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Trojan, fuoco incrociato dalle procure: «Ora ispezionate i file del caso Palamara»

Dagli avvocati di Luca Palamara replica velenosa al direttore della Stampa, Massimo Giannini
L'ex consigliere del Csm e il parlamentare Cosimo Ferri «parti offese» nel procedimento aperto a Firenze. Anche il gup di Perugia chiede «accertamenti irripetibili». E i legali dell'ex zar delle nomine chiedono l'inutilizzabilità di tutte le intercettazioni
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Le intercettazioni dell’inchiesta che ha sconvolto la magistratura e portato alla radiazione dell’ex consigliere del Csm Luca Palamara verranno acquisite dagli uomini del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, per procedere ad «accertamenti tecnici irripetibili». Accertamenti disposti, contemporaneamente, anche dal gup di Perugia, che alla prossima udienza, fissata il 17 giugno, sentirà il personale che ha proceduto all’atto integrativo di indagine. Nella delega della Procura di Firenze al Cnaipic Palamara e il parlamentare di Italia Viva Cosimo Ferri, entrambi protagonisti della famosa sera all’Hotel Champagne, dove si sarebbe decisa la nomina del procuratore di Roma, sono indicati «parti offese». E lo scopo dei magistrati toscani è, ora, accertare eventuali «alterazioni o modificazioni dei dati» avvenute in fase di intercettazioni, effettuate anche attraverso un server “occulto”, installato a Napoli, di cui nessuno a Perugia, la procura che stava conducendo le indagini, conosceva l’esistenza. Si tratta, dunque, di una seconda fase degli accertamenti già eseguiti sul server di Napoli di Rcs, la società che ha fornito ai magistrati gli apparati e i programmi per svolgere le intercettazioni a carico di Palamara, imputato a Perugia.

L’ispezione sui server di Napoli
Dall’ispezione effettuata lo scorso 14 maggio era emersa già una prima clamorosa novità: il trojan sul cellulare di Palamara ha continuato a “lavorare” fino all’8 settembre 2019, ovvero ben tre mesi oltre la data di cessazione delle intercettazioni, fissata con decreto dal gip al 30 maggio. Ma non solo: l’architettura del sistema è stata modificata tra agosto e settembre 2019, su decisione del management aziendale. Fino a quella data, la struttura aveva un carattere centralizzato, con un unico server Css ed un unico server Hdm installati a Napoli e serventi l’intero territorio nazionale (il famoso server “occulto”), e diversi server Ivs presso le singole procure. Successivamente, invece, si è passati a più server Css, uno per ogni procura, senza più la necessità di smistare i dati verso gli Ivs tramite il server Hdm. E in mezzo a questi cambiamenti si è registrato il trasferimento dei server centralizzati dall’Isola E/7 del Centro direzionale ai locali della procura di Napoli, il tutto tenendo all’oscuro il procuratore partenopeo Giovanni Melillo. Nel primo caso, il server Css “istruisce” il trojan che poi “restituisce” i dati al server attraverso un canale cifrato. Tale sistema, affermano gli agenti che hanno effettuato l’ispezione, «non garantisce univocamente che un determinato dato non possa esser stato modificato». I dati vengono inviati in maniera frammentata, per poi essere ricomposti da Css e inviati al server Hdm attraverso un indirizzo ip privato. Una volta completato il passaggio, i dati vengono automaticamente cancellati, procedimento che richiede 2-3 minuti. Nel secondo sistema, invece, i dati arrivano direttamente al server finale, installato negli uffici delle singole procure, inviati in maniera frammentata per poi essere ricomposti da Css e inviati al server Hdm attraverso un indirizzo ip privato. Una volta completato il passaggio, i dati vengono automaticamente cancellati, sempre con le stesse tempistiche. Sul server, però, già dal primo controllo del Cnaipic era emersa la presenza di 20 file relativi al captatore installato sul telefono di Palamara e, dunque, non cancellati così come previsto dalla procedura.

