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Tragedia della funivia, se l’inchiesta si trasforma in uno show

Nel fermo disposto dalla procura di Verbania, ai tre indagati è contestato il pericolo di fuga «anche in considerazione dell’eccezionale clamore a livello anche internazionale per l'intrinseca drammaticità dell’incidente»
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Un vero e proprio show. Se non ci fossero 14 morti di mezzo, famiglie distrutte e vite ancora in bilico, si potrebbe definire così la gestione dell’inchiesta sulla tragedia della funivia Stresa-Mottarone. Con un aggiornamento costante dello sviluppo delle indagini, interviste su ogni minimo dettaglio della tragedia, titoli di giornale che non lasciano nulla al caso, tradendo un interesse sempre più drammatico per il particolare tragico, e l’inseguimento folle del piccolo Eitan, unico sopravvissuto, a caccia di una frase ad effetto sulla sua tragedia privata, ancora solo agli inizi, per provocare una lacrima e rendere i responsabili di quanto accaduto ancora più detestabili.

Non è un caso, forse, che nel fermo disposto dalla procura di Verbania, titolare delle indagini, venga tirata in ballo la risonanza della vicenda, il suo impatto, feroce, con la sensibilità dell’opinione pubblica. Per i tre indagati – la cui colpevolezza è data per certa da chiunque ne parli e ne scriva – la procura ha contestato il pericolo di fuga, ipotizzabile, si legge nel decreto di fermo, «anche in considerazione dell’eccezionale clamore a livello anche internazionale per l’intrinseca drammaticità dell’incidente». Drammaticità «che diverrà sicuramente ancora più accentuata – conclude la procura – al disvelarsi delle cause del disastro». Un clamore che, però, dipende proprio dall’aggiornamento costante di ogni fase delle indagini, anche il più piccolo passo, necessariamente solo agli inizi, e dall’avidità con cui la stampa si è lanciata sull’ennesima storia da usare e poi dimenticare, stabilendo già, senza appello, i nomi dei colpevoli e le loro responsabilità. E ciò mentre le ipotesi della procura, ora dopo ora, cambiano e si arricchiscono di particolari.

«Ciao zia, dove sono mamma e papà?», scrivono i giornali riferendosi al risveglio del piccolo Eitan. Una sorta di pornografia che ingrossa l’odio e toglie spazio alla giustizia, puntando dritto ad un unico, inaccettabile, obiettivo: un colpevole da consegnare alla gogna pubblica. In una vicenda ancora tutta da scrivere, emblematico è quanto accaduto ad uno degli indagati, Enrico Perocchio, direttore di esercizio della funivia del Mottarone in carcere dall’alba di mercoledì insieme a Luigi Nerini, titolare delle Ferrovie del Mottarone e Gabriele Tadini, responsabile del servizio. «Non si può parlare di pericolo di fuga. Il mio cliente è andato lui stesso in caserma dai carabinieri di Stresa facendosi un viaggio di 90 chilometri», ha detto il suo legale Andrea Da Prato all’Adnkronos. «Non ci sono i presupposti per la convalida del fermo – ha sottolineato -. Fermarlo di notte sapendo che ha un legale di fiducia toscano mi sembra una bella brutalità».

L’uomo è stato convocato in caserma come persona informata sui fatti, arrivando sul posto a mezzanotte. Ma una volta lì è scattato il fermo, il tutto senza che nulla gli venisse chiesto né comunicato. «Non è stato sentito da nessuno, fino alle 3 di notte – ha spiegato Da Prato a La Nazione -, quando gli è stato notificato il fermo. Mi chiedo come possa trovare giustificazione nel pericolo di fuga una persona che aveva chiesto di essere sentita come informata sui fatti». Perocchio ha negato di aver autorizzato l’utilizzo della cabinovia con i “forchettoni” inseriti e anche di aver avuto contezza di simile pratica, che ha definito «suicida». Una pratica che avrebbe sempre osteggiato e che può essere attivata esclusivamente in fase di installazione e comunque solo con le cabine vuote. Per gli inquirenti, però, i fatti, così come ricostruiti, sono «di straordinaria gravità in ragione della deliberata volontà di eludere gli indispensabili sistemi di sicurezza dell’impianto di trasporto per ragione di carattere economico e in assoluto spregio delle più basilari regole (…) finalizzate alla tutela dell’incolumità e della vita» dei passeggeri. E i tre fermati, secondo la richiesta di convalida del pm al gip, devono devono restare in carcere perché continuando a lavorare in questo settore potrebbero mettere nuovamente in pericolo la sicurezza pubblica e quindi reiterare il reato. Non c’è da dubitare su quali sarebbero le conseguenze qualora oggi il gip giungesse ad una valutazione opposta a quella della procura, decidendo di lasciare i tre a piede libero: una sicura condanna pubblica.

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