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«La gogna ha quasi ucciso Giovanna: non sia più la regola in questo Paese»

Intervista alla senatrice Paola Binetti, che ha annunciato un'interrogazione parlamentare sul caso di Giovanna Boda, la dirigente del Miur che ha tentato il suicidio dopo aver saputo di essere indagata
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Un’interrogazione parlamentare affinché il corto circuito mediatico-giudiziario che ha portato Giovanna Boda a tentare il suicidio non si verifichi più. Ad annunciare al Dubbio l’iniziativa è la senatrice di Forza Italia Paola Binetti, intenzionata a far sì che quanto accaduto all’ex dirigente del Miur non accada più. La storia è nota: Boda, ad aprile, si è gettata dal secondo piano di un palazzo a due passi dal centro di Roma, a poche ore dalla perquisizione disposta dalla procura di Roma per un presunto giro di corruzione che la vedrebbe protagonista assieme ad una sua collaboratrice e all’editore dell’agenzia di stampa Dire. Uno shock immenso, il suo, sbattuta sui giornali come l’ennesima furbetta da mortificare pubblicamente in modo esemplare. E ciò nonostante le accuse a suo carico siano ancora tutte da verificare. Un’indagine appena partita che ha già provocato una marea di conseguenze gravissime. «L’unica cosa che vorrei è capire come restituire giustizia ad una persona coinvolta in una vicenda che, a mio avviso, ha dei contorni drammatici», spiega Binetti, che oltre ad essere una politica è anche neuropsichiatra. Ed ora vuole evitare che la gogna rimanga la regola nel nostro Paese.
Senatrice, perché le interessa tanto il caso di Giovanna Boda?
Perché non c’è solo l’accusa che è stata perpetrata nei suoi confronti, ma anche quel tentativo di suicidio. C’è stata, evidentemente, una sofferenza di cui probabilmente porterà le tracce a lungo su di sé. Il mio unico desiderio è capire come poter essere utile alla verità delle cose, alla giustizia dei fatti e ristabilire, in qualche modo, un ordine in eventi che si sono creati prima ancora di essere interpretati correttamente. Fatti sbattuti subito in prima pagina. È un desiderio di chi ha conosciuto Giovanna Boda, in tanti momenti, in tante situazioni e ne ha apprezzato l’intelligenza.
Che persona è?
La prima volta che l’ho vista è stato durante il secondo governo Prodi: lei ha organizzato una delle prime navi della legalità, portando a Palermo tanti studenti, nel luogo stesso in cui, per l’immaginario collettivo, c’è stata la maggiore offesa e trasgressione alla legalità. Tutte le volte che sono entrata in contatto con lei ho sempre trovato una persona disponibile, generosa, capace di farsi in quattro e allo stesso tempo coraggiosa. Una persona di quelle che siamo contenti di avere nella pubblica amministrazione, perché non si muoveva a rallentatore in quelle che sono le ganasce di una burocratizzazione un po’ inerte. Non era una di quelle che diceva “non si può fare”, come spesso accade quando ci si avvicina ad un problema un po’ più complesso. Mi ha colpita molto e mi rallegro che sia uscita da qualunque tipo di rischio, anche se non escludo affatto che porterà a lungo le conseguenze di quel gesto. Le fratture ci sono, ma non sono solo fisiche: sono anche nell’anima. Davanti ad un’incomprensione che l’ha spinta a questo bisogno di fuga vuol dire che quelle ferite sono state profonde, non una minaccia epidermica.
Come ha saputo di questa vicenda?
Dai giornali. Avevo visto Giovanna un mese prima circa, non avrei pensato mai una cosa del genere. È stato esplosivo.
Cosa ha pensato?
L’idea di aver associato immediatamente l’accusa di corruzione con quella risposta, il tentativo di suicidio, ti fa rendere conto di quanto deve essere stata forte questa aggressione. Di quanto deve essere stata devastante questa accusa per lei. Di gente accusata di reati contro la pubblica amministrazione ce n’è tanta in giro, ma se si percepisce la cosa in maniera così infamante da mettere a repentaglio la propria vita, vuol dire che l’umiliazione subita, la ferita subita, è così profonda da non aver trovato vie di scampo, vie di fuga. Non c’è nessuno che le abbia detto che le cose si sarebbero potute chiarire. È come se le avessero sparato addosso una tale carica di rischio che in quel momento ha preferito fuggire. Non c’è nessuna accusa che possa permettere di capire perché una persona arrivi a mettere a repentaglio la propria vita, se non una percezione di sé così limpida, così onesta che anche un solo rischio di compromettere la propria immagine fa sembrare la vita non più degna di essere vissuta. Mi sono chiesta: quanto è giusta una giustizia che spinge una persona a fare questo?
