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Il piano giallo-rosso per far uscire Salvini dal governo

Di Maio e gli altri leader dell’ex maggioranza a caccia dell’incidente per liberarsi della Lega ed eleggere il prossimo Capo dello Stato
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Quando domenica scorsa, commentando l’incidente Fedez al concerto del primo maggio, dalle tolde di comando dei partiti della ex maggioranza di Conte sono partite bordate nucleari palesemente esagerate a fronte di una censura inesistente e di un caso che per molti versi pareva progettato a tavolino, almeno agli occhi di chi conosce lo stile della politica italiana è stato chiaro che in ballo c’era qualcosa di più della libertà di parola di un cantante e imprenditore di gran successo. Del resto nella stessa sera del concerto il segretario del Pd Letta aveva sparato a palle incatenate contro il socio di maggioranza Salvini, con una virulenza inaudita trattandosi di partiti che, sia pure per caso e per poco, si ritrovano nello stesso consiglio dei ministri. La raffica di Letta è passata quasi inosservata, non per distrazione ma perché abitudine ormai quotidiana e del resto giornalisti e conduttori vicini all’ “ala sinistra” della maggioranza martellano da settimane sull’impossibilità di andare avanti con una Lega che si comporta da forza “di lotta e di governo”, d’opposizione e di maggioranza.
Non sono solo umori in libertà ma segnali di un progetto preciso, per ora solo vagheggiato ma già attivamente, pur se confusamente, perseguito: spingere la Lega fuori dalla maggioranza, costringere Salvini a una rottura che il leader leghista vuole al contrario evitare a ogni costo. Qualche leader, primo fra tutti Di Maio, ne parla apertamente con gli altri colleghi della maggioranza con discorsi di questo tipo: bisogna andare in quella direzione e bisogna farcela rapidamente, altrimenti sarà Salvini ad andarsene nel momento per lui più conveniente. Nei ranghi del Pd e di LeU il miraggio diventa quasi palpabile. Comunque trapela da decine di dichiarazioni.
In parte si tratta del mai messo da parte sogno del governo Draghi sostenuto da una maggioranza Ursula. Per la “maggioranza di Conte” sarebbe stato e sarebbe ancora la tombola. Il governo assumerebbe inevitabilmente connotazione politica, tirando la volata elettorale al “nuovo” centrosinistra e al suo candidato naturale, l’ex premier Conte. Le forze populiste, Lega e FdI, finirebbero nel ghetto sovraffollato ma ininfluente, nel quale vegeta in Francia il Front National di Marine Lepen. La rottura tra Fi e il resto della destra diventerebbe di fatto irrecuperabile. Il ruolo di Renzi si ridurrebbe a zero. Senza contare il particolare per cui, senza il contrappeso della Lega, influenzare le scelte di Draghi diventerebbe per una maggioranza trasformatisi in “maggioranza politica” se non proprio facile, almeno molto più facile.
Ma nella speranza di liberarsi della Lega giocano anche almeno altri due fattori. Il primo è la nomina del prossimo presidente della Repubblica. Con la Lega in maggioranza indicare il prossimo presidente sarà per il “nuovo centrosinistra” quasi impossibile, in particolare date le divisioni nei 5S. Il rischio è doppio: una nomina di Draghi, se al premier sarà possibile lasciare palazzo Chigi, sulla quale Salvini cercherebbe di mettere il cappello oppure, eventualità ben più temuta, la conquista del Colle da parte della destra. L’uscita della Lega dalla maggioranza e la conseguente separazione da Fi risolverebbero il problema.
Infine Pd e M5S pensano, probabilmente a ragion veduta, che Salvini miri a tenersi le mani libere. Se tra qualche mese il governo avrà raggiunto successi tali da confermarne la popolarità il leader leghista cercherà di assumersene i meriti. Se invece le cose andassero per il verso opposto non esiterebbe a sfilarsi dalla maggioranza lasciando gli altri vincolati a un governo impopolare.
Resta da vedere quanto sia realistico l’obiettivo di spingere la Lega fuori dalla maggioranza. L’obbligo di competere con una Giorgia Meloni rampante e quello di dare soddisfazione a una parte congrua della sua base elettorale costringono Salvini a recitare la parte rumorosa del leader di maggioranza ma anche d’opposizione, ruolo che peraltro incarnerebbe probabilmente comunque. L’appiglio dunque c’è e resterà. Pd, 5S e LeU faranno il possibile per sfruttarlo denunciando la doppiezza intollerabile. Non basterà, perché il campo di battaglia, l’arena delle riaperture, è in buona misura un palco con i fondali di cartone. L’ultima parola spetta al virus, la penultima a Draghi, il percorso è in buona parte obbligato e una spaccatura della maggioranza provocata dal posticipare di una o due ore il coprifuoco a metà maggio o fine giugno sarebbe troppo persino per la politica italiana.
La sola occasione saranno le riforme del Pnrr e in particolare quella fiscale, che è la bandiera della Lega per eccellenza. Se la riforma andrà in direzione opposta a quella promessa da Salvini per anni, la Lega faticherà a sostenerla. Si tratterà di un terreno molto più scivoloso e realmente significativo della messa in scena sulle riaperture. Fino a quel momento, la ex maggioranza continuerà a bersagliare il comportamento della Lega con toni sempre più alti e Salvini, da parte sua continuerà fornire motivazioni in abbondanza per giustificare quegli attacchi. Ma solo quando sul tavolo del governo arriveranno le riforme il tentativo di cacciare la Lega dalla maggioranza, che ha comunque poche possibilità di successo, si dispiegherà davvero.

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