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Trojan, il gup dice no a Palamara. L’ex pm: «Tre file non trasmessi»

Per il giudice le intercettazioni sono utilizzabili. L’ex presidente dell’Anm insiste: «Faremo ricorso alla Cedu e alla Cassazione, la battaglia per la verità continua»
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Le intercettazioni effettuate con il trojan installato nel telefono dell’ex consigliere del Csm Luca Palamara sono utilizzabili nel processo che lo vede imputato a Perugia. È quanto ha stabilito ieri il gup, Piercarlo Frabotta, che ha respinto la richiesta adi perizia sui server della Rcs, società che ha gestito le intercettazioni, avanzata dai legali dell’ex magistrato. Perizia a cui si erano opposti i pm della procura di Perugia, Gemma Miliani e Mario Formisano.

Per il giudice, le intercettazioni sarebbero state effettuate nel «pieno rispetto» delle norme, in particolare dell’articolo 268 del codice di procedura penale. Tutto sarebbe avvenuto in «condizioni di sufficiente protezione quanto al transito sicuro del flusso dal telefono infetto al server finale di destinazione». In sostanza, per il gup il server di Napoli, benché sconosciuto alla procura, sarebbe da considerare un server di transito, autorizzato, in ogni caso, perché all’interno di un ufficio giudiziario. Ma la difesa contesta: «Tre file tra quelli analizzati dalla Polizia Postale non sono mai arrivati a Roma».Secondo quanto certificato dagli uomini del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, sul server Css di Napoli sono state individuate in tutto 24 cartelle, contenenti 20 file relativi al captatore informatico sullo smartphone di Palamara, ancora presenti sul server della Rcs. Proprio per questo motivo, secondo la difesa, non si potrebbe parlare di una macchina di “transito”. I file sono stati creati nell’arco di tempo che va dal 4 maggio 2019 alle ore 20.13 al 29 maggio dello stesso anno alle ore 11.15. Di questi, 19 file sono audio «intelligibili» e tutti trascritti dagli uomini della Polizia postale. «Durante l’ascolto dei file audio sono emerse delle difformità circa la durata prevista, ricavata dai metadati, e quella effettivamente disponibile all’ascolto», si legge nella relazione. I file, dunque, risultano più corti degli originali. Uno dei file, stando ai metadati, ha infatti una durata prevista di 21,34 secondi, mentre la traccia analizzata dura 15,649 secondi. Stessa storia per un secondo file, la cui durata scende da 2 minuti e 3 secondi a 15,649 secondi. E ciò in quanto i due file sarebbero parti di un audio più grande, rispettivamente composto da due e sette prozioni. Un terzo file, inoltre, risulterebbe essere il quarto frammento di un file costituito da 7 parti, motivo per cui non è stato possibile ascoltarlo. In totale, i file hanno una durata media compresa tra 0 secondi e 2 minuti e 3 secondi.

Stando ai periti della difesa, però, il punto sarebbe un altro. Ovvero che «il server occulto e non autorizzato di Napoli» riceveva i dati captati dal telefono in chiaro, li registrava, li elaborava «e non li trasmetteva tutti a Roma», tanto che, due anni dopo, «ci sono frammenti di audio mai trasmessi», come emerso dalle tracce a disposizione. Da qui il dubbio che possano esistere altri dati «non trasmessi e cancellati», così come il famoso audio della cena con l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, non individuato dall’ispezione. E anche la collocazione di questi server in Procura nel 2019 non sarebbe certa, secondo la difesa: «Fastweb non ha controllato direttamente gli indirizzi forniti da Rcs – affermano – e Centro Direzionale isola E/5 è un indirizzo diverso da quello in cui oggi è stato trovato il server. Del resto, l’indirizzo di via Giovanni Porzio 13, quarto piano, fornito da Rcs a Fastweb è palesemente falso, essendo uno stabile di un solo piano (consulenza topografica)».

«Con il nostro tecnico abbiamo riscontrato che tre file tra quelli analizzati dalla Polizia Postale non sono arrivati a Roma – ha spiegato l’avvocato Benedetto Buratti che, insieme a Roberto Rampioni e Mariano Buratti, difende l’ex presidente dell’Anm -. Durante l’ispezione disposta dalla Procura di Napoli e le operazioni irripetibili disposte dal gup di Perugia e dalla procura di Firenze non si è accertato nulla rispetto alla traccia lasciata dal trojan sul server Css di Napoli l’8 settembre 2019. Noi insistiamo dunque sulla inutilizzabilità delle intercettazioni e sulla richiesta di una perizia completa sul server».«Siamo sempre stati certi che il lavoro fosse stato fatto in modo corretto – ha dichiarato il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone -. Abbiamo individuato e portato gli aspetti critici all’esame del giudice ma siamo stati sempre confidenti e consapevoli che le intercettazioni erano state svolte in modo regolare. E oggi il giudice lo ha riconosciuto». Palamara, intanto, attende gli esiti degli accertamenti disposti dalla procura di Firenze, che indaga sui reati commessi ai danni dei magistrati di Perugia. «La battaglia per la verità anche sul trojan continua – ha dichiarato -. Ricorreremo nelle sedi opportune, in Cassazione e alla Corte Europea». La prossima udienza è ora prevista per l’8 luglio, giorno in cui inizierà la discussione da parte della procura.

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