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Cari critici di Di Maio, la sincerità non è una categoria della politica

C'è chi non crede lal sincerità delle scuse garantiste di Di Maio. Ma ogni gesto politico è strumentale, ovvero finalizzato e asservito a uno scopo. E quello di Di Maio è finalizzato a portare i 5Stelle dal “più galera per tutti” a una visione costituzionale della giustizia.
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C’è una strana domanda che aleggia attorno alla lettera con cui Luigi Di Maio ha chiesto scusa a Simone Uggetti, l’ex sindaco di Lodi crocifisso dai 5Stelle dopo un avviso di garanzia: “Ma davvero pensate che quelle scuse siano sincere?” La domanda, naturalmente, è retorica e prevede già la risposta, la quale è grossomodo la seguente: non vi fate ingannare, le parole di Luigi Di Maio sono strumentali e non sono affatto sincere.

Ma è davvero una strana critica: la sincerità non è, non è mai stata e non sarà mai una categoria della politica. E non perché i politici siano dei bugiardi patentati per natura – questo lasciamolo dire agli (ex) amici di Di Maio – ma per il fatto che il sigillo di garanzia di un atto politico è l’atto politico in sé. E la sua forza, la sua “sincerità”, si misura sulla capacità che quell’atto politico ha di sfidare la propria comunità di appartenenza. E il gesto di Di Maio ha tutte queste caratteristiche: basti vedere la reazione di Alessandro Di Battista, il quale ha immediatamente preso le distanze rivendicando il “sacrosanto” diritto al linciaggio giudiziario. Insomma, è evidente che la richiesta del certificato di “sincerità” è del tutto impolitica. Ogni gesto politico è strumentale, ovvero finalizzato e asservito a uno scopo. E quello di Di Maio è finalizzato a portare i 5Stelle dal “più galera per tutti” a una visione costituzionale della giustizia. Ricordate il gran gesto di Gianfranco Fini quando andò a inginocchiarsi di fronte alla fiamma dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme? Lui, ultimo segretario dell’Msi, nato sulle ceneri dei repubblichini di Salò, quel giorno indossò la Kippah e chiese scusa per “l’infamia delle leggi razziali”. Allora come oggi piovvero critiche: “lo fa per salire a palazzo Chigi”, dissero.

Era vero, Fini avrebbe voluto diventare premier ma sapeva benissimo che prima avrebbe dovuto liberare il suo partito dalle scorie residue del fascismo. Allo stesso modo Di Maio ha capito che per diventare leader di un paese come il nostro deve liberarsi dei residui giustizialisti. Sarebbe bene che lo capisse anche chi teme di rimanere orfano dell’antigrillismo…

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