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Lo sfogo di Palamara: «Hanno cucito su di me il vestito del corrotto»

L'ex capo dell'Anm racconta la sua verità nel corso dell’udienza preliminare davanti al gup di Perugia: «Non più parole, ma fatti»
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«In qualche modo mi si doveva cucire addosso il vestito del corrotto». Parla tanto Luca Palamara, ex presidente dell’Anm ed ex zar delle nomine, che non accetta di essere un capro espiatorio. E lo fa nel corso dell’udienza preliminare davanti al gup di Perugia Piercarlo Frabotta, raccontando per otto ore la sua versione della storia. «Non più parole, ma fatti», ha spiegato l’ex pm romano.

E i documenti riguardano soprattutto i lavori di ristrutturazione della casa della coimputata Adele Attisani, lavori che secondo l’accusa Palamara avrebbe fatto pagare al lobbista Fabrizio Centofanti, che ha chiesto di patteggiare un anno e sei mesi. Attisani, nel corso dell’udienza di lunedì, ha negato di aver fatto pagare ad altri i lavori a casa propria, depositando un bonifico da lei effettuato pari a 19.800 euro. «Il bonifico dimostra che la parte dei lavori relativa al cosiddetto lastrico solare era stata pagata già dal 2012 dalla signora – ha evidenziato Palamara – che si è assunta la piena titolarità delle lavorazioni commissionate, escludendo il coinvolgimento di terzi». Ma la difesa dell’ex consigliere del Csm ha anche effettuato una perizia finalizzata a sgonfiare il residuo dei lavori. «Il dato che più ci ha inquietato – ha sottolineato l’ex pm – è che per calcolare il valore della veranda si è fatto ricorso addirittura a delle fatture false, ovvero non relative a lavori eseguiti su quella abitazione, ma su un’altra. Non trovando prova della corruzione, come già riconosciuto dal gip (Lidia Brutti, che ha negato l’esistenza di un atto contrario ai doveri d’ufficio, ndr), l’unica soluzione era gonfiare i lavori di questa casa».

Per Palamara, il processo non può essere un regolamento dei conti tra accusa e difesa: «Tutte le anomalie che sono emerse sono state per noi la spia di qualcosa che non ha funzionato. L’ipotesi è che in realtà i problemi sono altri, legati al trojan e all’hotel Champagne (dove si discusse della nomina del procuratore di Roma, ndr): in qualche modo mi si doveva cucire addosso il vestito del corrotto», ha aggiunto. E anche sui presunti viaggi pagati da Centofanti, l’ex toga ha tirato fuori un’intercettazione che potrebbe aiutarlo: «Relativamente al viaggio a Dubai, c’è una intercettazione tra il titolare dell’agenzia viaggi e Centofanti, in cui quest’ultimo dice: “paga Luca, come sempre”. L’intercettazione, proveniente da un altro procedimento, era rimasta sommersa negli atti». Nelle dichiarazioni rilasciate alla procura di Perugia, Centofanti ha raccontato di una cena con l’ex presidente del tribunale di Roma, Francesco Monastero, organizzata da Palamara in vista della nomina a febbraio 2016, cena alla quale avrebbero partecipato anche il deputato di Italia viva Cosimo Ferri (già leader di Magistratura indipendente), la presidente del Senato Elisabetta Casellati (all’epoca consigliera del Csm) e altri magistrati.

«È inquietante che il 21 giugno del 2021, circa tre anni dopo l’inizio delle indagini, si facciano gli accertamenti su quella cena, che si tiri in ballo il presidente del tribunale di Roma Monastero, che si dica che c’è stata una cena pagata alla quale io avrei partecipato – ha sottolineato – e che non si controlli quello che già risulta agli atti, ovvero la mia agenda, dalla quale risulta che quel giorno sono stato a casa di Balducci (Paola, ex consigliere del Csm, ndr). È grave che non si facciano accertamenti del genere». Ma Palamara va oltre: non è mai esistita, sostiene, una cena finalizzata alle nomine alla quale abbia partecipato Centofanti. «Le nomine sono sempre state il frutto di accordi tra correnti – ha ribadito -. Troppo facile rendere dichiarazioni basandosi sulle mie chat e leggendo i miei interrogatori. Non bisogna ingannare i cittadini. Nessuno, e dico nessuno, ha influenzato le scelte e le decisioni da me fatte. Se altri vogliono raccontare situazioni diverse, e il riferimento è ad Amara, non si deve tirare in mezzo chi non c’era, cioè me. Io sono un uomo delle correnti e lì dentro operavo. Perché avrei dovuto portare Centofanti? Non c’è un motivo logico».

Perché, dunque, Centofanti avrebbe raccontato circostanze del genere? La risposta alla domanda rivolta dal gup è semplice, secondo Palamara: «Sta cercando una via d’uscita dal processo, perché questo, nell’immaginario collettivo, viene visto come un regolamento di conti tra me e una parte della magistratura. Ovvio che chi non c’entra niente cerchi in qualche modo di tutelarsi – ha aggiunto -. Centofanti, che io ho frequentato in veste di amico e non di lobbista, dice il vero quando conferma che io pagavo da me i viaggi, di non aver pagato i lavori della casa e quando dice di avermi invitato a cena più di una volta, nell’ambito di un rapporto di amicizia con il procuratore Pignatone e con ufficiali della Finanza. Ma gli altri discorsi, relativi alla partecipazione alle cene, sono un tentativo di captatio benevolentiae».

Durante l’udienza, Palamara ha confermato di aver saputo dell’indagine sul suo conto da Giuseppe Pignatone, già a dicembre del 2017. E in merito alla famosa cena di commiato dell’ex procuratore, della quale non c’è traccia nelle intercettazioni effettuate dal trojan inoculato nel suo telefono, l’ex pm ha affermato di aver discusso, in quella occasione, anche della nomina a procuratore di Roma, rimarcando la stranezza che nonostante sia stato proprio Pignatone ad autorizzare l’utilizzo dei server a Roma per azionare il trojan lo abbia invitato ad una cena ristretta.

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