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E l’Italia di Draghi divenne il primo alleato degli Usa

G7, il sovranismo di Boris Johnson allontana Londra dall’orbita di Washington. Che oggi sceglie Roma
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È la forza delle cose, e in fondo il G7 in Cornovaglia ne ha dato solo plastica rappresentazione, con Mario Draghi nel ruolo di guida dei vari tavoli di discussione, immortalato poi per l’one-to-one con Biden sulla spiaggia di Carbis Bay: l’Italia si ritrova nel ruolo di principale interlocutore degli Stati Uniti in Europa. Scalzando – e questo ha evidenziato il G7 – l’alleato storico degli Stati Uniti, ovverosia la Gran Bretagna.

Fuor di retorica e di oleografia, si tratta appunto della forza delle cose, della straordinaria convergenza di una serie di fattori. La Gran Bretagna si è chiusa nell’ “UK first”, nella locale versione del sovranismo di governo, e con la Brexit non sarà e già non è più la testa di ponte americana nei mercati europei. E il peso militare del Regno Unito -unico altro elemento di forza- andava comunque agito e concordato direttamente con Londra anche quando essa sedeva al tavolo di Bruxelles. La sintonia di Boris Johnson con Biden è assai diversa da quella con Donal Trump: con Biden -e a questo è servito il G7- gli USA tornano allo storico ruolo di “nazione guida del mondo libero”.

Tornano, in Occidente, i valori guida: multiculturalismo, e dunque atlantismo. Anche se la tenuta politica dell’amministrazione Biden è soggetta alla verifica delle elezioni di mid-term, torna l’affidabilità (realability) verso gli alleati, e l’Europa anzitutto, degli Stati Uniti. E mentre europeismo ed atlantismo sono i valori su cui Mario Draghi ha impostato la cultura di lavoro del proprio governo sin dal discorso di insediamento alla Camere, lo stesso non si può dire di Boris Johnson, tra l’altro pure ammiratore ed emulo notorio di Donald Trump che come lui considerava la Ue e l’euro come una jattura (“Mario sei bravissimo, ma io al tuo posto non avrei salvato l’euro”, ha detto BoJo all’ex presidente della Bce). Sfumature politiche e anche caratteriali a parte, in Cornovaglia la sintonia anglo-americana è stata incrinata anche dal fatto che Johnson ha dichiarato che non intende rispettare gli accordi per la Brexit da lui stesso sottoscritti con l’Europa che prevedono controlli di merci e persone con l’Irlanda del Nord.

Downing Street ritiene che sarebbe messa a repentaglio l’unità del Regno, rischiando invece di certo di rinfocolare lo storico e sanguinoso conflitto angloirlandese, chiusosi solo parzialmente e solo sul finire del secolo scorso, e per questo se alla parole del primo minister seguiranno i fatti, affronterà l’inaffidabilità sulla scena internazionale. Ma a parte che l’allure politica dell’intero arco della presenza di Biden sulla scena pubblica è l’esatto contrario, pare che l’irritazione americana si nutra anche di altro: Biden, oltre che cattolico, è un americano che tiene molto alle proprie origini irlandesi.

La congiuntura astrale, se è lecito dirlo così, che sospinge l’Italia verso un ruolo chiave nel rapporto con gli Stati Uniti si nutre anche di altri elementi. Quelli storico-politici, oltre che culturali, per i quali il medesimo ruolo non può essere esercitato dalla Germania, tornata solo troppo di recente sulla scena delle missioni militari e che ha con Mosca e Pechino relazioni determinate dalle proprie esigenze nazionali (Pechino è tutt’ora il primo partner commerciale della Germania, con scambi per il valore di 212 miliardi di euro nel solo 2020 contro i 170 degli americani, e Washington intende invertire la rotta un po’ lassista che con i cinesi teneva Trump). Mentre la Francia notoriamente e storicamente degli USA è parente-serpente: ottime relazioni, ma competizione altissima, specie in termini geopolitici. L’Italia invece non ha -per molti motivi, il principale dei quali è che non se lo può permettere- alcuna competizione con gli USA, e alcuna mania di grandeur nazionale.

E ha alla propria guida una personalità che negli Stati Uniti è stata allevata, fattore questo che riveste una speciale importanza per gli americani, coi quali è sempre cruciale “parlare la stessa lingua”: e non solo per gli studi all’MIT ma per il training alla Banca Mondiale, prima di approdare in Banca d’Italia. Fu Giuliano Amato -un’altra personalità che parla la stessa lingua degli americani, che arrivarono a proporgli il vertice del FMI- a segnalare al governatore Carlo Azeglio Ciampi quel giovane molto brillante che voleva far ritorno in patria.

Draghi, che poi alcuni decenni dopo di Via Nazionale sarebbe diventato governatore, restò così per qualche tempo al celebrato Ufficio Studi nel quale si era fatto le ossa lo stesso Ciampi. Insomma, le premesse per una partnership privilegiata ci sono tutte (compreso l’atteggiamento del presidente americano, “se rinasco voglio rinascere italiano”, disse al Quirinale durante la sua ultima visita da vice di Obama). Poi si tratterà di affrontare i punti dolenti. Più gli esiti disastrosi che in prospettiva per l’Italia potrebbe avere un’economia sovraperformata come si avvia a diventare quella statunitense e un dollaro forte che non il nostro ruolo in Libia, se è consentita qualche spericolata previsione.

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