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Caos al Csm, Cartabia passa la palla a Salvi. Indagato Storari

Il pm milanese indagato per rivelazione di segreto d'ufficio. Oggi Davigo verrà sentito dai magistrati romani come persona informata sui fatti. I partiti chiedono alla ministra di riferire in Parlamento
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Il pm milanese Paolo Storari è stato iscritto sul registro degli indagati per rivelazione di segreto d’ufficio dai magistrati di Roma, che oggi sentiranno l’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo come persona informata sui fatti. È a lui, infatti, che Storari ha consegnato i verbali secretati di Piero Amara, ex perno del “Sistema Siracusa”, una cricca di avvocati e magistrati che aggiustava sentenze e pilotava nomine. Verbali nei quali si parla di una presunta loggia segreta, denominata “Ungheria”, composta da magistrati, alti funzionari delle Forze dell’ordine, politici e vertici delle istituzioni, poi consegnati alla stampa dall’allora segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, ora indagata per calunnia sempre dalla Procura di Roma. Verbali consegnati come forma di «autotutela», lamentando il lassismo della procura di Milano. Intanto, si valutano anche le azioni disciplinari. Nessuna sovrapposizione: sarà il solo procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, a valutare i profili di colpa relativi allo scandalo che sta terremotando in queste ore il Csm. Una decisione presa lunedì sera d’accordo con la ministra della Giustizia Marta Cartabia – che «segue con attenzione gli sviluppi della vicenda dei verbali dell’avvocato Piero Amara» -, anche lei titolare dell’azione disciplinare, nel corso di una telefonata in cui i due hanno convenuto di evitare il moltiplicarsi di iniziative in merito alla vicenda. Proprio alla Guardasigilli, nelle scorse ore, si è appellata la politica, con la richiesta unanime dei gruppi parlamentari di riferire in Parlamento sulla vicenda. Ma intanto la palla passa a Salvi, membro di diritto del comitato di presidenza del Csm, mentre sono al lavoro, oltre a quella di Roma, anche le procure di Perugia e Brescia. Quest’ultima sta acquisendo informazioni è ha aperto un fascicolo per accertare se a Milano qualcuno abbia commesso reati.

La versione di Salvi
Salvi, nei giorni scorsi, ha evidenziato, con parole pesanti, che qualcosa di anomalo è avvenuto in quella che dovrebbe essere la casa di vetro della magistratura. «Nè io nè il mio ufficio abbiamo mai avuto conoscenza della disponibilità da parte del consigliere Davigo o di altri di copie di verbali di interrogatorio resi da Piero Amara alla Procura di Milano – aveva spiegato il pg -. Si tratta di per sé di una grave violazione dei doveri del magistrato, ancor più grave se la diffusione anonima dei verbali fosse da ascriversi alla medesima provenienza». Il messaggio all’ex pm di Mani Pulite è chiaro. Così come lo è stato quello dell’intero Csm, che lunedì sera ha ribadito che l’unico modus operandi lecito è quello basato su atti formali e secondo procedure codificate. Difficile immaginare, dunque, che un membro dello stesso organo, qual era all’epoca Davigo, non conoscesse le procedure da seguire.

Palazzo dei Marescialli in fibrillazione
Sui verbali di Amara lo scontro è aperto. «Si tratta di quattro bufale messe una dietro l’altra», confida una fonte del Csm. Un’opinione opposta a quella dell’avvocato di Amara, per il quale ieri è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini per concorso in millantato credito e traffico di influenze illecite, reati ipotizzati dalla Procura di Perugia per la consegna, insieme all’altro legale Giuseppe Calafiore, di 30 mila euro all’ex funzionario dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna Loreto Francesco Sarcina, come presunto prezzo della mediazione illecita dell’ex agente dei Servizi verso pubblici ufficiali. Secondo Salvino Mondello, legale di Amara, le sue dichiarazioni sono state finora sempre confermate da sentenze di condanna o da patteggiamenti. Nessuno, dunque, potrebbe fino ad ora dubitare della sua credibilità. La squadra del procuratore Raffaele Cantone sta ora svolgendo verifiche sui presunti appartenenti alla famigerata “Ungheria”, ma al di là della veridicità o meno dei fatti raccontati, che Amara afferma di aver appreso direttamente in quanto membro di quella loggia, è «l’utilizzo che di quei verbali viene fatto, quando sono ancora coperti da segreto, che è devastante». Il sospetto è che si tratti di un «regolamento di conti», come ipotizzato anche da i membri di Autonomia&Indipendenza, corrente fondata da Davigo. A&I è anche la corrente di Sebastiano Ardita, un tempo legatissimo all’ex pm di Mani Pulite, con il quale i rapporti, però, si sono raffreddati da tempo, per vicende interne al Csm, ma non solo. L’impressione è che i nodi di una guerra intestina alla magistratura comincino a venire al pettine. E che Ardita, indicato da molti come uno dei componenti di “Ungheria”, sia la vittima di un complotto di cui ancora non si intravede la regia. Il consigliere, per quanto è dato sapere, non ha letto quei verbali. A parlargliene è stato un collega, Nino Di Matteo, il primo a denunciare pubblicamente durante il plenum quanto stesse accadendo. Una copia di quei verbali è infatti arrivata anche a lui, che ha subito portato tutto a Cantone, competente per le indagini sui magistrati romani. E ha denunciato il tentativo di calunniare Ardita, schierandosi al suo fianco. La parte che lo riguarda è contenuta, a quanto è dato sapere, in poche righe, in cui si fa riferimento alla presunta partecipazione del magistrato ad un incontro organizzato dai membri di “Ungheria”, nome derivato dalla piazza sulla quale si affaccia l’abitazione di un magistrato romano che farebbe parte della loggia. Fatti risalenti a 15 anni fa, sui quali lo stesso Amara fa confusione. Nel parlare di Ardita, infatti, il superpentito che ha inguaiato la magistratura lo ha indicato come «pm di Catania» nel 2006, anno in cui lo stesso si trovava al Dap.

