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Milano, caos in procura: il Csm avvia le audizioni sulla guerra tra toghe

Il 27 luglio ci dovrebbe essere l'audizione al Csm del pm Alberto Nobil e dei procuratori aggiunti Tiziana Siciliano e Letizia Mannella
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Il caso Milano sbarca ufficialmente al Csm. Con l’audizione, prevista per il 27 luglio, del pm Alberto Nobili, responsabile dell’antiterrorismo milanese, convocato nell’ambito della preistruttoria aperta per verificare eventuali situazioni di incompatibilità ambientale o funzionale negli uffici giudiziari meneghini a partire dalle vicende del caso Eni. Oltre lui, sono state convocate anche i procuratori aggiunti Tiziana Siciliano e Letizia Mannella.

Tutto ruota attorno alla frattura tra magistrati requirenti e giudicanti diventata di pubblico dominio con la sentenza di assoluzione, pronunciata lo scorso 17 marzo dal Tribunale di Milano per tutti gli imputati del caso Opl 245 e poi deflagrata con il deposito delle motivazioni della sentenza, con le quali il collegio giudicante ha cassato pesantemente il lavoro degli inquirenti. Ma la vicenda riguarda anche lo scontro tra il pm Paolo Storari, il procuratore Francesco Greco e l’aggiunto Laura Pedio, scontro che ruota attorno ai verbali dell’ex avvocato esterno dell’Eni, Piero Amara, in merito all’esistenza di una fantomatica loggia denominata “Ungheria”.

Verbali che Storari ha consegnato «in autotutela» all’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, vicenda, questa, per la quale è indagato a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio. I verbali erano stati raccolti nell’ambito dell’indagine sul cosiddetto “falso complotto Eni”, fascicolo aperto da quattro anni e per il quale a fine giugno l’aggiunto Pedio, attualmente unica titolare dell’indagine, ha chiuso uno stralcio con avvisi a carico di Amara, dell’ex manager Vincenzo Armanna, dell’ex capo ufficio legale di Eni Massimo Mantovani ( licenziato) e di altre tre persone accusate di calunnia nei confronti di Luca Santa Maria, avvocato ed ex legale di Armanna.

Ma ad essere indagati a Brescia sono anche il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, che hanno svolto il ruolo dell’accusa nel processo sulla presunta tangente versata da Eni in Nigeria. I due sono indagati per rifiuto d’atto d’ufficio, in merito alla gestione delle prove nel processo sulla presunta maxi tangente da 1 miliardo e 92 milioni versata ai politici nigeriani per l’ottenimento del blocco petrolifero per il giacimento Opl245. Come emerso già dalla sentenza di assoluzione, i due avrebbero tenuto nascosto un video utile alle difese, ma secondo quanto riferito da Storari a Brescia nel corso dell’interrogatorio, avrebbero ignorato alcune segnalazioni provenienti proprio da Storari in relazione ad alcune chat taroccate da parte del grande accusatore di Eni, Armanna, che avrebbe anche pagato un testimone.

Secondo Storari, l’intenzione dei vertici della procura era quella di non compromettere la posizione di Amara con una sua possibile iscrizione nel registro degli indagati per calunnia in relazione alle sue dichiarazioni sulla presunta ‘ Loggia Ungheria’, per non minare la sua credibilità come possibile teste nel processo del caso Nigeria. De Pasquale e Spadaro, infatti, tentarono di inserire Amara tra le persone da sentire al processo, una scelta dettata sempre dalle sue dichiarazioni, secondo le quali i legali di uno degli imputati sarebbero stati in grado di avvicinare il presidente del collegio giudicante, Marco Tremolada. Così, mentre Storari raccoglieva le dichiarazioni di Amara sulla presunta ‘ Loggia Ungheria’ e chiedeva ai vertici dell’ufficio di poter effettuare le prime iscrizioni nel registro degli indagati e tabulati telefonici, Greco e Pedio portavano a Brescia il verbale di Amara sulle presunte ‘ interferenze’ delle difese Eni sul giudice.

Da lì venne aperto un fascicolo, poi archiviato. E nemmeno Armanna, architrave dell’intera inchiesta Eni, poteva essere screditato. Ma a distruggere la solidità delle sue dichiarazioni ci ha pensato il tribunale: «Il suo atteggiamento opportunista rivela una personalità ambigua, capace di strumentalizzare il proprio ruolo processuale a fini di personale profitto e, in ultima analisi, denota un’inattendibilità intrinseca che certamente non avrebbe potuto essere sanata dalla testimonianza di Piero Amara».

 

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