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Santa Maria Capua Vetere, “macelleria sammaritana” tra violenze e depistaggi

Sono 52 le misure cautelari, emesse dal gip su richiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Interdetto il provveditore regionale. Non solo i video, ma anche le chat proverebbero il pestaggio del 6 aprile del 2020
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Al carcere di Santa Maria Capua Vetere gli agenti penitenziari avevano formato “un corridoio umano” al cui interno erano costretti a transitare i detenuti, ai quali venivano inflitti un numero impressionante di calci, pugni, schiaffi alla nuca e violenti colpi di manganello.

Accerchiati e colpiti quando erano al suolo

In alcuni casi, poi, le plurime percosse inflitte ai detenuti si sono trasformate in prolungati pestaggi, durante i quali i detenuti sono stati accerchiati e colpiti da un numero esorbitante di agenti, anche quando si trovavano inermi al suolo.

Per il Gip si è trattato di «un’orribile mattanza»

Non solo i video, ma anche le chat comproverebbero l’avvenuto pestaggio al carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile del 2020. Cinquantadue misure cautelari, otto arresti e 18 a domiciliari. Nell’ordinanza di oltre 2000 pagine vengono contemplate misure cautelari per reati gravissimi nei confronti degli agenti penitenziari e funzionari senza precedenti nella storia delle carceri del nostro Paese, nemmeno durante gli anni di piombo.

«Una orribile mattanza», sintetizza il Gip che ha emesso l’ordinanza. Alcuni degli agenti penitenziari raggiunti da una custodia cautelare in carcere, secondo quanto emerge dalle indagini, stavano provando a depistare le indagini sui presunti pestaggi avvenuti al carcere campano di Santa Maria Capua Vetere.

Otto gli agenti tratti in arresto e 18 ai domiciliari

Delitti di concorso in molteplici torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio.

Questi sono i reati contestati che hanno giustificato l’emissione di 52 misure cautelari nei confronti degli appartenenti al corpo della polizia penitenziaria coinvolti nella presunta mattanza avvenuta ne confronti dei detenuti allocati nel “reparto Nilo” del carcere campano.Otto sono gli agenti tratti in arresto e 18 ai domiciliari, tra cui il comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti del Centro penitenziario di Napoli Secondigliano e il comandante dirigente della Polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere.

23 misure cautelari interdittive della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio

Sono 3 le misure cautelari coercitive dell’obbligo di dimora nei riguardi di tre ispettori della polizia penitenziaria. Mentre sono 23 le misure cautelari interdittive della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio rispettivamente rivestito, per un periodo diversificato che va tra i 5 ai 9 mesi.

Interdetto anche il Provveditore regionale Antonio Fullone

Tra quest’ultimi c’è anche Antonio Fullone, il Provveditore delle carceri della Campania. Le indagini sono originate dagli eventi del 6 aprile 2020, che sono successivi alle manifestazioni di protesta di alcuni detenuti ristretti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere avvenute il 9 marzo ed il 5 aprile dello stesso anno.

In particolare il 9 marzo, un gruppo di 160 detenuti del reparto “Tevere” (diverso da quello ove poi si consumeranno le violenze) dopo aver fruito dell’orario di passeggio, rifiutava di entrare nel reparto, protestando per la restrizione dei colloqui personali imposta dalle misure di contenimento del contagio da Covid.

Organizzata una perquisizione straordinaria dopo la protesta del 5 aprile

Il 5 aprile seguiva una ulteriore protesta, operata da un numero imprecisato di detenuti del reparto “Nilo” e attuata mediante barricamento delle persone ristrette, motivata dalle preoccupazioni insorte alla notizia del pericolo di contagio conseguente alla positività di un detenuto al Covid. La protesta rientrava nella tarda serata, anche mediante l’opera di mediazione e persuasione attuata dal personale di polizia penitenziaria del carcere e del magistrato di sorveglianza.