Il passaggio di verbali
L’altra questione riguarda il passaggio di verbali da Milano al Csm. Storari – al quale in queste ore sono arrivate molte manifestazioni di stima e solidarietà – si appella ad una circolare del Csm, secondo la quale «può ritenersi consentito il superamento del segreto investigativo ogni qualvolta questo possa rallentare od impedire l’esercizio della funzione di tutela e controllo da parte del Csm, che comunque resta soggetto alla disciplina del segreto d’ufficio, e che è tenuto a valutare gli eventuali specifici motivi che giustificherebbero, in relazione alle concrete e puntuali esigenze delle indagini, un rinvio nell’acquisizione dei dati coperti dal segreto». La circolare, però, fa riferimento ai casi in cui ad essere sottoposti ad indagine siano dei magistrati. E nel momento in cui quei verbali venivano consegnati a Davigo, stando alle stesse denunce di Storari, che lamentava l’inerzia della procura di Milano circa i fatti raccontati da Amara, nessuno era iscritto nel registro degli indagati. I primi indagati – Amara, il suo ex collaboratore Alessandro Ferraro e il suo ex socio Giuseppe Calafiore – risalgono infatti al 9 maggio 2020, ovvero un mese dopo la consegna dei verbali a Davigo. Che nemmeno dopo averli ricevuti ha esposto la questione in via ufficiale, comunicandola solo verbalmente a Ermini, Salvi e Curzio.
«Il passaggio corretto – spiega ancora una fonte autorevole – prevede che la comunicazione venga inoltrata alla procura generale, che poi invia al comitato di presidenza del Csm. Ma non è assolutamente contemplato che si inviino dei verbali o altri atti d’indagine: la missiva deve illustrare solo i motivi di disagio». Insomma, dei contenuti dell’indagine si sarebbe potuto parlare soltanto una volta che la pratica fosse stata assegnata alla Prima Commissione, competente per i procedimenti disciplinari. Ma lì la questione non è mai arrivata, a causa del giro informale che quelle carte hanno fatto.

Il segreto violato
E la segretezza degli atti è l’altra questione: «Il codice penale è chiaro: l’atto segreto non lo è in relazione alla persona, ma in relazione all’atto stesso». Quei verbali, dunque, sarebbero dovuti rimanere a Milano, fino a ordine ufficiale. E comunque, anche una volta finiti in maniera ufficiosa al Csm, non si spiega come mai una funzionaria ne sia entrata in possesso, arrivando perfino a consegnarli alla stampa, consentendo che gli stessi venissero utilizzati in maniera impropria. La domanda è scontata: quale interesse poteva avere la fino allora anonima Contrafatto a diffondere quelle informazioni? Da qui il sospetto di voler allargare quelle crepe prodotte dallo scandalo Palamara. L’iniziativa viene infatti definita «devastante» ed è difficile credere, per chi vive tra i corridoi del Csm, che una funzionaria possa aver preso tale iniziativa senza confrontarsi con nessuno.
Altro capitolo è quello riguardante Storari. Che avrebbe agito, a suo dire, per evitare un provvedimento disciplinare, ottenendo, però, l’esatto contrario. Il rischio trasferimento per incompatibilità ambientale è, infatti, altissimo. E tocca attendere anche gli sviluppi dell’indagine avviata a Brescia per capire se la vicenda si trasformerà o meno in qualcosa di più pesante. Mentre nel capoluogo, il presidente del Tribunale, Roberto Bichi, ha acquisito il verbale di Amara che gettava ombre sui giudici del processo Eni-Nigeria, quando l’avvocato aveva parlato della vicinanza dei difensori dei vertici Eni al presidente del collegio. Da lì l’apertura di un’inchiesta a Brescia, conclusasi con un’archiviazione. L’inerzia nell’indagine sul “caso Amara”, secondo alcuni, sarebbe legata proprio alla decisione del Procuratore Francesco Greco di trasmettere i verbali ai colleghi di Brescia.

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