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Il governo deposita gli emendamenti: la riforma penale è a un bivio

C’è tempo fino a martedì per presentare i subemendamenti ma l’esecutivo vuole procedere spedito e chiudere già entro la prossima settimana con chi ci sta. In attesa dell’incontro tra Draghi e Conte, il M5s proverà a buttare la palla in corner
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La guardasigilli Marta Cartabia ha depositato in commissione Giustizia alla Camera gli emendamenti alla sua riforma. Ventisei proposte, approvate dal Consiglio dei ministri la scorsa settimana, che intervengono sulla riforma del processo penale dell’ex ministro Alfonso Bonafede e che per questo saranno protagonisti del braccio di ferro tra via Arenula e il Movimento 5 Stelle nei prossimi giorni. I subemendamenti dovranno essere presentati entro martedì alle 10 e la maggioranza, ad esclusione dei pentastellati, punta a portare il testo in aula entro la prossima settimana.

«Venerdì prossimo sì svolgeranno nuove audizioni tra i nominativi che domani (oggi, ndr) i gruppi indicheranno – ha detto Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia di Montecitorio – La prossima settimana sarà dunque uno snodo importante». L’impressione è che la parola «snodo» sia un eufemismo, perché sia in commissione che in aula si prevede una vera battaglia. Che potrebbe essere sbloccata solo dall’incontro tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, che ha fatto sapere di non aspettarsi stravolgimenti alle proposte della Cartabia, e l’ex inquilino di palazzo Chigi, Giuseppe Conte, tornato alla ribalta dopo l’accordo (o meglio, la tregua) con Beppe Grillo. Incontro che dovrebbe svolgersi all’inizio della prossima settimana.Con la riforma Cartabia vengono introdotti tempi fissi oltre il quale scatta l’improcedibilità, cioè due anni per il processo d’Appello e un anno per quello in Cassazione, con delle eccezioni per i reati gravi come mafia, terrorismo, traffico di droga, violenza sessuale, rapina, estorsione, sequestro e, dopo l’insistenza del M5S, anche per corruzione e concussione: in questi casi i tempi dei processi potranno essere prorogati fino a tre anni per l’Appello e a un anno e mezzo per la Cassazione.

Il Movimento proverà a salvare il salvabile cercando, da un lato, di allungare i tempi di approvazione della riforma alla Camera e dall’altro di evitare che venga blindata. Il problema è che in aula saranno da soli a combattere questa battaglia, se è vero che dopo l’incontro tra Draghi e il segretario del Pd, Enrico Letta (ai quali sono seguiti quelli con Tajani e Salvini) l’esecutivo ha accelerato sul calendario. I Cinque stelle probabilmente si aspettavano un atteggiamento diverso dal Nazareno, che però sta tirando dritto per evitare di lasciare la palla nel campo di Salvini, viste anche i numeri traballanti al Senato sul ddl Zan.

«La riforma della giustizia serve ai cittadini ma anche alle imprese – ha detto Letta – Sapere che l’arbitro c’è e che le regole sono applicate è un messaggio di cui il Paese ha fortemente bisogno». Difficile che si arrivi a un accordo entro la prossima settimana, ma prima della pausa dei lavori parlamentari il governo vuole l’ok di Montecitorio (mentre a palazzo Madama si tenterà il semaforo verde al processo civile). «La riforma della giustizia nella sua pluralità di interventi dal processo penale al civile fino alle misure alternative al carcere e alla risoluzione stragiudiziale delle controversie è sicuramente un primo passo per la riaffermazione della civiltà giuridica recuperando lo spirito della Costituzione – ha spiegato la capogruppo di Forza Italia al Senato, Anna Maria Bernini – Una riforma che lascia necessariamente fuori la separazione delle carriere e dei Csm, ma nonostante questo l’esercito giustizialista, con in testa l’Anm, si è già messo in azione per bloccare tutto. Questa volta indietro non si torna: in Parlamento ci sono infatti, finalmente, i numeri per porre fine alla deriva giacobina». Lo afferma in una nota la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini.

Intanto la Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia perché la legislazione nazionale che regola l’attività dei magistrati onorari, inclusi i giudici di pace, non è pienamente in linea con il diritto Ue in materia di lavoro: i magistrati onorari non hanno status di lavoratori e quindi non godono delle relative tutele (come malattia e maternità), non hanno rimborsi per le spese legali in cui incorrono, non sono tutelati contro l’abuso di contratti a tempo determinato in successione, e non hanno neanche la possibilità di fare causa contro questi abusi. Inoltre «l’Italia non ha creato un sistema idoneo a misurare l’orario di lavoro dei magistrati onorari». Roma ha due mesi di tempo per rispondere; in caso contrario la procedura andrebbe avanti con un parere motivato.

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