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«Qualcuno chieda la verità a Pignatone: è lui lo snodo di quello che è successo in questo Paese negli ultimi 10 anni»

Parla Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale e autore del libro "Il sistema", scritto assieme all'ex capo dell'Anm Luca Palamara: «Necessario un controllo esterno che verifichi l'operato delle toghe»
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La decisione del Consiglio di Stato sulla nomina del procuratore di Roma è solo «un altro tassello del sistema». Ne è convinto Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale e autore, assieme all’ex capo dell’Anm, Luca Palamara, del libro che racconta le verità non dette della magistratura. Un vero e proprio terremoto che ancora, a quanto pare, continua a produrre scosse d’assestamento. L’ultimo episodio, quello dei verbali secretati di Piero Amara, è soltanto l’ennesimo atto di una storia ancora non del tutto disvelata. E che racconta come la magistratura necessiti di una vera e propria rivoluzione. «Serve un controllo esterno – spiega Sallusti al Dubbio -, affinché l’operato e la trasparenza delle toghe sia verificata così come la magistratura fa con gli altri due poteri».
Direttore, cosa ci dice questa sentenza?
Uno dopo l’altro stanno venendo al pettine tutti i nodi che avevano interessato il sistema. La vicenda di Prestipino rappresenta un tassello importante. Palamara racconta nel libro come sia arrivato a Roma, in qualità di vice di Pignatone, grazie ai meccanismi del sistema, con passaggi abbastanza opachi, se vogliamo definirli così, descritti nel libro e mai smentiti. Il secondo round è costituito dalla fretta del Csm di chiudere la partita Palamara-Roma: paradossalmente, lo fa secondo le indicazioni del vecchio sistema. Palamara aveva sfidato le regole, ha perso, e il vecchio sistema, che voleva Prestipino, riesce a collocarlo a capo della procura di Roma.
Che ruolo ha Prestipino?
È un link fondamentale, perché rimanda a Pignatone, che è il grande assente di questo racconto. Perché Prestipino è Pignatone. Secondo la versione di Palamara, che non è la Bibbia, ma è verosimile e mai smentita, il dominus del sistema è proprio l’ex procuratore. Che esce di scena rinunciando a chiedere la proroga di un anno, sfilandosi dal sistema e andando in questa pensione dorata che è il Vaticano. Invece di inseguire Tizio e Caio, se vogliamo sapere cos’è successo, la roba più semplice sarebbe chiamare il dottor Pignatone per chiedergli se Palamara si è inventato tutto o se davvero era lo snodo di quello che è successo in questo Paese nella Giustizia e quindi nella politica e nella vita democratica del Paese in questi 10 anni. Ma nessuno neanche lo cita.
Questa decisione ci dice che Palamara aveva ragione ad indicare Viola come miglior candidato. Non è, dunque, solo una questione di sistema?
È un dato di fatto che i requisiti migliori li avesse Viola e non altri. Ma nel racconto di Palamara i requisiti contano fino ad un certo punto: sono fondamentali per essere ammessi alla finale, non sono indispensabili per vincerla.
Però paradossalmente in questo caso la regola del sistema dava per vincente, stando ai dati che abbiamo, il miglior candidato.
Ma era la regola del sistema perdente, in quel momento. La mia opinione è che Palamara sia caduto perché non ha concesso a Pignatone la successione su Roma.
Il che spiegherebbe anche le ultime fasi del loro rapporto.
Pignatone, stando al racconto di Palamara, è il suo killer. È colui che ha diretto il “trojan”, che era nelle disponibilità dell’ufficiale della Guardia di Finanza a capo della polizia giudiziaria di Pignatone. Trojan che casualmente non registra la conversazione con lui. Che dire, capita. Comunque non c’è bisogno di dar retta a Palamara per capire che il posto da procuratore di Roma vale due ministeri di peso. Quello che pensava di essere il sistema vincente, un pezzo alla volta, sta facendo la fine del sistema che ha perso.
