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Cavallotti all’amministratore giudiziario delle aziende sequestrate “per sbaglio”: «Credo ancora nella giustizia, e lei?»

Pietro Cavallotti
Lungo messaggio su facebook del giovane imprenditore siciliano vittima delle incredibili ingiustizie prodotte dalla “prevenzione antimafia” al tempo di Saguto. È la replica alle accuse rivolte alla famiglia Cavallotti da un amministratore giudiziario, Modica de Mohac, ora sotto procedimento penale dopo gli esposti della stessa famiglia
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Forse sarebbe stato inimmaginabile, una decina d’anni fa, trovarsi di fronte a un giovane imprenditore, figlio di una famiglia laboriosa e un tempo protagonista della metanizzazione in Sicilia, diventare l’alfiere di una grande battaglia contro le distorsioni dell’antimafia. Oggi Pietro Cavallotti, delle cui incredibili vicende il Dubbio si è più volte occupato, svolge un’opera di divulgazione quotidiana sui guasti e le feroci ingiustizie prodotte dalle misure di prevenzione.

Una prassi disfunzionale culminata nella presidenza Silvana Saguto alla sezione del Tribunale di Palermo preposta a tali attività.

Al centro delle battaglie di Cavallotti, sono anche gli amministratori giudiziari che hanno gestito aziende come quelle della sua famiglia o di decine di altri imprenditori assolti eppure trattati da mafiosi, privati dei loro beni. In una lunga lettera pubblicata su facebook, il giovane imprenditore siciliano si rivolge a uno di questi amministratori “nominati” da Tribunale, Andrea Modica de Mohac. Vi proponiamo di seguito il testo del lungo messaggio.

Egregio dottore Modica,

Vengo a conoscenza da Livesicilia dell’ennesimo procedimento penale (contro ignoti) che coinvolge qualche atto della sua lunga attività di amministratore giudiziario. Le auguro di uscirne pulito anche questa volta, per l’insussistenza dei reati ipotizzati o, indipendentemente dalla veridicità dei fatti, per il maturare della prescrizione, come già successo in passato. Vede, egregio dottore Modica, lei afferma che “potrebbe essere interessante ragionare” sui fini perseguiti da coloro che stanno cercando di diffamarla. Sono d’accordo con lei ma, di sicuro, a diffamarla non siamo noi.

Lei deve dare conto agli altri amministratori giudiziari, all’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati e ai militari della Guardia di Finanza che hanno contestato il suo operato. Lei deve rispondere a quei giudici che l’hanno condannata a pagare circa tre milioni di euro, evidentemente scambiando per mala gestio il grandissimo lavoro che lei ha svolto nella Tosa. Sempre nell’interesse della comunità s’intende.

Tutto ciò che i miei familiari hanno ritenuto opportuno contestare in merito al suo operato lo hanno rappresentato con istanze e segnalazioni al Tribunale ed esposti in Procura.

In Italia succede che persone assolte subiscono la confisca del patrimonio, sulla base di semplici sospetti. Certi esposti, invece, per molti anni, rimangono incagliati in qualche cassetto delle nostre Procure in attesa della prescrizione. Si sa che la giustizia è una questione di “correnti ascensionali”: ci sono sequestri e confische che spiccano il volo e procedimenti che, invece, non riescono a librarsi nel cielo. Ma che le dico a fare? Sono certo che anche lei condividerà con me l’idea che la giustizia in Italia non funziona. Anche lei, egregio dottore Modica, è una vittima della “giustizia”.

A proposito: la invito ad iscriversi al Partito Radicale e a Nessuno tocchi Caino. Io – che in tutti questi anni ho cercato di spersonalizzare il dramma vissuto dalla mia famiglia – non ho mai puntato il dito contro di lei. Ho sempre cercato di mettere in luce la criminalità di un sistema normativo che ha permesso a lei e a tanti altri illustri professionisti di arricchirsi (lo ribadisco: legalmente) sulle spalle delle persone che nella loro vita hanno sempre lavorato con umiltà e dedizione.

Io le auguro le migliori fortune. La sua disfatta non è per noi una vittoria. Noi stiamo semplicemente facendo una battaglia nonviolenta contro la violenza della legge. Noi stiamo lottando non contro di lei ma per avere indietro ciò che rimane dei sacrifici di una vita di lavoro onesto.

Piuttosto, non comprendo per quale motivo lei abbia citato in causa la mia famiglia rispetto ad un procedimento – quale quello pendente a Caltanissetta – con il quale la mia famiglia non c’entra nulla. Quel procedimento penale non è scaturito da nostri esposti e il riferimento alla mia famiglia non mi pare che sia di aiuto alla sua difesa rispetto ai reati contestati. Se non conoscessi le sue buone intenzioni e la sua nobiltà d’animo, potrei pensare che il suo obiettivo è solo quello di gettare ulteriore fango addosso ad una famiglia di persone laboriose che, da oltre vent’anni, lotta per la libertà e la giustizia. Il fango, però, scivolerebbe via con la stessa velocità con cui il vento porta via le parole vuote, dettate dalla rabbia e dal rancore personale.