Le due procure, ora, vogliono vederci chiaro. Firenze, nel caso specifico, indaga su due uomini di Rcs: l’ingegnere Duilio Bianchi e Fabio Cameirana, amministratore delegato della società. Entrambi sono indagati per errore determinato dall’altrui inganno, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e frode nelle pubbliche forniture, mentre il solo Bianchi è indagato anche per falsa testimonianza, avendo negato, nel corso del processo disciplinare a Luca Palamara davanti al Csm, l’esistenza del server intermedio a Napoli, salvo poi ammetterlo davanti ai magistrati di Firenze, competenti per le indagini sui reati commessi a danno dei colleghi di Perugia. Il procuratore aggiunto di Firenze, Luca Turco, ha chiesto inoltre di estrarre «copia di file di log di interesse riferibili al periodo temporale che intercorre dalla data di inoculazione del captatore informatico alla data di esecuzione degli accertamenti tecnici irripetibili».

I difensori di Palamara: «Intercettazioni inutilizzabili»
I legali di Palamara – Roberto Rampioni e Benedetto Marzocchi Buratti – hanno intanto chiesto l’inutilizzabilità delle intercettazioni a carico di Palamara. Da un lato, la difesa eccepisce l’inutilizzabilità delle captazioni telefoniche e telematiche in quanto la stessa Guardia di Finanza aveva comunicato al gip che «oggetto di varia intercettazione risultano le conversazioni-comunicazioni di Palamara, del tutto estranee all’oggetto della ipotesi accusatoria formulata e della autorizzazione dell’attività di intercettazione». L’autorizzazione, contestano i due avvocati, «circoscrive l’utilizzazione dei risultati dell’attività di intercettazione ai soli fatti-reato riconducibili alla medesima autorizzazione, la quale deve dar conto dei soggetti da sottoporre a controllo e dei fatti costituenti reato per i quali in concreto si procede». Dall’altra parte, invece, viene richiesta l’inutilizzabilità assoluta dell’attività di intercettazione-captazione quale «prova incostituzionale». E ciò in quanto «le modalità esecutive valutate dal giudice sono risultate modificate unilateralmente, essendo state realizzate (in sede di esecuzione) delle operazioni» con modalità «del tutto diverse da quelle considerate dal giudice per le indagini preliminari e, cioè, l’estemporanea utilizzazione di impianti esterni, modalità totalmente sottratte al vaglio del giudice e, inoltre, per nulla esplicitate». Ipotesi che porterebbe a ritenere il provvedimento autorizzativo del gip come «affetto da inutilizzabilità patologica, come tale insanabile e radicale». Ma non solo: tali intercettazioni, secondo i legali, andrebbero totalmente distrutte, così come specificato dalle Sezioni Unite della Cassazione. Ciò che viene contestato, in soldoni, è «la situazione di obiettiva incertezza sul luogo di effettivo svolgimento delle operazioni di registrazione, nonché sugli impianti concretamente utilizzati».
«Siamo soddisfatti perché secondo noi ogni accertamento non potrà che confermare quanto già è stato accertato ossia che questa intercettazione è stata sottratta totalmente al controllo dell’autorità giudiziaria – ha evidenziato Buratti -. Noi abbiamo evidenze di file di log di un funzionamento del trojan anche dopo l’ordine di spegnimento da parte della procura di Perugia e l’ultimo comando, e quindi l’istruzione, sarebbe stato dato l’8 settembre. Evidentemente questo trojan poteva ricevere comandi di spegnimento e accensione del microfono non solo dalla procura di Perugia e quindi dalla polizia giudiziaria ma probabilmente anche da qualcun’altro visto che ha continuato a ricevere impulsi. A questo punto non possiamo escludere nulla». Per la procura di Perugia, che ha chiesto il rinvio a giudizio di Palamara per diverse ipotesi di corruzione, le intercettazioni sono da considerarsi invece legittime, perché «rispettano i criteri e sono state fatte in modo rituale». Sulle indagini disposte da Firenze e Perugia è intervenuto anche il difensore di Ferri, Luigi Antonio Paolo Panella. «Confidiamo che sia fatta chiarezza sulla vicenda – dichiara al Dubbio – e parteciperemo alle operazioni con i nostri consulenti tecnici, che già avevano scoperto l’esistenza di questi server non autorizzati a Napoli».

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