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Minori, gli avvocati come “caschi blu” nelle liti familiari

Con la riforma del processo civile, ai legali è attribuita l’importante responsabilità di essere nominati curatori speciali dei minori «nelle ipotesi di elevata conflittualità tra i genitori»
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In un mondo che vede le professioni impegnate sempre di più per sostenere una società etica e sostenibile e i professionisti investire nella responsabilità sociale del proprio ruolo, quali motori indispensabili per una società migliore, è arrivato un buon riconoscimento dai lavori della Commissione Ministeriale, la cosiddetta Commissione Luiso sulla riforma del processo civile. Agli avvocati, sulla base delle riforme indicate nella parte relativa al processo di famiglia, una riforma ampia e improntata a maggior efficienza del sistema, è stata attribuita l’importante responsabilità di essere nominati curatori speciali dei minori “nelle ipotesi di elevata conflittualità tra i genitori in grado di compromettere l’interesse del minore”, con la previsione a tal fine della “creazione di speciali albi presso ciascun Tribunale”.

Tutela dell’infanzia, la giurisprudenza in materia

È un riconoscimento che viene da lontano e che trova fondamento anche in strumenti normativi internazionali, come la Convenzione europea sull’esercizio dei diritti del fanciullo, adottata a Strasburgo il 25 gennaio 1996, la quale indica espressamente la possibilità di una figura, quale quella dell’avvocato, rappresentante del minore nei procedimenti che lo vedono in conflitto di interessi con entrambi i genitori. Già la giurisprudenza di merito, in tempi non molto risalenti, aveva superato il contrario orientamento inaugurato con la sentenza n. 185 del 1986 della Corte Costituzionale, secondo cui nei giudizi di separazione i minori sono (o meglio, erano) rappresentati esclusivamente dai genitori nelle separazioni.

Un primo provvedimento in tal senso è rappresentato dalla pronuncia del Tribunale Ordinario di Milano, Sezione IX Civile, del 20 gennaio 2014. Successivamente la medesima posizione è stata accolta anche nella giurisprudenza di legittimità, in particolare nella sentenza della Corte di Cassazione, Sezione I Civile, del 24 maggio 2018 n. 12957, la quale ha dato rilievo alla autonoma rappresentanza del minore, nella persona di un curatore speciale, nelle situazioni nelle quali la condotta delle parti non renda possibile al giudice comprendere i reali interessi del minore: questo principio è proprio quello recepito dalla proposta della Commissione Luiso, di cui qui si discute.

Il ruolo sociale dell’avvocato

È evidente che la figura del curatore speciale/avvocato ha avuto questo riconoscimento grazie alla sperimentazione che si è avuta, nel tempo, nelle aule di giustizia. La proposta di riforma è un riconoscimento dell’incredibile apporto professionale degli avvocati che sono stati nominati curatori nei procedimenti di adottabilità, nei procedimenti relativi alle azioni di stato e in altre ipotesi tipiche di nomina. In quei procedimenti “storici”, gli avvocati nominati curatori, costituendosi in giudizio in proprio ex art. 86 c.p.c.,  hanno già avuto modo di fare apprezzare l’importanza del loro ruolo. Ed è per questo che nel tempo, pur potendo in astratto i giudici nominare  come curatori (come in passato è effettivamente avvenuto in qualche pronuncia) un’assistente sociale, uno psicologo o altra figura (il quale, a sua volta si costituiva  in giudizio con un avvocato), hanno verificato che un buon avvocato potesse egregiamente e con maggiore efficacia ricoprire entrambi i ruoli: valutando i best interests of the child e orientando la difesa processuale a sostegno degli stessi.  C’è però da dire che questo, pur essendo un importantissimo riconoscimento alla categoria degli avvocati impegnati nella tutela dell’infanzia in situazioni di altissima complessità, non è un regalo.

L’importanza della formazione

Nella mia esperienza ormai trentennale di curatore, che negli anni si è “fatto le ossa” (all’inizio nei procedimenti di adottabilità, poi in tutti gli altri procedimenti, fino a arrivare alle separazioni altamente conflittuali), so bene che si tratta di incarichi molto impegnativi, per svolgere i quali è necessario avere anche una solida preparazione anche per affrontare l’ascolto dei minori («L’incontro fra l’adulto esperto di tutela e il minore è un percorso umano nel quale è in gioco una componente soggettiva  che non può e non deve essere sterilizzata dai saperi e dalle tecniche. Ciò non significa (e non si smetterà di ripeterlo abbastanza) arrendersi a una fede cieca nello spontaneismo e nella buona volontà, Piuttosto implica riconoscere che la formazione e l’esperienza sono fondamentali non già per neutralizzarla componente soggettiva  di ogni incontro, ma per governarla secondo dettami etici e  metodologici rigorosi», S. Benzoni , S Cavenaghi.  “Dalla tua parte. La voce del minore nella tutela e curatela speciale” , Trento, Erickson, 2019) e una forte motivazione personale.