Ad ogni modo, la sua impropria citazione, mi offre l’occasione per ricordare le eroiche gesta del cavaliere Andrea Modica de Mohac. Lei, prima ancora che stimato professionista e manager di successo, è persona perbene. La stimo molto perché, con l’abilitazione di commercialista, ha imparato a gestire – per giunta contemporaneamente – aziende complesse che operano in settori diversi. Conquistando negli anni – per meriti, “impermeabilità alla mafia”, e non per raccomandazioni o titoli nobiliari – la fiducia dei magistrati che di volta in volta le hanno conferito incarichi, mettendole nelle mani la vita di tante persone. Gli stessi magistrati che – come lei stesso ricorda – hanno autorizzato, ratificato o avallato il suo operato.

Gli stessi che, dopo averla avallata, hanno confiscato le aziende da lei amministrate con motivazioni che noi abbiamo sempre contestato. Ed è questo il problema, a mio avviso, non la sua gestione.

Non voglio lusingarla, però lei era davvero bravo. Lo era a tal punto che riusciva a gestire le nostre aziende – con i risultati brillanti da lei rivendicati – senza mettere mai un piede in cantiere, senza sporcarsi le mani di terra e la fronte di sudore. E pensare, invece, che i miei familiari erano così poco capaci che, per portare avanti l’azienda – ovviamente con risultati neppure lontanamente paragonabili ai suoi – erano costretti tutte le mattine di tutti i santi i giorni ad andarsene in cantiere insieme agli operai.

Io la voglio ringraziare a nome di tutta la mia famiglia per avere salvato le nostre aziende dal fallimento al quale azioni scellerate le avevano condannate. Lei ha realizzato il grande miracolo di produrre utili con una società che, in virtù delle convenzioni da noi stipulate, campa di rendita da quasi trent’anni. Complimenti.

Ho sempre pensato che mio padre e i miei zii e, prima di loro, mio nonno si fossero spaccati la schiena di lavoro per mettere su quelle aziende. E ho sempre pensato che quelle aziende fossero state gestite con l’attenzione di un padre che vede in esse il futuro dei propri figli e non un ufficio di collocamento dal quale drenare compensi per amici, parenti, coadiutori e professionisti vari. La ringrazio per avere ceduto i nostri rami d’azienda ad altre società in amministrazione giudiziaria che le hanno a loro volta rivendute, realizzando una plusvalenza. È la Guardia di Finanza, in realtà, a mettere in dubbio che tale cessione abbia portato un vantaggio per le nostre società: “Se [la Comest] avesse mantenuto le reti cedute, – sostiene la Guardia di Finanza – avrebbe percepito compensi per il solo fatto di consentire alle aziende fornitrici, il transito del gas nelle proprie reti, verso gli utenti finali”.

Ma è solo una questione di punti di vista. Cosa vuole che ne capiscano questi finanzieri delle operazioni di alta finanza?

Le sinergie tra aziende in amministrazione giudiziaria, risultato raffinato di certa “ingegneria della legalità”, erano la specialità della Sezione, alla quale lei ha sempre recato lustro insieme a qualche altra brava persona che, solo per un errore giudiziario, è caduta in bassa fortuna, subendo condanne da parte del Tribunale di Caltanissetta. Ma sono certo che anche loro, come lei, otterranno giustizia.

La ringrazio, infine, a nome di tutti quei nostri ex dipendenti che, durante gli anni della sua attenta gestione, hanno perso il posto di lavoro. Sa, dottore Modica, in tutti questi anni mi sono chiesto quanto lei abbia guadagnato amministrando le nostre aziende non certamente nell’interesse suo personale ma – come dicono gli esperti – “nell’interesse di chi spetta”.

Magari – adesso che ha deciso di rompere il silenzio mediatico – ce lo può dire.

Da quello che lei rappresenta, al momento del sequestro, le società erano praticamente fallite e lei le ha salvate. Fantastico! Sicuramente, lo avrà fatto riducendo i costi e rinunciando ai suoi compensi. E anche di questo la ringrazio.

Mi chiedo lei dove abbia trovato il tempo di fare l’ispettore all’interno delle nostre aziende, di conferire incarichi a professori universitari di spessore e, nel frattempo, continuare a gestire cantieri, mezzi e persone. I miei familiari non avevano neanche il tempo di respirare e lei, mentre “amministrava”, trovava il tempo di fare indagini, investigazioni, relazioni ai giudici per segnalare altri beni da sequestrare oppure operazioni sospette. Se non è questo un caso di “dono dell’ubiquità”, deve trattarsi sicuramente della grande capacità di investigare sull’azienda e, al contempo, fare gli interessi della stessa.

