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Flick: «Commissione sulle toghe? Macché, è inutile: pensino a riformare il Csm»

Intervista al presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, che diffida della possibilità di risolvere i problemi della magistratura grazie a «clamorose quanto improbabili rivelazioni nascoste nei verbali»
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«Sono passati due anni dalla vicenda rivelata dai trojan nel 2019, anche se già allora a molti nota. Qualcuno vede per caso maturare una autoriforma, tra i magistrati? Non credo ci si possa ancora illudere in una rigenerazione endogena, né del Csm né dell’ordine giudiziario nel suo complesso. Lo conferma l’ultima, deprimente questione dei “verbali avvelenati”. È chiaro che la magistratura ha bisogno di un intervento normativo capace di riformarne l’autogoverno, e l’intervento non può che provenire dall’esterno, dunque dal Parlamento. L’importante è che non si risolva in una commissione d’inchiesta, che invece ridurrebbe tutto a un inutile e forse pericoloso regolamento di conti politico».

Il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick, oltre a sollecitare un’accelerazione sull’ormai leggendaria riforma del Csm, si rifiuta di «fare il pur minimo sforzo per comprendere come siano andate le cose in quest’ultimo conflitto fra il Consiglio e un suo ex componente, o cosa ci sia di attendibile nei verbali. Non mi interessa e non vale la pena di inoltrarsi nell’intrigo, di capire se è una vendetta, o una calunnia, o un maldestro tentativo di intorbidire le acque per difendersi. Di sicuro la gran parte delle persone resta smarrita e confusa come il sottoscritto. Credo basti. Aggiungo solo che insistere nella curiosità febbrile per l’investigazione dei presunti segreti, per l’attesa di una clamorosa rivelazione nascosta nei verbali, tutto questo, al di là delle strumentalizzazioni, di cui anche i media fanno un uso disinvolto, mi pare riproponga l’errore di guardare al dito anziché alla luna. L’unica cosa sicuramente vera è che due anni dopo la vicenda del 2019 qualcuno infligge un ulteriore, grave colpo alla credibilità e autorevolezza della magistratura. Compromette ancora di più la fiducia dei cittadini nella giustizia. Ce n’è abbastanza per smettere di soffermarsi sui dettagli e guardare alla luna anziché al dito».

Perché è un errore dare importanza al caso dei verbali?

Intanto perché la cosiddetta verità su quei verbali potrebbe rivelarsi assai deludente. Non so se vi sia granché, ma non mi aspetto rivelazioni sconvolgenti. È uno scontro di potere, ed è proprio questo il problema. Il Csm rischia di non riflettere più il modello disegnato dai costituenti. Che avevano immaginato un organismo di alta amministrazione dell’ordine giudiziario, dotato di un proprio spazio di discrezionalità e di un potere anche politico definito da limiti rigorosi, ma reso poi indeterminato dalla mancanza di una legge rinnovata sull’ordinamento giudiziario. Da quel modello siamo passati a una crescita abnorme.Siamo passati a un gigante malato?In un certo senso sì. Intanto è il caso di sottolineare la crescita della disinvoltura rispetto all’inosservanza delle regole. Negli ultimi due anni trascorsi dal noto caso del trojan non si è percepito un cambiamento. Mentre per quasi un terzo la componente togata del Consiglio è stata sostituita. Parlo di un potere che nella sostanza è politico e in quanto tale rischia di diventare anomalo. Una distorsione che cresce di pari passo perché strettamente connessa alla crisi di legalità e alla crisi del ruolo del giudice. Assistiamo al continuo ingigantirsi dell’autoreferenzialità della categoria e dei singoli magistrati. Nel segno della correntocrazia, mi pare il termine più congruo. Ma il fenomeno non è comprensibile se non si aggiunge un tassello decisivo.

Quale sarebbe?

Oggi il Csm è un luogo di potere che ha mutuato alcuni aspetti assai negativi dalle prassi della politica. Si pensi alle nomine per gli uffici doppie o triple per accontentare tutti: uno a me, uno a te e il terzo a lui. La scarsa chiarezza nei rapporti fra centro e periferia, la gestione personalistica che prevale sul mandato istituzionale, quando non il vero e proprio abuso. Aspetti che sembrano emergere anche con l’ultima vicenda dei verbali. Certo che un pm è tutelato dalle norme, anche nel senso di potersi rivolgere al Consiglio superiore, ma certo le modalità per ottenere quella tutela non coincidono con quando sembra essere avvenuto.

Però lei dice che il vizio è importato dalla politica.