L’ultima puntata è il caso dei verbali. Questo ci dimostra che il sistema è ancora più ampio?
La verità deve ancora venir fuori. Perché quella di Palamara è lo spicchio di una verità più ampia che si cerca di tenere nascosta. Ma il coperchio di questa pentola, ormai, sta per saltare. Dobbiamo aspettarci altro ancora.
Questa vicenda cosa ci racconta della magistratura? Di mezzo c’è anche la nomina di Prestipino: le strade di Davigo e Ardita si separano proprio in quel momento e adesso quell’argomento torna centrale.
Da un punto di vista penale lo vedremo, da un punto di vista politico ci insegna che nessuno può chiamarsi fuori da quello che è successo. In un modo o nell’altro, anche all’interno di una guerra per bande, più o meno tutti hanno tramato nell’ombra o comunque in una zona grigia. L’incontro tra Morra e Davigo è imbarazzante, perché Morra ci dice che Davigo era il suo referente per la giustizia. Davigo non ha mai fatto mistero della sua simpatia per il M5S. Questa storia ci dice che se fai il moralista poi c’è sempre qualcuno più moralista di te che ti frega.
La magistratura, con tutte queste vicende, ha perso credibilità, nonostante la stragrande maggioranza dei magistrati non abbia a che fare con queste trame. Ma il problema è chiaro.
Che la maggior parte dei magistrati non c’entri nulla lo dice lo stesso Palamara. Sono persone che al mattino si alzano, vanno in tribunale, fanno le loro inchieste e vivono una vita comune. Palamara, però, dice che se volevi fare carriera dovevi entrare nel sistema, altrimenti non ne facevi. Parliamo dunque di una casta ristretta, ma è quella che ha condizionato in maniera importante la politica giudiziaria di questo Paese. Io mi chiedo che cosa aspetti Mattarella a fare piazza pulita.
Che opzioni ci sono?
Una dubbia dal punto di vista costituzionale, che è fare piazza pulita, e l’altra che è stare alla finestra ad aspettare che, un pezzo dopo l’altro, il sistema crolli da solo. Credo Mattarella stia facendo questo, altrimenti non si spiega, dal momento che tendo ad escludere che sia complice di questo andazzo.
Il problema rimane finché rimane questo sistema elettorale oppure finché, come sostengono molti, non verrà realizzata la separazione delle carriere. Inoltre c’è la proposta di una commissione sulla magistratura, che vede contrapposte due scuole di pensiero: quella che teme un’invasione di campo della politica nel potere giudiziario e quella che vuole fare chiarezza su come la giustizia abbia condizionato la politica degli ultimi anni. Qual è la strada giusta?
Io penso che sia un dovere quello di riscrivere una storia che si scopre essere stata falsa. Qualsiasi strumento utile è il benvenuto. Anche io sono scettico sulle commissioni d’inchiesta, però se fosse l’unica strada, non per risolvere il problema, ma per raccontare la verità, allora sarei d’accordo. Le storie vanno riscritte se si scopre che sono state scritte male, altrimenti tramandiamo ai posteri qualcosa che non era vero. Anche la commissione sulla P2 non portò a nulla dal punto di vista giudiziario, però contribuì a scrivere una pagina della storia italiana. Quindi sono favorevole, ma non per smania giustizialista, che non mi appartiene, ma solo per dire: la partita è stata truccata. Almeno si sappia.
Che riforma serve a questo Csm?
Non sono un tecnico, ma faccio un’osservazione: la separazione dei poteri deve continuare ad esistere. Noto, però, una cosa: dei tre poteri dello Stato, due – legislativo ed esecutivo – sono controllati dalla magistratura. E il terzo, la magistratura, non è controllato da nessuno e ha dimostrato di non essere sufficientemente maturo, leale e sincero da poter continuare a rimanere in questo stato. Non so quale sia la strada, ma ferma restando l’autonomia, ci vorrebbe un potere esterno per verificare cosa accade all’interno della magistratura.

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