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Csm, Cartabia: “Le riforme non bastano senza un rinnovamento dei costumi”

«Nessuna cornice normativa, per quanto innovativa e radicale, potrà di per sé generare quello stile e quella statura che i cittadini si attendono dal giudice», dice la guardasigilli. Santalucia: «Anm attore importante di una ripresa del necessario rigore etico»
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«Le riforme aiuteranno, ma non saranno risolutive se non saranno accompagnate da un rinnovamento dei costumi, da parte di ciascuno, sul piano personale, e da parte dell’intera categoria». Lo sottolinea la ministra della Giustizia Marta Cartabia, nel suo discorso per l’evento in Cassazione organizzato dall’Anm in memoria di Rosario Livatino, il giudice, oggi beato, assassinato dalla mafia nel 1990.

«Possiamo modificare l’organizzazione e i sistemi elettorali dell’organo di autogoverno, possiamo cambiare le regole per le nomine e rafforzare tutte le possibili incompatibilità e i divieti, possiamo rivedere i meccanismi dei giudizi disciplinari: possiamo discutere su ogni riforma possibile, lo stiamo facendo e lo faremo. Ma tutto questo, dobbiamo esserne consapevoli – ha sottolineato Cartabia – potrà al più aiutare a contrastare le patologie, ma nessuna cornice normativa, per quanto innovativa e radicale, potrà di per sé generare quello stile e quella statura che i cittadini si attendono dal giudice».

«In questa stagione storica segnata, non possiamo sottacerlo, da una profonda crisi della magistratura e da una altrettanto profonda e assai preoccupante lacerazione del rapporto di fiducia con i cittadini – “Ministro, come possiamo avere fiducia nella giustizia?” mi sento chiedere in ogni occasione, specie dalle più giovani generazioni – in questa stagione così difficile quelle parole- indipendenza, credibilità, travaglio- consegnateci dal beato giudice Livatino, possono essere una traccia per ripartire, così come la sua breve, riservata e operosa esistenza un punto di riferimento per contrastare lo smarrimento», continua la guardasigilli. «Per ricominciare occorre avere negli occhi un modello positivo», aggiunge.

«L’indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni; ma l’indipendenza del giudice – scriveva Rosario Livatino – risiede anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari: tuttora consentiti ma rischiosi. E nella rinuncia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza». «Un testamento morale, che riletto oggi diventa una traccia da cui ripartire, per tornare ad essere innanzitutto “credibili”, agli occhi di quel popolo, nel cui nome viene amministrata la giustizia», ha concluso.

Santalucia: «Anm attore importante di una ripresa del necessario rigore etico»

«La crisi di credibilità di cui tutti oggi dicono non è solo questione di nuove regole e non chiama in causa soltanto il legislatore, affinché pensi e realizzi riforme che possano arginare il pericolo delle degenerazioni, ormai comunemente appellate come correntizie. È anche, se non soprattutto, una crisi culturale», dice invece il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, nel corso dell’evento. «Su questo terreno, attore importante di una ripresa del necessario rigore etico è proprio l’Anm: una reazione alla capacità diffusiva di comportamenti eticamente discutibili sta anzitutto nella riaffermazione dei valori della professione attraverso l’esempio che proviene da quanti ne hanno saputo essere interpreti straordinariamente fedeli».

Livatino, ha ricordato il presidente dell’Anm, «tratteggiava la figura del magistrato, il profilo del dover essere, come persona seria, equilibrata e responsabile e aggiungeva che il magistrato deve essere ’una persona umana capace di condannare ma anche di capire». Un monito, secondo Santalucia, «di grande importanza: l’accento è non soltanto sulla capacità di essere rigorosi applicatori della legge, con tutto il carico di severità punitiva che a volta essa esprime, ma sull’attitudine alla comprensione dell’uomo che si ha difronte». Per essere «all’altezza di un compito talmente arduo -ha osservato ancora il leader del sindacato delle toghe -occorre però essere indipendenti, realmente indipendenti, e quindi sperimentare l’indipendenza come forma mentale, costume di vita, coscienza di un’entità professionale, per mutuare le parole di una lontana ma attualissima sentenza della Corte costituzionale. Sembrano traguardi irraggiungibili, alla portata appunto di figure eroiche, come quella di Rosario Livatino. A noi per intanto – ha concluso – spetta il compito di non perderli di vista e di non smarrire la direzione che essi tracciano».

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