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Riforma della Giustizia, Albamonte: «Basta divisioni, ammainare i vessilli per scelte condivise»

L’ex presidente dell’Anm accoglie con favore le parole pronunciate ieri dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sul rischio che la magistratura perda credibilità agli occhi dell'opinione pubblica
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«Purtroppo è già accaduto». Esordisce così, parlando con l’AdnKronos, l’ex presidente dell’Anm Eugenio Albamonte (Area), commentando le parole pronunciate ieri dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nell’aula bunker di Palermo, in occasione del 29esimo anniversario della strage di Capaci, ha affermato: «Se la magistratura perdesse credibilità agli occhi della pubblica opinione, s’indebolirebbe anche la lotta al crimine e alla mafia».

«Quando io sono stato presidente dell’Anm – spiega Albamonte -, nel nostro congresso a Siena, nel 2017, presente il Capo dello Stato, ho incentrato tutta la mia relazione su una già visibile perdita di credibilità della magistratura, almeno stando ai dati delle rilevazioni statistiche, e individuato una causa di ciò anche nel sistema di invasività delle correnti nella gestione dell’autogoverno». «E però mi sembra che, a fronte di tante attestazioni di stima e anche di coraggio per la mia impostazione, poi non siano seguiti fatti. A questo poi si aggiungono vicende a cui nessuno poteva pensare, come quella dell’hotel Champagne, che era un pò, diciamo così, l’ordinaria ma non per questa accettabile amministrazione del Csm, in parte significativa condizionata da logiche clientelari. E poi si aggiunge ancora questo ulteriore passaggio sulle vicende Amara, verbali, eccetera». Sul punto, Albamonte aggiunge: «Io non voglio entrare nel merito rispetto alle diverse posizioni e ai diversi comportamenti, anche perché ci sono uffici giudiziari che se ne stanno occupando, mi limito a dire, però, che il fatto che ci siano tre autorevoli e stimati magistrati che si confrontano tramite le televisioni e la carta stampata nelle reciproche posizioni, tutti e tre che hanno rivestito o rivestono incarichi istituzionali in un contesto in cui ci sono anche cinque procure al lavoro, dà un’immagine di conflittualità tra magistrati che certo non giova all’immagine dell’intera magistratura».

«Perché purtroppo -continua- siamo in una fase in cui ciascuno di noi rappresenta il tutto agli occhi del lettore o del cittadino che è a casa e guarda la televisione. Ognuno di noi, dunque, si deve fare carico della responsabilità, a volte anche molto pesante, di rappresentare agli occhi dell’opinione pubblica, soprattutto in questo momento, non solo se stesso ma l’intero corpo della magistratura quando parla». Per l’ex capo dell’Anm, quindi, «avviarsi in logiche di contrapposizione che hanno ovviamente anche del personale, e con quelle modalità, senza voler prendere posizione a favore dell’uno dell’altro, complessivamente non giova all’immagine della magistratura e anche della giustizia, perché le famose rivelazioni statistiche di cui parlavo purtroppo sovrappongono alle occhi dei cittadini l’immagine della magistratura e l’immagine della giustizia, nel senso che se i magistrati fanno delle cose sbagliate, agli occhi dei cittadini è la giustizia che non va bene. Non sono i magistrati né tantomeno i singoli». Ed è proprio in questo senso che Albamonte legge un’altra frase pronunciata ieri da Mattarella, secondo il quale “sentimenti di contrapposizione, contese, divisioni, polemiche all’interno della magistratura, minano il prestigio e l’autorevolezza dell’ordine giudiziario”. «Spero di non mettere in bocca al Capo dello Stato cose diverse da quelle che lui voleva dire – sottolinea Albamonte -, ma ho letto e condiviso fortemente questo passaggio del Presidente della Repubblica proprio in questa chiave. Almeno io l’ho interpretata così».

Quanto, poi, al passaggio in cui Mattarella dice «si affrontino sollecitamente e in maniera incisiva i progetti di riforma nelle sedi cui questo compito è affidato dalla Costituzione», Albamonte evidenzia: «Sono d’accordo con l’impostazione del Presidente della Repubblica e anche del ministro della Giustizia. In questo momento è necessario, da tanti punti di vista, una significativa attività di riforma della giustizia. E necessaria perché, come si dice in questi casi, “ce lo chiede l’Europa”, che però, a differenza del passato, la finanzia pure. E questo è un passaggio strategico, perché noi abbiamo un’arretratezza soprattutto nei tempi di gestione dei processi che deve essere finalmente risolta, e questa è un’occasione importante per affrontarla e ci sono anche delle riforme da fare. E poi c’è anche la parte più direttamente etica della magistratura, quindi la riforma dell’autogoverno, che fra l’altro la magistratura chiede a gran voce». Sul punto, Albamonte spiega: «In questa fase la magistratura da un lato guarda con attenzione al lavoro del parlamento, perché ci sono alcuni passaggi che richiedono l’intervento del legislatore e i magistrati non possono fare da soli, ma dall’altra guarda anche con apprensione perché, a fronte dei tavoli ministeriali che stanno cercando di fare un lavoro tecnico che va tenuto in grande considerazione, c’è poi tutto un vocio dalla politica sulle riforme che sembra un pò, approfittando della caduta di credibilità della magistratura, di voler risolvere o comunque fare un ’redde rationem’ rispetto a vecchie ruggini. E questo è un clima che non aiuta». Nello specifico, Albamonte afferma: «Mi riferisco per esempio al riaccendere di nuovo le micce della dialettica a volte conflittuale attraverso il tema della separazione delle carriere, o della responsabilità civile dei magistrati, o parlare di una Commissione di inchiesta, raccogliere le firme per un ulteriore referendum facendo praticamente la copia carbone della raccolta già fatta dalle Camere penali sempre sulla separazione delle carriere. Sono tutti quanti temi che non creano quel clima di collaborazione tra la politica e le altre istituzioni, la magistratura e l’avvocatura, per una riforma il più possibile condivisa».

E condivisa, aggiunge Albamonte, «non vuol dire che se la scrivono i magistrati da soli, vuol dire che i magistrati, insieme agli avvocati, consapevoli dei problemi, contribuiscono a discutere sulle risposte che il parlamento e il ministro intendono dare. Questo però richiede un clima nel quale, come dice il ministro Cartabia, vengano un pò ammainati i vessilli delle campagne divisive e di contrapposizione reciproca. Perché il rischio è che se questi vessilli non vengono ammainati si fa una grande confusione in cui alla fine si rischia di perdere un’occasione e di rimanere esattamente nella situazione in cui ci troviamo». «Cosa che – conclude Albamonte – non ci possiamo assolutamente permettere. Non se lo possono permettere i magistrati, non se lo possono permettere gli avvocati ma soprattutto, per il rispetto che vogliamo che i cittadini abbiano del nostro lavoro, non ce lo possiamo permettere anche in termini di credibilità».

 

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