All’esito della seconda protesta, nella giornata del 6 aprile, veniva organizzata una perquisizione straordinaria, generalizzata, nei confronti della quasi totalità dei detenuti ristretti nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Durante la perquisizione si sarebbero verificate le violenze

Ed è lì che si sarebbe verificata una vera e propria macelleria messicana. «L’estrema brutalità della aggressioni subite, il tipo di umiliazioni loro imposte dagli agenti di polizia penitenziaria, le reazioni emotive manifestatesi nel corso della perquisizione stessa (molti detenuti a seguito delle percosse hanno cominciato a piangere ed uno di essi è addirittura svenuto) erano peraltro tutti elementi che rendevano chiara la sussistenza di un misurabile trauma psichico delle vittime», questa la descrizione fatta dalla procura.

Una brutalità avvenuta in maniera pianificata e accurata, tanto da impedire alle vittime di far conoscere i propri aggressori: i detenuti erano infatti costretti a camminare a testa bassa e nella sala di socialità erano posti con la faccia al muro.

Tante le segnalazioni dei familiari dopo la presunta mattanza

All’indomani della presunta mattanza, diverse sono state le segnalazioni dei famigliari dei detenuti che hanno subito l’irruzione di un gruppo di quasi 300 agenti penitenziari. Molti di loro sono del personale esterno, ovvero del “Gruppo di Supporto agli interventi”, istituto alle dipendenze del Provveditore regionale Antonio Frullone.

Il garante regionale della Campania Samuele Ciambriello – attraverso le testimonianze raccolte dall’associazione Antigone e la lista dei nominativi dei detenuti pronti a testimoniare -, aveva inviato una richiesta al capo della Procura sammaritana, Maria Antonietta Troncone.

Il Dubbio aveva pubblicato la testimonianza e le foto delle ferite di un detenuto picchiato

Il garante regionale aveva chiesto di accertare se fossero attendibili i racconti che emergevano dalle telefonate e se fossero stati commessi episodi penalmente rilevanti da parte di alcuni agenti penitenziari. Si era attivato anche Pietro Ioia, garante dei detenuti del comune di Napoli, rendendo pubbliche le foto del detenuto (testimonianza riportata da Il Dubbio il 13 aprile 2020) che era uscito dal carcere. Foto che presentavano ecchimosi per tutto il corpo e che anche il nostro giornale ha pubblicato.

Sentito da Il Dubbio, il garante Pietro Ioia così commenta i fatti odierni: «Quando successero questi episodi di violenza, a me mandarono una foto con un fondoschiena che era stato colpito da uno stivale. Da Garante subito la pubblicai, perché fatti del genere non devono accadere. Noi garanti non vogliamo buttare benzina sul fuoco, ma solo acqua perché non vogliamo mai più che ci siano le violenze nelle carceri di tutta Italia».

Il garante campano Ciambriello: «Non si tratta di nuocere il corpo di polizia penitenziaria»

Interviene anche il garante regionale Samuele Ciambriello: «Qui non si tratta di nuocere il corpo di polizia penitenziaria. Le mele marce, però, vanno individuate e messe in condizione di non screditare più il corpo cui appartengono e di non alimentare tensioni nelle carceri. Va fatta giustizia senza se e senza ma. Più volte ho manifestato apprezzamento per il lavoro svolto dagli agenti di polizia penitenziaria e non ritengo che siano venuti meno gli elementi su cui ho fondato il mio giudizio», e aggiunge: «In qualità di Garante delle persone ristrette della Campania, allo stato, mi sento di invitare l’opinione pubblica a non cedere alla tentazione di imbastire “processi sommari” prima che i fatti realmente accaduti vengano effettivamente accertati».

Gennarino De Fazio, il segretario Generale della Uilpa, così commenta la notizia: «Se le proporzioni fossero davvero quelle che sembrano emergere, quanto accaduto confermerebbe che il sistema complessivo non funziona, che l’esecuzione carceraria va reingegnerizzata e che l’Amministrazione penitenziaria va rifondata».

Il ministero della Giustizia ha fatto sapere di seguire con preoccupazione gli sviluppi dell’inchiesta. «La ministra Marta Cartabia, e i vertici del Dap – sottolinea una nota di via Arenula – rinnovano la fiducia nel corpo della Polizia Penitenziaria, restando in attesa di un pronto accertamento dei gravi fatti contestati».

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