunque, non sono un aspetto secondario, «perché vivere e lavorare in un ambiente degradato è causa di enorme fatica per la polizia, per l’amministrazione e sicuramente porta disagi inutili anche ai detenuti creando ambienti invivibili anche dal punto della tensione sociale». Per quanto riguarda il sovraffollamento, «c’è stato un picco, un momento nella storia del nostro Paese, quando la Cedu ci ha condannati per violazioni gravi dei diritti umani per il sovraffollamento. Ci sono stati interventi importanti, la situazione è in parte migliorata ma sta di nuovo peggiorando. Nel solo carcere di Santa Maria Capua Vetere una capienza regolamentare di circa 800 persone vede ospiti 900 detenuti. I dati fanno riflettere e sono problemi da risolvere. Il Pnrr contiene fondi e impegni anche per affrontare il tema dell’edilizia penitenziaria. È prevista la costruzione di otto nuovi padiglioni, tra uno è previsto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, altri sono a Rovigo, Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia, Ferrara e Reggio Calabria. L’intervento di ampliamento a Santa Maria, studiato come gli altri da un’apposita commissione sull’architettura penitenziaria, che ho ereditato dal governo precedente e che ha fatto un lavoro eccellente, è stata attenta nella scelta della localizzazione di questi nuovi padiglioni per non sottrarre spazi ad altre attività della vita del carcere e quella del carcere di Santa Maria è prevista in un’area verde abbandonata che non era affatto utilizzata. Costruzione di nuovi padiglioni non significa solo costruzione di nuovi posti letto, nuove carceri servono, nuovi spazi servono e ci saranno, ma non solo posti letto, ma anche spazi per il trattamento dei detenuti come tutti reclamano, dall’amministrazione ai detenuti alla polizia penitenziaria».

Nell’incontro con i sindacati della polizia e con i provveditori è stato richiesto un intervento per dotare capillarmente tutte le strutture di sistemi di sorveglianza, a garanzia di tutti, dei detenuti e della polizia. «Per offrire risposte immediate e indifferibili alle domande di vita di tutti i giorni all’interno dei 190 istituti penitenziari, però, occorre far fronte anche al problema gravissimo della diminuzione di personale che si è verificata nel corso degli anni – ha proseguito -. Parlando con gli agenti della polizia in quella visita, uno di loro mi diceva: ma ministro voi chiedereste mai a un chirurgo di svolgere contemporaneamente due operazioni? Spesso a loro è chiesto questo, di avere la capacità di affrontare situazioni complesse e diversificate e la carenza non riguarda solo la polizia, riguarda gli educatori, riguarda l’organico dei dirigenti. Mancano direttori nelle carceri italiane, ne mancano tanti, e tutto il personale dell’esecuzione penale interna. Le scoperture sono significative per tutte le categorie, i concorsi sono ricominciati, erano stati bloccati dalla pandemia, li abbiamo sbloccati immediatamente. Quindi un po’ di sollievo arriverà a breve, ma non sarà sufficiente, dobbiamo investire di più per il benessere di tutti e per le richieste imperiose di chi lavora in carcere in condizioni già difficili».

Ma c’è un punto «sul quale vorrei si attirasse l’attenzione in maniera particolare – ha proseguito – ed è un punto che mi sta particolarmente a cuore. È quello della formazione. Non solo della formazione in entrata di chi si accinge a svolgere un compito che io ritengo tra i più delicati, tra i più difficili, tra i più significativi, perché nelle mani dell’amministrazione penitenziaria e della polizia passa la possibilità che la pena sia un’occasione di risocializzazione, di rieducazione come ci chiede la Costituzione. La formazione è la priorità e la formazione è la richiesta principale che viene innanzitutto dagli stessi operatori del carcere. Tanta è l’importanza, per me, di questo aspetto che tra le tante attività del ministero che sono state distribuite e delegate ai sottosegretari prima dei fatti di Santa Maria Capua Vetere questa ho voluto sin dall’inizio tenerla per me. Perché non bastano le doti personali del nostro personale, che è tanto. Ci sono persone di qualità spiccatissima, ma ci vuole anche professionalità, perché spesso si trovano a dover affrontare situazioni di crisi, situazioni complesse, situazioni molto diversificate l’una dall’altra. Chi non è mai stato in un carcere, voi tutti onorevoli lo potete fare, fatelo. Perché un conto è vedere un reparto di alta sicurezza, un conto è vedere un’articolazione di salute mentale, un conto è vedere il reparto delle donne, spesso operose, un conto è vedere le situazioni di marginalità, che portano tante persone in carcere pur avendo commesso dei delitti o dei reati di dimensione e di portata molto diverse da altri. È un mondo vario, che non può essere affrontato tutto nello stesso modo. Infatti anche nel corpo della polizia penitenziaria ci sono reparti specializzati per ogni situazione – ha aggiunto -. È un mondo complesso, è una galassia, non è neanche semplicemente un pianete carcere, perciò non basta l’improvvisazione, non bastano le doti personali. Abbiamo convocato un gruppo di lavoro impegnato secondo un approccio multidisciplinare ad elaborare un modello di formazione innovativo, che sviluppi conoscenze teorico-pratiche indispensabili ma anche tecnico-operative. E soprattutto bisogna lavorare sulla cultura della detenzione».

«Abbiamo detto mai più violenza – ha proseguito -. In quel carcere ho incontrato diversi detenuti, abbiamo parlato delle loro condizioni, abbiamo fatto un lungo incontro con gli agenti della polizia penitenziaria e ho ascoltato i loro racconti. Credetemi, quei fatti di Santa Maria sono state una ferita e un’umiliazione oltre che per i detenuti per tutti gli agenti. Uno di loro così testualmente mi diceva: “Io non sono un picchiatore”, aveva un nodo alla gola. “Sono lo stesso padre amorevole che ogni sera torna in famiglia, ma ormai faccio fatica a farmi credere”. A fronte dell’onda emotiva innescata dai fatti di Santa Maria sono stati segnalati e registrati gravi episodi di intimidazione nei confronti della polizia penitenziaria. Questo non può succedere, non deve succedere. L’ho detto a loro e l’ho ripetuto: devono essere fieri della loro divisa e portarla con dignità e onore. Quei fatti hanno sollevato un velo sulle condizioni durissime delle carceri italiane, il governo ha visto anche con la presenza in prima persona del presidente del Consiglio e in quell’occasione lo stesso presidente ha detto e ripetuto: il governo ha visto, sa e non si dimenticherà».

 

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