La patologia si alimenta anche nel rapporto altrettanto anomalo con la politica. E uno dei fattori dell’anomalia è proprio nella scelta dei consiglieri non togati. Secondo la Costituzione devono essere individuati in base all’alto profilo, alle competenze e invece spesso sono scelti fra chi è sì avvocato o professore, ma è innanzitutto organico alla politica tout court. Al di là della composizione dell’attuale Consiglio, a cui non intendo riferirmi in modo specifico, sta di fatto che la parziale elusione del dettato costituzionale ha finito negli anni per trasmettere appunto alcune cattive prassi dalla politica alla gestione della magistratura.

Il mancato rispetto delle regole non si può spiegare solo col cattivo esempio.

Trae origine infatti anche dalla scarsa applicazione della giustizia interna, anche se parzialmente e lentamente migliorata negli ultimi tempi. Già il rispetto dei princìpi deontologici, che attengono alla legalità sostanziale dei comportamenti, potrebbe cambiare le cose. Accanto alla giustizia disciplinare e a quella penale, alcuni comportamenti andrebbero prima ancora sanzionati sul piano deontologico, della cultura della vergogna e della reputazione. Aiuterebbe.Si riferisce all’ultimo caso dei verbali? Assolutamente non mi riferisco ad alcunché di specifico tra le vicende che emergono con preoccupante frequenza. Non mi interessa e non spetta a me indicare colpevoli o distribuire torti e ragioni su casi che oltretutto non conosco. Mi interessa l’impressione di un potere eccessivo e di una sua gestione anomala e autoreferenziale che se ne può trarre da parte dell’opinione pubblica. Mi interessa anche far notare come l’ultima vicenda segnala la difficoltà che la correntocrazia guarisca da sé. La magistratura da sola non ce la può fare.

Ma la politica non è messa meglio: come ci si può attendere che il risanamento arrivi da lì?

Deve arrivare per forza da una riforma approvata in Parlamento, semplicemente non ci sono alternative. A due anni dalla vicenda della primavera 2019 non mi pare che possa ancora esserci chi abbia il coraggio di scommettere sull’autoriforma del Csm.

E se invece lo sdegno suscitasse una risposta dalla base della magistratura?

Certamente la maggior parte dei magistrati italiani lavora con dedizione ed è disgustata dai fenomeni di cui parliamo. D’altra parte non mi pare saggio sperare che l’ordine giudiziario nel suo complesso riesca a rinunciare al grande potere che ha raggiunto.

Serve il sorteggio dei togati?

Serve probabilmente un meccanismo elettorale che riduca il più possibile l’estensione delle circoscrizioni in modo da favorire chi gode della personale fiducia dei colleghi piuttosto che della sponsorizzazione delle correnti. Intendiamoci, non tutte le attività del Csm sono compromesse dalla patologia dell’eccesso di potere, ma quella distorsione, nell’immagine pubblica, appare prevalente sulle tante attività svolte nel rispetto delle regole.

È utile una commissione d’inchiesta parlamentare sulla magistratura?

No. Sa solo di regolamento di conti, alimenta la confusione e nient’altro. Accresce, se possibile, l’anomalia politica in cui versa la magistratura. Crea conflitto fra i gruppi in Parlamento, che ovviamente hanno fra loro idee diverse sul passato dei rapporti fra politica e giustizia. Insomma, complica il quadro. Dal Parlamento dovrebbe invece venire semplicemente una riforma seria dell’ordinamento giudiziario.

Qual è la ricetta?

Guardare al futuro della giustizia anziché al passato dei conflitti. Diffondere un’idea di giustizia basata sulla ricerca paziente della verità, attraverso il dubbio, la consapevolezza dei propri limiti e il bilanciamento degli interessi. Ricordarsi della favola dei porcospini, trovare cioè la giusta misura che consenta di confrontarsi senza farsi male. Di scaldarsi un po’ senza pungersi troppo. Infine, guardarsi dalle suggestioni tecnologiche.

A cosa si riferisce?

Alla cosiddetta giustizia predittiva, all’intelligenza artificiale. Strumenti essenziali ma non valori fini a se stessi. In molti di fronte alla crisi del giudice pensano ci si possa rifugiare negli algoritmi. Ma la funzione giurisdizionale deve sempre tener conto di variabili innanzitutto umane non ripetibili. Proprio perché non ci sono alternative robotiche alla crisi del giudice, essa va risolta in altro modo.

Il Parlamento sarà all’altezza?

Credo si possa intanto riporre fiducia nell’attuale ministra. Non conosco gli esiti della commissione Luciani, non è un compito facile ed è chiaro che il lavoro del Parlamento sarà decisivo. Ma se una cosa buona si può fare subito, è la rinuncia alla commissione d’inchiesta. Confonderebbe solo le idee. E di confusione, sul ruolo e sul potere del Csm ce n’è già così tanta che aggiungerne ancora sarebbe controproducente.

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