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Quella sera di fronte al Raphael la lotta politica si trasformò in linciaggio da bar e ora social

Dopo quella manifestazione violenta di fronte all'Hotel Raphael il bersaglio non fu più il capo politico ma l'uomo o la donna: la persona
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Due giorni non come gli altri: 29 e 30 aprile 1993. Il Paese in cui viviamo, la sua parabola politica da allora, la cultura e gli umori diffusi in questi decenni, nascono in quei due giorni, tra i cazzotti che si scambiarono deputati leghisti e socialisti dopo il voto della Camera che aveva negato l’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi e la pioggia di monetine che sommerse il segretario del Psi il giorno dopo, di fronte alla sua abitazione privata romana, l’Hotel Rapahel, in una messa in scena del linciaggio che senza il cordone di polizia avrebbe potuto travalicare i confini del simbolico ma fu comunque devastante.

Dieci giorni prima il referendum sulla legge elettorale aveva inflitto il colpo di grazia a una prima Repubblica già agonizzante, ferita a morte dalla tempesta di tangentopoli, e prima ancora dall’avanzata che pareva inarrestabile della Lega del nord. Sepolta sotto i calcinacci del Muro crollato nel 1989. Nella mattinata di quello stesso 29 aprile si formava il governo che avrebbe dovuto accompagnare il Paese a nuove elezioni, dopo il varo di una legge elettorale coerente con l’esito del referendum. Lo presiedeva l’ex governatore di Bankitalia Ciampi, contava anche tre ministri del Pds, erede del Pci, e uno dei Verdi.

Con il clima montato nel Paese negli ultimi mesi e anni, al confronto del quale quello che oggi si definisce ‘ populismo’ appare come compassato e austero, i rischi collegati alle nuove elezioni erano evidenti. Per questo la folta area dissidente del Psi guidata dall’ex delfino di Craxi Claudio Martelli, aveva proposto al Pds, in una serie di incontri segreti, una strategia comune. Passava per il prolungare di anni, possibilmente sino alla scadenza della legislatura il governo Ciampi e usare quel tempo per far sbollire la furia popolare derivata da tangentopoli, disinnescare la Lega e varare una legge elettorale tale da frenare l’arrembaggio delle forze ‘ populiste’. Almeno stando ai racconti di quegli esponenti socialisti, l’intesa era già stata raggiunta. Il progetto definito e concordato.

Qualcosa di quella manovra era arrivato alle orecchie della Lega che si organizzò per parare il colpo in anticipo. Nel pomeriggio la Camera doveva approvare, a voto segreto, le autorizzazioni a procedere contro Craxi, il pesce più grosso nella retata di tangentopoli, diventato agli occhi dell’opinione pubblica il simbolo stesso di quello scandalo. Craxi si difese in un’aula strapiena e ammutolita. Ricordò a tutti, per la seconda volta in Parlamento, che al sistema di finanziamento illecito della politica avevano partecipato tutti e tutti, proprio tutti, sapevano. Ma l’esito del voto sembrava scontato in partenza. Gli stessi socialisti dissidenti erano decisi a votare per l’autorizzazione, rendendosi conto che il Paese, in quel momento e con i media schierati compatti ‘ contro il sistema’, non avrebbe tollerato un diverso verdetto.

Se ne rendeva conto anche Bossi. Quindi diede ai suoi l’ordine di votare in segreto contro le autorizzazioni a procedere. Furono respinte e l’aula letteralmente esplose. I deputati del Psi ingaggiarono una serie di corpo a corpo con i colleghi leghisti, accusandoli, probabilmente a ragione, di aver ordito il tranello. Vinti, persino i commessi gettarono la spugna. In quel tardo pomeriggio qualche cronista parlamentare entrò impunemente in aula metaforicamente ridotta in macerie senza che la sorveglianza si peritasse di fermarlo. Il Pds dichiarò subito che ‘ non c’è più il governo Ciampi’. Poi Occhetto frenò. Limitò la reazione al ritiro dei ministri e il verde Rutelli seguì a ruota. Il governo restò in vita ma a quel punto senza più altra ambizione se non quella di un governo traghetto di corto respiro.

Alla corte di re Bettino, o Bokassa come lo chiamavano allora, a festeggiare, la sera del 29, rimasero solo i fedelissimi. Unico a presentarsi tra i tantissimi che nel decennio precedente erano montati sul carro di Craxi e avevano sgomitato per restarci, l’amico imprenditore milanese: Silvio Berlusconi. Il giorno dopo i giornali fecero fuoco e fiamme. ‘ Vergogna’, come titolò Repubblica era il commento più lieve. Occhetto, con Rutelli, partecipò nel pomeriggio a un comizio in piazza Navona, a due passi dal Raphael. A manifestazione conclusa, e molti anche prima, i manifestanti si spostarono lì. Era la prima volta che una manifestazione assediava l’abitazione privata di un politico. Prendeva di mira l’uomo, non il leader. La persona, non il simbolo. Alle 8 il leader socialista aveva in programma un’intervista. Gli suggerirono di svignarsela dalla porta sul retro. Ma Craxi, torreggiante com’era, non era un pavido. Uscì dalla porta principale e fu sommerso dalle monetine lanciate dagli assedianti, dagli insulti, dagli sputi, dalle banconote agitate sotto il naso. La folla iniziò a premere sul cordone di poliziotti inviati all’ultimo momento dal capo della polizia Parisi.

Fisicamente il cordone resistette e probabilmente non era neppure nelle intenzioni della folla travolgerlo davvero. Dai punti di vista simbolico, culturale e politico invece fu spianato. Da quel momento il bersaglio non fu più il capo politico ma l’uomo o la donna: la persona. Non lo si combattè più come nemico politico ma come ladrone, corrotto, colpevole di comportamenti sessuali scorretti, infamone. L’arma non fu più la contrapposizione nelle aule del Parlamento ma il discredito e l’invito al linciaggio metaforico, nei bar e poi sui social.

È l’Italia degli ultimi decenni, quella che ha visto lo svilimento progressivo e finale della politica e della competizione politica. È nata in una sera di 18 anni fa, di fronte all’ Hotel Raphael.

 

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