Lei adesso elenca una serie di criticità di natura fiscale, tributaria e contabile che lei dice di avere rappresentato a suo tempo al Tribunale. Tutte contestazioni rispetto alle quali noi non abbiamo potuto neanche difenderci perché semplicemente – secondo le regole del processo di prevenzione – non ne siamo stati messi al corrente. Le relazioni dell’amministratore giudiziario, infatti, non sono ostensibili. Ciò vuol dire che un amministratore giudiziario può dire al giudice tutto quello che vuole senza che l’incolpato abbia modo di difendersi. Ma del resto, che senso ha la difesa in un processo inquisitorio se non quello di ostacolare i giudici e i loro fedeli ausiliari nel raggiungimento di un obiettivo sacro quale la “legalità”?

Eppure, rifletto: a giudicare dalla mole di lavoro che il gruppo imprenditoriale della mia famiglia ha svolto dalla data della costituzione della prima società alla data del sequestro (circa 180 miliardi di lire), pensavamo di avere creato sviluppo, posti di lavoro, un futuro solido per l’intera comunità belmontese. Centinaia di persone hanno potuto costruire il benessere della propria famiglia lavorando coi Cavallotti.

Lei ha ragione: l’arresto (ingiusto) dei miei familiari ha segnato un duro colpo per le aziende. Le banche hanno bloccato i mutui, i comuni hanno revocato le concessioni che, come lei sa, furono poi affidate con un patto di legalità alla mafia che realizzò i lavori aggiudicandosi svariati miliardi di lire di finanziamenti pubblici. Molto probabilmente, se lo Stato non si fosse accanito con tale brutalità contro di noi, la mia famiglia oggi sarebbe a capo di uno dei più grandi gruppi industriali del Sud Italia. Così non è stato. Tuttavia, nella grande sfortuna, abbiamo avuto la grande fortuna di trovare un amministratore giudiziario bravo come lei che ha salvato tutta la baracca.

Si ricorda quando lei convocò i miei familiari proponendogli di firmare una lettera con la quale loro avrebbero dovuto avallare il suo operato in seno alle nostre aziende? Mi sono sempre chiesto il perché di questa sua azione. Mi spiego meglio: posto che lei ha amministrato egregiamente, moltiplicando gli utili di esercizio come Qualcuno prima di lei moltiplicava i pani e i pesci, che motivo aveva di chiedere la manleva?

Ma, soprattutto, mi sono sempre chiesto perché, dopo averli contattati e incassato il diniego, dopo molti mesi, lei segnalò al Tribunale l’azienda di noi figli. Se lo ricorda? Lei disse al Tribunale che la nostra azienda, l’Euro Impianti plus s.r.l. (oggi in liquidazione ma questa è un’altra storia), era in “concorrenza potenziale” con la Comest. Come ha potuto fare una simile affermazione? Lei stesso, già a partire dal 2002, aveva rinunciato all’attività conto terzi, aveva deciso di occuparsi solo delle reti di proprietà della Comest, esternalizzandone, peraltro, i lavori ad una società di nuova costituzione, la Cogetec. Se lo ricorda?

Ancora oggi non comprendo che concorrenza noi figli avremmo potuto farle nel 2006 – anno in cui abbiamo costituito la nostra società – se già nel 2002 lei aveva rinunciato all’attività conto terzi, non partecipava più a gare di appalto e si occupava solo della gestione delle reti realizzate dai miei familiari prima del sequestro.

Lei lamenta che l’Imet ha ceduto il ramo d’azienda ad una società di nuova costituzione (l’Eurocostruzioni), e poi, però, non dice che la stessa operazione l’ha realizzata lei, affidando i lavori della Comest alla Cogetec, di cui era amministratore unico tale Vincenzo Parisi.

Si tratta dello stesso Parisi che, come riporta la Guardia di Finanza, dichiarò nell’ambito di altro procedimento penale nei suoi confronti che “l’azienda da lui amministrata era stata costituita per [sua] volontà […] senza, almeno all’inizio, un preciso scopo”. Sempre secondo la Guardia di Finanza, con quella società, furono eseguiti lavori edili in un immobile di proprietà di suo fratello e di sua cognata. È solo una coincidenza, inoltre, che nella Cogetec abbiano trovato occupazione circa venti dipendenti che provenivano dalle nostre aziende.

L’altra coincidenza è che la Cogetec, dal febbraio 2005 all’ottobre 2007, aveva come depositario delle scritture contabili l’Integré Sicilia s.r.l. che – sono parole della Guardia di Finanza – “da pregressa attività di polizia giudiziaria” era a lei riconducibile.  E, intanto, da quella segnalazione fantasiosa sono partite le indagini che hanno portato al sequestro della nostra società, successivamente dissequestrata dopo “appena” sette anni e mezzo. Ma anche questa è un’altra storia.

La saluto facendo un’ultima riflessione. Lei ha guadagnato bene amministrando aziende sequestrate – a torto o a ragione – ad altre persone. Noi – ingiustamente – abbiamo perso tutto, però, abbiamo mantenuto la dignità, la speranza e la fiducia nei confronti della parte sana dello Stato.

Pietro Cavallotti

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