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Caro ministro Speranza, ha mai sentito parlare di consenso informato?

La decisione di interrompere Astrazeneca anche per le seconde dosi è criticata da buona parte dei virologi e rischia di favorire la scelta no-vax
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Nessuno ci potrà mai togliere dalla testa le convinzione che la scelta di interrompere Astrazeneca sia stata una risposta emotiva legata alla tragica morte della giovanissima Camilla. Iniziamo col dire subito che una ragazza di quell’età e in quelle condizioni di salute probabilmente non sarebbe mai dovuta entrare in un hub vaccinale di Astrazeneca. Era infatti noto da tempo il potenziale rischio trombotico per le giovani donne, tanto più con un quadro clinico come quello di Camilla. Dunque qualcuno dovrà spiegarci come mai la sorveglianza territoriale e la compilazione della scheda anamnestica non abbiano funzionato, non siano state in grado di fermare Camilla e proporle un vaccino diverso. Ma tutto questo non ha nulla a che fare con la campagna vaccinale basata su Astrazeneca. O meglio, non avrebbe dovuto aver nulla a che fare.

E invece sul tavolo del ministero della salute e del Cts, la morte di Camilla è piombata come un uragano emotivo che ha indotto scelte drastiche ma decisamente affrettate. Nel giro di 24 ore il ministero, il Cts e l’Aifa hanno deciso di interrompere Astrazeneca per gli under 60 compreso chi – cosa davvero incomprensibile – aveva già effettuato la prima dose. Insomma, il ministro Speranza e i consulenti del Cts hanno anteposto ragioni e valutazioni politiche a quelle mediche: un populismo scientifico non solo intollerabile ma anche pericoloso. E che quella decisione fosse quantomeno affrettata lo dimostrano le innumerevoli critiche che continuano ad arrivare da una parte della comunità scientifica italiana ed europea. A cominciare dall’Ema, la quale, nelle stesse ore in cui Speranza firmava il decreto di stop di Astrazeneca, ribadiva il proprio ok a quel vaccino da sempre considerato tra i più sicuri ed efficaci. Ma in barba ai dati statistici ribaditi da Ema, il ministro Speranza, sempre su indicazione del Cts, decideva di imporre il mix vaccinale. Di qui lo stupore di un numero crescente di epidemiologi, virologi e statistici medici i quali facevano presente da giorni un dato semplice, semplice: il rischio della seconda dose di Astrazeneca per gli under 50 potrebbe essere decisamente inferiore del rischio indotto dal mix vaccinale. Insomma, secondo la gran parte degli operatori sanitari la scelta di Speranza sarebbe ben più rischiosa.

Tra i più decisi oppositori troviamo anche l’ex direttore dell’Aifa il quale dice una cosa altrettanto semplice: studi sul mix non ce ne sono, – non abbastanza, almeno – e “la tendenza a usare quando conviene ricerche estemporanee invece che sperimentazioni ufficiali con decine di migliaia di pazienti si rivelerà un pericoloso boomerang al primo effetto collaterale che sarà invece grave, gravissimo o potenzialmente fatale”. E poi: “L’Aifa non si premura di spiegare nei dettagli perché prenda questa decisione, assolutamente irrazionale sul piano regolatorio, fornendo solo delle deboli prove a supporto. Deboli sono gli studi clinici citati e pubblicati solo nelle ultime settimane, che possono contare su poche centinaia di pazienti e non condotti in un ambiente controllato come quello delle sperimentazioni cliniche registrative che dovrebbero essere le uniche a meritare l’attenzione di una Agenzia regolatoria”. Parole fortissime scritte, ricordiamo, non da un pericoloso no-vax ma da Luca Pani, direttore dell’Aifa per 4 anni e consulente del ministero per altri 5.E di fronte a questo quadro come devono porsi i cittadini? Perchè alla fin fine è questa la domanda alla quale dobbiamo rispondere.

Cosa può fare una persona obbligata a l’inoculazione del mix vaccinale? Per prima cosa dovrebbe pretendere che Speranza svestisse i panni del buon padre di famiglia per indossare quelli del ministro che si trova di fronte a cittadini senzienti e capaci di intendere e di volere. Nessuno vuol mettere in pericolo la salute pubblica, la gran parte dei cittadini non chiede di non fare il vaccino ma solo di poter valutare la scelta più adeguata, il che riguarda la persona, il singolo, l’individuo e non la collettività. Ognuno di noi ha accesso alla gran parte dei dati messi a disposizione dalla comunità scientifica, può contare su un’informazione dettagliata e sulla rete dei medici di base – peraltro anche loro arrabbiatissimi con Speranza – i quali possono fornire indicazioni che tengano conto della storia clinica del paziente. Dunque, che ci mettano al corrente dei rischi che corriamo ma poi ci diano la possibilità di scegliere: si chiama consenso informato (peraltro è già utilizzato negli hub vaccinali). Certo, capiamo la delicatezza del tema e la difficilissima gestione di un’emergenza pandemica come questa. Sappiamo bene che anche le autorità sono costrette a navigare a vista e che la disponibilità del vaccino, a solo un anno di distanza dai primi contagi, è un vero miracolo della scienza. Ciò non toglie che il ministro Speranza dovrebbe smettere di trattarci come dei bambini, anche perché i sedicenti padri sono preda di una evidente crisi di nervi che potrebbe favorire, e Dio non voglia, la scelta no-vax.

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