Non è, infatti, inusuale che i curatori speciali trovino molti ostacoli nello svolgere il proprio ruolo, sia nel processo che fuori dal processo, arrivando anche a denunciare di aver avuto minacce personali: in un caso di adottabilità ricordo di aver fatto delle udienze anche sotto protezione. Ho sempre pensato che, purtroppo, la difficoltà di questo ruolo e l’importanza del lavoro dei curatori impegnati quotidianamente nella difesa dei minori non ha mai avuto il riconoscimento che meritava: il curatore veniva trattato come una “cenerentola” della categoria. Poco si è parlato di quanto fosse complesso e difficile sostenere con serietà e con assoluta imparzialità l’interesse del minore nelle aule giudiziarie, né si è mai sottolineato adeguatamente che quando si parla di parla di avvocatura al servizio della società, il ruolo degli avvocati che difendono bambini e adolescenti è certo fra le migliori esemplificazioni.

Ora nei casi di gravi conflittualità familiare entriamo in una vera zona di guerra nelle liti accese tra i genitori, come i caschi blu ONU, a tentare di portar pace, equilibrio  e protezione  agli interessi dei minori coinvolti, ma è  non escluso che qualche proiettile impazzito ci colpisca arrivando non solo dal genitore che si sente “spodestato” dal suo ruolo,  ma anche dal fuoco “amico” dei colleghi che assistono genitori. Proprio per questa difficoltà ho invitato, e continuo ad invitare, tutti i colleghi alla necessità assoluta di un’alta specializzazione nel diritto di famiglia, che dovrà ricomprendere, a mio avviso, per la figura del curatore, l’aver acquisito, o poter acquisire, il titolo di specialista nella nostra materia. Per dare concretezza al ruolo e possibilità ai colleghi di accedervi,  è necessario dunque che al più presto si possa dare avvio alla riforma sulle specializzazione con la partenza regolare delle Scuole di Alta Formazione Specialistica  le quali ai sensi del DM. 162/2020 sono in attesa di avere le linee guida della Commissione Ministeriale: l’associazione che presiedo, l’Unione Nazionale Camere Minorili, in convenzione con l’Università di Ferrara e la Scuola Superiore dell’Avvocatura, ha appositamente studiato il programma della Seconda Edizione  con taglio  multidisciplinare che coniuga  il “sapere che” al “sapere come”, con studio dei casi e  esercitazioni concrete. Oltre questo saranno poi necessari corsi sempre multidisciplinari  ad hoc che prevedano anche confronti tra curatori e scambio di esperienze  guidati da supervisione.

Verso una società etica e sostenibile

Non dimentichiamo che l’esperienza del curatore  vede l’avvocato solo nell’affrontare scelte anche molto difficili e necessita di confronto continuo.  Con una visione più generale  partendo dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite, tra cui «promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile, garantire a tutti l’accesso alla giustizia, e  creare istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli» la formazione, per vero, a mio avviso, dovrebbe iniziare anche durante il percorso di formazione universitaria, prevedendo un’offerta formativa che ricomprenda la materia del diritto minorile. E ciò, mi verrebbe da dire, come materia obbligatoria, perché ogni in ognuna delle professioni che il giovane laureato potrà svolgere (nei consigli d’amministrazione, nella professione, etc) la tutela dell’infanzia dovrà comunque essere il suo faro. Questo vuol dire pensare a una società davvero  etica e sostenibile.

Essere caschi ONU dunque vuol dire entrare nelle guerre, avendo chiara la preziosità del nostro ruolo e al contempo la sua enorme difficoltà,  con la consapevolezza della necessità di dover acquisire strumenti nuovi  per essere all’altezza importante riconoscimento “sociale” che ci viene attribuito per la tutela dell’infanzia: del resto non siamo solo curatori, ma curatori “speciali”.

*di Grazia Ofelia Cesaro, Presidente Unione Nazionale Camere Minorili

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