In questo caso è il cortocircuito mediatico che gioca anche un ruolo importante: il suo nome è finito sui giornali e non sono mancate ricostruzioni e parallelismi con casi clamorosi, come la vicenda Palamara.
Esattamente. La notizia dell’accusa è stata data contestualmente al tentativo di suicidio: è come se non le avessero lasciato alcuna speranza.
Quali iniziative ha intenzione di intraprendere?
Ho intenzione, nel suo interesse, di fare un’interrogazione parlamentare.
Cosa chiederà?
Chiederò tre cose. Che ci sia una maggiore discrezione, quindi evitare fughe di notizie da parte dei magistrati, perché qualcuno l’avrà detta questa cosa alla stampa. Chi permette che ciò accada? La prima riserva è dunque precauzionale. La seconda è chiedere che la stampa rispetti maggiormente il proprio codice etico. Se noi non abbiamo tutti gli elementi non possiamo permettere che si faccia carne da macello con la buona fama di una persona. La stampa è partita con un tempismo pazzesco, in tempo reale. Vuol dire che qualcuno ha detto e qualcuno ha voluto. Ma i diritti valgono solo a senso unico o possono essere manipolati a puro scopo di lucro?
La terza questione qual è?
Giovanna è stata per molto tempo il direttore generale della Pubblica istruzione, con delega agli studenti. Sono decine di migliaia i ragazzi che l’hanno avvicinata, l’hanno conosciuta e hanno partecipato alle iniziative da lei promosse. Che cosa resterà dentro di loro di tutto ciò? Se, come mi auguro, si dimostrerà la sua piena innocenza, quali saranno per loro le conseguenze della consapevolezza di come una persona può essere massacrata? Io spero con tutto il cuore che nel momento in cui si dimostrerà la sua assoluta innocenza meriti una restituzione, non da dodicesima pagina in basso a sinistra.
Quello è il rischio.
Spero meriti la restituzione di una dignità piena, perché attraverso di lei si sono colpite anche molte intelligenze giovani, molta passione civile da parte dei ragazzi. E abbiamo alla base questa drammatica vicenda che ogni tanto si crea, l’associazione assai poco sana tra una certa magistratura e una certa stampa, che invece di essere al servizio della verità corre il rischio di essere al servizio dello scoop.
Questo ha a che fare anche con la riforma della giustizia e il recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza?
Esattamente. Noi dobbiamo essere garantisti e sostenere una persona, nel momento in cui c’è un avviso di garanzia. Non possono confondere la comunicazione dell’indagine con la comunicazione della condanna. Bisogna fare capire al cittadino onesto che non bisogna aver timore della giustizia. Ma è evidente che in una situazione del genere il timore di una giustizia ingiusta abbia presidiato gesti come quello di Giovanna che, non dimentichiamolo, ha una bimba di tre anni. Ma poi mi domando: si sta compiendo un’indagine, che bisogno c’è di trasformarla in un processo mediatico?
Ci sono due problemi: da un lato il fatto che il garantismo venga percepito in maniera distorta, come se chi lo professa chiedesse l’impunità per feroci criminali, dall’altro c’è anche un problema mediatico. Come si risolve questa situazione?
Noi siamo davanti ad un’informazione che è sempre più spregiudicata. Per carità, per me il giornalismo d’inchiesta è fondamentale, ma ribadisco: ci deve essere un codice etico. È assolutamente ingiusto sbattere il mostro in prima pagina, anche se si tratta di personaggi pubblici. Se si vuole stigmatizzare un fatto in modo esemplare prima bisogna avere tutte le garanzie e la certezza che ciò che si sta dicendo è vero. Perché se è falso si contraddice il più profondo dei principi del buon giornalismo. E in questo caso falsificare i fatti, che significa forzarli prima ancora di averli verificati, è confondere l’intuizione con una dimostrazione. Il sospetto si può avere, ma va verificato. Perché tutto questo ha un costo altissimo. Per questo vogliamo la riforma della giustizia.

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