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Uno ha 5 anni, l’altro deficit cognitivi, ma sono testi in un processo per omicidio

La procura di Viterbo ha ricostruito la vicenda della morte della giovane Maria Sestina Arcuri attraverso le dichiarazioni dei due. Ma per i consulenti non sarebbero attendibili
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Possono un bambino di soli 5 anni e un uomo affetto deficit cognitivo con Quoziente Intellettivo pari a 47 essere i testimoni chiave in un caso di omicidio? Stiamo parlando del processo per la morte di Maria Sestina Arcuri, deceduta il 6 febbraio 2019 all’ospedale Belcolle di Viterbo, due giorni dopo una caduta dalle scale di casa della nonna del fidanzato Andrea Landolfi. L’uomo è in carcere dal settembre 2019 accusato di omicidio volontario e omissione di soccorso. Anche la nonna del giovane, Mirella Iezzi, è indagata per false dichiarazioni al pm e omissione di soccorso. La donna ha più volte confermato la versione dei fatti del nipote, sostenendo che sia lui che Maria erano rotolati giù dalle scale.

La sentenza di primo grado è prevista per metà giugno. Secondo la Procura di Viterbo, Maria Sestina è stata lanciata dalle scale dal fidanzato, in seguito ad una lite per gelosia. Al contrario la difesa, rappresentata dagli avvocati Daniele Fabrizi e Serena Gasperini, sostiene invece che si sia trattato di un tragico incidente. Impossibile, per lo spazio che abbiamo, ripercorrere tutte le fasi del processo; però vogliamo soffermarci su due testimonianze. La prima è quella di un trentenne, M. V., a cui la vittima avrebbe confidato poche ore prima di morire di voler lasciare il fidanzato.

Per la Procura e per la consulente del pm, l’uomo sarebbe stato un super testimone «attendibile», perché avrebbe avvalorato la tesi accusatoria per cui Maria Sestina e Andrea Landolfi avrebbero discusso quella notte perché la donna voleva troncare la relazione. Però il perito del Tribunale ha certificato che M. V. «ha una disabilità intellettiva moderata associata a un disturbo d’ansia rilevante, persistente e trasversale. Tale condizione è stata esplorata al fine di giungere a una diagnosi precisa. Si tratta di un ragazzo fragile e vulnerabile a suggestioni. Non è idoneo a testimoniare in dibattimento». Sulla stessa scia il parere della consulente della difesa dell’imputato che nella relazione riferisce alcuni elementi atti a corroborare la tesi per cui il teste fosse inattendibile: l’uomo non ricorda il suo indirizzo di casa, non ricorda l’età del figlio dell’imputato, «si arriva addirittura al paradosso in cui è M. V. che chiede al pm di fornirgli le risposte ovvero dice: “Non ricordo eravamo in quattro? In tre?”; “Chi c’era?” ( per ben due volte); “ho detto bene?”; “ho indovinato?”.

Inoltre, scrive ancora la consulente, «nelle domande del pm e della consulente si riscontrano, in taluni casi, affermazioni tese marcatamente a sollecitare il soggetto nel ricordare di più o “a aggiungere quel pezzettino” che secondo gli interroganti è mancante, nonostante M. V. avesse già spontaneamente risposto alle stesse più e più volte». Alla luce di tutto ciò, il presunto supertestimone dell’accusa non può essere ritenuto dalla Corte come tale. Nonostante questo, ci spiegano gli avvocati Gasperini e Fabrizi, «il pm probabilmente tenterà di convincere la Corte a dare comunque valore a quelle dichiarazioni. Noi abbiamo voluto che quelle dichiarazioni fossero lette dalla Corte per dimostrare la fallacia della relazione della consulente del pm che senza quelle forse non avrebbe disposto la perizia, non di certo per avvalorare una testimonianza inattendibile persino per il perito della Corte».

L’impianto accusatorio si basa anche sulle dichiarazioni che avrebbe reso il figlio dell’imputato, che all’epoca aveva 5 anni, prima alla madre che registra il bambino, dal cui padre, Landolfi, è separata, mentre racconta i fatti oggetto del procedimento penale, e poi in udienza protetta davanti alla psicologa incaricata dal pm. Su tali registrazioni e su quelle rese dal bambino dinanzi la psicologa incaricata dal pm, si è espressa la consulente della difesa, Roberta Bruzzone: «Quello che è accaduto va ben oltre la suggestione ed è censurabile sotto il profilo deontologico. Il bimbo è stato bombardato da sollecitazioni, inneschi, prima dalla madre, che non è stata genuina nemmeno con la Procura, e poi dalla psicologa. È stato spinto in maniera confabulatoria a dire determinate cose, cose che per lui non erano nemmeno importanti. Non a caso non ha mai parlato di un litigio. La madre lo incalza per tutta la durata dell’audio. Non lascia il bambino raccontare liberamente ciò che ricorda ma chiede più e più volte le stesse cose, ribadendo sempre la versione da lei introdotta secondo cui Landolfi avrebbe “lanciato” la sig. ra Arcuri. Invece il bambino in 22 minuti, per ben 9 volte, racconta alla madre che è stata Maria Sestina a spingere l’imputato che quindi è caduto per primo».

L’elemento più grave per la nota criminologa è quel che è accaduto durante l’audizione protetta: «Un’audizione – spiega – durata ben 125 minuti, quando tutte le linee guida raccomandano 45 minuti, 60 al massimo. La psicologa, con le sue domande, le sue ripetizioni, porta il bambino in una direzione che lui non aveva intrapreso. Il bambino non ha mai parlato per esempio del litigio tra suo padre e la vittima». In conclusione, ci dicono i legali, «siamo dinanzi ad una ricostruzione accusatoria figlia di questo periodo storico, dove la morte di una giovane donna deve per forza esser causata “dal fidanzato respinto e violento”. Anche le Procure non sono esenti dall’innamoramento di tali tesi e così sono costrette a forzare la ricostruzione. Qui siamo difronte ad una disgrazia, ad un incidente, che vede due famiglie distrutte. Non c’è stato alcun omicidio».

 

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