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Cari giudici ordinari, imparate dalla giustizia amministrativa

Nelle due fasi di lockdown la giustizia amministrativa non si è mai fermata, mantenendo il ritmo di un giorno per l’esito dei ricorsi cautelari, e meno di un mese per la sentenza di merito.
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Se si ragiona sui numeri e non sui pregiudizi si vede che grazie alla giustizia amministrativa l’Italia non solo non è bloccata, ma può addirittura correre: solo l’ 1,5% delle procedure di gara per affidamenti di commesse pubbliche bandite dagli Enti italiani è impugnata e di quel 1,5%, solo una su 300 è bloccata, come ha spiegato il presidente del Consiglio di Stato Patroni Griffi. Si tratta di un successo importante che conferma che la giustizia italiana e la P. A. in genere funzionano, e funzionano bene.

Nelle due fasi di lockdown, la giustizia amministrativa non si è mai fermata, mantenendo il ritmo di un giorno per l’esito dei ricorsi cautelari, e meno di un mese per la sentenza di merito.

Sarebbe interessante, piuttosto, mettere a raffronto i tempi di risoluzione dei giudizi della giustizia amministrativa con quelli della giustizia ordinaria, dove si passa inesorabilmente a contare in anni, ciò che nel processo amministrativo si conta in giorni.

Ma non basta.

Questo risultato si è ottenuto perché i giudici amministrativi, differentemente dai giudici ordinari hanno fatto la scelta di uscire dalla “torre d’avorio” in cui la magistratura è stata a lungo ritirata in una sovrana solitudine, e ha deciso di parlare con gli altri protagonisti del processo, gli avvocati, da pari a pari, concordando le modalità per rendere efficiente ed efficace il processo nell’interesse dei cittadini.

Anche qui la differenza si fa abissale: l’arroganza e la prepotenza con cui grande parte dei giudici ordinari tratta i “colleghi” avvocati, quasi fossero estranei al processo e non co- partecipi al pari loro, si riflette nelle sorti bibliche del processo.

La politica a vario titolo e a varie riprese ha tentato di mettere mano alla riforma dei Tar, accusati di essere uno dei veri problemi della giustizia italiana perché ‘ poco accessibili e troppo costosi’. Ci provò Romano Prodi quando nel 2013 sostenne che l’abolizione del Tar e del Consiglio di Stato avrebbe avuto un immediato segno positivo sul Pil del Paese. Un anno fa è toccato a Renzi auspicare un ridimensionamento dei Tar, dimenticando però che per abolirli era necessaria una riforma costituzionale e nel referendum da lui proposto, peraltro bocciato dagli italiani, il tema della giustizia amministrativa non venne neppure menzionato.

Quanto al tema dei costi e dell’accessibilità della giustizia ad alcuni delatori andrebbe precisato che, a differenza del giudizio penale, il giudizio amministrativo non viene avviato d’ufficio da un magistrato o da un tribunale, ma l’azione è su impulso della parte.

In altre parole, e qui sta un’altra notizia, se vi sono molti giudizi innanzi ai Tar è perché molti cittadini propongono ricorsi. E come non comprenderli, il problema, infatti, attiene alla qualità e quantità delle leggi, sempre più scadenti e sempre più numerose.

Qui tanto la P. A. quanto il cittadino possono trovarsi in difficoltà e adire il giudice amministrativo per avere chiarezza.

Applicare norme malfatte può comportare procedimenti a loro volta imperfetti o rallentati.

È questo che vogliamo considerare sinonimo di “blocco” per l’Italia o forse sarebbe il caso di prendersela con il pressappochismo legislativo del nostro Paese?

Antonella Trentini,

presidente dell’Unione Nazionale

Avvocati Enti Pubblici (Unaep)

 

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