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Marta Russo, e se avessero ragione Scattone e Ferraro?

La stampa ne parlò come il "delitto perfetto": era il 9 maggio 1997 quando un proiettile esploso da una finestra dell'università la Sapienza di Roma mise fine alla giovanissima vita di Marta Russo. Della sua morte furono accusati due ricercatori: Scattone e Ferraro
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Qualcuno si affrettò a chiamarlo il “delitto perfetto”, anche se poi i due artefici che avrebbero voluto metterlo a segno sarebbero stati condannati. Ma forse, a 24 anni dall’omicidio di Marta Russo, vale la pena rispolverare quel titolo che qualche giornalista fantasioso rubò a Hitchcock, prima di farsi il suo personale film sulla vicenda: “Delitto perfetto” del resto è anche un remake in uscita in quegli stessi anni, con Michael Douglas nei panni di Steven Taylor.

Poi ci sono le storie vere. Il 9 maggio 1997 la studentessa Marta Russo, 22 anni, viene colpita da un proiettile mentre cammina in un viale della città universitaria della Sapienza di Roma. Il caso viene subito affidato ai procuratori Carlo Lasperanza e Italo Ormanni, mentre la procura della Capitale brancola ancora nel buio del delitto di Via Poma e dell’Olgiata. Stavolta le indagini devono portare a un risultato, e in fretta. Le piste che sembrano aprirsi inizialmente paiono le più disparate: a pochi giorni dallo scandalo per uno sparo all’università, si scopre che la Sapienza è piena di pistole. Ma non si trova la calibro 22 compatibile con il delitto, né un testimone che racconti di aver visto qualcosa di quanto avvenuto in pieno giorno in una delle università più popolose d’Europa.

Poi, il 19 maggio 1997, la polizia scientifica dice di aver trovato “tracce significative” di polvere da sparo sulla finestra di quella che diventerà la famosa aula 6 dell’Istituto di Filosofia del diritto della Facoltà di Giurisprudenza. È così che le indagini si concentrano su quella stanza e su quel dipartimento. Dai tabulati telefonici risulta che in un orario compatibile con quello dello sparo da lì stava telefonando la dottoranda Maria Chiara Lipari. Sottoposta a svariati interrogatori, cambia più volte versione, dicendosi impegnata a spremere i ricordi «dall’ano del cervello». Finché non tira fuori i nomi dell’usciere Francesco Liparota e della segretaria Gabriella Alletto, i quali tuttavia negano la loro presenza nella stanza in quel momento.

Gabriella Alletto, dopo l’ennesimo interrogatorio, parla con il cognato mentre le telecamere della polizia la registrano, e arriva a giurare sulla testa dei propri figli di non essere entrata nell’aula 6. Ma il 12 giugno 1997 viene arrestato il professor Bruno Romano, direttore dell’istituto di filosofia del diritto, perché gli inquirenti sono convinti che stia ostacolando le indagini dicendo ai suoi di non parlare. L’arresto di Romano fa tremare Gabriella Alletto che cambia versione e dice che in quell’aula ci è entrata e ha visto anche Francesco Liparota, proprio come ha detto Maria Chiara Lipari. E subito dopo rilascia la deposizione che la candida a testimone chiave del processo: accusa il dottorando di filosofia del diritto Giovanni Scattone di aver sparato dalla finestra e il collega Salvatore Ferraro di aver portato via l’arma. Dopo una notte in carcere Francesco Liparota conferma la versione di Gabriella Alletto, anche se torna a smentirla il giorno successivo.

Dopo settimane in cui i volti di Scattone e Ferraro continuano ad apparire costantemente in tv, la studentessa Giuliana Olzai dice di ricordarsi di averli visti passare quel giorno alla Sapienza. L’8 agosto 1997, prima di partire per un viaggio, Maria Chiara Lipari entra negli uffici della polizia aeroportuale di Fiumicino e dichiara di ricordarsi finalmente anche lei di aver visto i due nella stanza: sicuramente Salvatore Ferraro, molto probabilmente pure Giovanni Scattone. Il 20 aprile 1998 si apre il processo che porta alla condanna definitiva di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro il 15 dicembre 2003.

Ma intanto, fuori e dentro il tribunale, esplodono non poche contraddizioni. L’8 settembre 1998 spunta la videoregistrazione dell’interrogatorio di Gabriella Alletto dell’11 giugno 1997 dove tutti possono sentire il procuratore Italo Ormanni tuonare con quella che qualcuno avverte come una minaccia ben poco velata: «La prenderemo per omicida!». Intanto i periti spiegano che non c’è alcuna certezza che lo sparo sia partito dall’aula 6: le particelle rinvenute sono solo bario e antimonio, manca il piombo, possono dunque essere la traccia di molte cose. Il 13 novembre del 2000, al processo d’appello, una nuova perizia chimica stabilisce che la particella trovata sulla finestra dell’aula 6 non è riconducibile all’innesco del proiettile che colpì Marta Russo.

Alla fine Giovanni Scattone viene comunque condannato per omicidio colposo e porto abusivo d’arma, Salvatore Ferraro per favoreggiamento e porto abusivo d’arma. Cinque anni e quattro mesi per il primo, quattro anni e due mesi per il secondo. Una sentenza imbarazzata che scontenta tutti: troppo lieve ad avviso di chi vuole l’omicidio volontario, troppo dura per chi non accetta di sentirsi chiamare omicida e si è sempre proclamato innocente.

Ma la pena travalica oltre, nelle vite private dei due, ormai bollati a vita. La stessa stampa che ha letteralmente inventato che Scattone e Ferraro avevano tenuto un seminario sul delitto perfetto, torna ancora all’attacco quando Giovanni Scattone tenta di rifarsi una vita provando a fare l’insegnante di liceo. Un nuovo bombardamento mediatico, che infine lo costringe a rinunciare. E se davvero avessero ragione Scattone e Ferraro? Se non fossero stati loro a uccidere Marta Russo? Forse allora si dimostrerebbe visionaria l’arguta immaginazione del primo cronista che tirò in ballo la teoria del delitto perfetto. Perché tale sarebbe un delitto con due condannati innocenti e un colpevole che “l’ha fatta franca”.

“Undici Frammenti – il delitto perfetto della Sapienza” – Il podcast

“Undici Frammenti – Il delitto perfetto della Sapienza” è il podcast Audible Original del collettivo Lorem Ipsum. I dieci episodi ricostruiscono le indagini e il processo, che si concluse con la condanna di Scattone e Ferraro. Un’inchiesta in forma di romanzo che raccoglie le voci dei protagonisti di una vicenda che ha dato vita al primo caso mediatico di stampo televisivo della storia italiana. Storie che si intrecciano con altre storie, dalla donazione degli organi, alla messa in discussione dell’istituzione carceraria. Frammenti che compongono un puzzle imperfetto, al ritmo di sonorità originali che prendono parola e accompagnano l’ascoltatore. E che lo invitano a mettere in discussione una verità che aveva dato per scontata.

 

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