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L’assurdo caso caso del Gup “contestato” per “colpa” del padre avvocato che difese il Cav

Il magistrato sarà chiamato a valutare in sede di udienza preliminare la posizione dei fratelli del senatore di Forza Italia Luigi Cesaro, che potrebbero finire a  processo per concorso esterno in associazione mafiosa
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La Camera penale di Napoli è intervenuta sulla polemica che ha coinvolto in questi giorni la giudice Ambra Cerabona.  Il magistrato sarà chiamata a valutare in sede di udienza preliminare la posizione dei fratelli del senatore di Forza Italia Luigi Cesaro, che potrebbero finire a  processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Repubblica fa notare  che la Cerabona è la «figlia di uno storico legale di Berlusconi a Napoli: Michele Cerabona, difensore dell’ex premier in tanti procedimenti e oggi membro laico al Consiglio Superiore della magistratura, nominato ovviamente in quota Forza Italia.

Un profilo di inopportunità su cui, si apprende solo ieri addirittura dall’udienza, era arrivato anche un esposto negli uffici giudiziari […]Come se la giustizia italiana non incrociasse, in questa triste stagione, sufficienti profili di disagio e di auspicabile autocritica, ecco un nuovo potenziale caso di imbarazzo».  Il ragionamento sarebbe grossomodo questo: siccome il padre del giudice ha difeso Silvio Berlusconi e poiché è stato eletto al C.S.M. su proposta di Forza Italia, la figlia non sarebbe compatibile a giudicare il processo citato poiché in esso sono imputati i fratelli di un senatore di FI. La giudice avrebbe chiesto di potersi astenere ma la richiesta è stata respinta. « A noi un sospetto così articolato  – scrive la giunta dei penalisti napoletani, presieduta dall’avvocato Marco Campora – appare incomprensibile stante l’assoluta lontananza ed evanescenza del collegamento, laddove mai è stato neppure ipotizzato che la Dott.ssa Cerabona abbia una sia pur minima conoscenza e/o rapporto con i fratelli Cesaro.

Ed allora, i dubbi insinuanti avanzati nell’occasione sembrano risolversi nel tentativo di condizionare l’attività del giudicante, di comprimere la sua autonomia ed indipendenza di giudizio; di indurlo a dovere fornire la prova positiva (ed intrinsecamente diabolica) di non essere sospetto. Prova che può essere fornita in un solo modo: condannando o rinviando a giudizio gli imputati.  Non si può continuare a ragionare così, minando dalle fondamenta i capisaldi che regolano l’esercizio della funzione giurisdizionale. Tutti i giudici sono, sino a prova contraria, autonomi ed indipendenti. Questa è la regola su cui si fonda il nostro ordinamento, eliminata la quale l’intero sistema è inesorabilmente destinato a crollare». E poi la critica all’esposto anomino: « Sinora, le parti di quel processo – le uniche a ciò legittimate – non hanno inteso avanzare alcuna istanza di ricusazione, evidentemente ritenendo la Dott.ssa Cerabona del tutto idonea a svolgere la funzione di giudicante nel processo.   L’irruzione nelle aule di giustizia di esposti anonimi è invece operazione degradante, vile e molto pericolosa, atteso che l’esposto anonimo è per sua natura un mezzo utilizzato unicamente per depistare, sviare, colpire chi si ritiene nemico. Su questo occorre essere chiari: l’esposto anonimo non ha alcun diritto di cittadinanza in un ordinamento democratico (dunque a tutti i livelli: politico, giudiziario, poliziesco …) e va sempre trattato per quello che è: una gravissima calunnia anonima che ha sempre la finalità di colpire qualcuno, di mestare nel torbido, di avvelenare la democrazia e le istituzioni».

E il finale contro il complottismo: « L’unica colpa – l’unico elemento di sospetto avanzato – della dott.ssa Cerabona è quella di essere figlia di un noto e stimatissimo avvocato. Ora, si può anche stabilire per legge che un giudice, nel luogo in cui esercita la funzione, non debba avere rapporti familiari, affettivi, sentimentali e amicali con soggetti che operano nel medesimo settore (fuor di metafora: con altri giudici, pubblici ministeri, avvocati e cronisti giudiziari). È operazione difficilmente praticabile, ed infatti così – per fortuna – non è. In tutti i Tribunali italiani vi sono giudici sposati tra di loro, con pubblici ministeri e con avvocati. Giudici figli di giudici, di pubblici ministeri o di avvocati. Giudici fratelli di giudici, pubblici ministeri ed avvocati. Giudici amanti di giudici, pubblici ministeri ed avvocati.  È fisiologico, normale e non foriero di alcun sospetto. Ed allora, smettiamola con questo complottismo a senso unico che dimostra la scarsa cultura democratica di alcuni settori del nostro Paese».

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