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«Le leggi speciali non erano ingiuste, ma la loro applicazione fu sommaria»

Intervista ad Alessandro Gamberini, difensore di Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri: «La giustizia entra in campo per evitare la vendetta. Questi arresti sono la celebrazione di una vendetta tardiva»
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«La giustizia entra in campo per evitare la vendetta. Ma con questa scelta ci troviamo davanti alla celebrazione di una vendetta tardiva». A parlare è Alessandro Gamberini, difensore di Giorgio Pietrostefani, uno dei sette ex terroristi arrestati mercoledì a Parigi. Convinto della sua innocenza per il delitto Calabresi, il legale contesta oggi l’applicazione di quelle leggi che portarono alla sua condanna. «I meccanismi applicativi – spiega al Dubbio – hanno valutato la responsabilità penale a volte in modo sommario».
Avvocato, cosa ne pensa di questi arresti?
Mi fa una cattiva impressione quando assisto a retate di settantenni. C’è un rapporto che lega la memoria alla giustizia e alla storia: quando sono passati tanti anni da avvenimenti che hanno portato a delle condanne l’intervento della giustizia non si rapporta più ad un fatto, ma ad una valutazione storica. E la storia richiede un altro approccio rispetto a quello dell’applicazione meccanica della pena. A distanza di 50 anni la condanna storica non vale nulla dal punto di vista del significato della giustizia. Mi appare come la celebrazione di una vendetta tardiva. Tanto più questa cosa mi meraviglia rispetto alla Francia.
Perché?
La Francia ha deciso decenni fa, non da poco, di dare asilo a queste persone. Sono decenni che queste persone vivono alla luce del sole, hanno un lavoro, hanno riformato una famiglia. La Francia poteva decidere, legittimamente, di non dare asilo. Ma una volta che è stato dato, revocarlo, trattando le persone come pacchi postali, viola l’articolo 8 della Cedu. Il tema non si pone solo rispetto alle condanne, ma anche rispetto al fatto che sono state radicate aspettative di vita che vanno tutelate. E lo dico perché la Corte europea lo ha affermato più volte rispetto alle espulsioni: non sono possibili se determinano una violenza assoluta nei confronti delle relazioni familiari. L’Italia ha perseguito a fasi alterne queste persone ed è normale che esprima soddisfazione, perché l’ordinamento italiano che ha espresso quelle condanne ha trovato conforto. Ma è un conforto che ha dei limiti: queste vicende non appartengono più alla giustizia.
Tornando a quegli anni, secondo lei si poteva combattere il terrorismo senza creare leggi speciali?
Ho vissuto quel periodo come avvocato e come docente di diritto penale. Dando un giudizio in chiave storica, con la freddezza che oggi ci consente di fare una valutazione, non penso che ci siano state norme palesemente incostituzionali che abbiano sospeso lo Stato di diritto in Italia. Quelle norme poi sono state aggravate da tutte quelle successive in maniera di terrorismo o di mafia, con una serie di enunciazioni che hanno coperto tutto il possibile scenario di queste vicende. In questi casi il problema è un’applicazione che è al limite dello Stato di diritto. I meccanismi applicativi – e succede anche ora nei processi per mafia – hanno valutato la responsabilità penale a volte in modo sommario. La valutazione della prova è stata non sempre individualizzata e spesso volta a fornire rassicurazioni all’opinione pubblica attraverso condanne, anche esemplari, e attraverso valutazioni sommarie. Credo che non sia stata la normazione, ma l’applicazione di quelle norme, in una situazione drammaticamente conflittuale, a portare la Francia alla dottrina Mitterrand. Una dottrina che emerse – con riferimento ai condannati non per delitti di sangue – sul presupposto che questo conflitto andasse riparato in sede politica e non in sede giudiziaria. Fu un tentativo anche di giocare a ridosso di un Paese amico, l’Italia, per aiutarlo a risolvere queste vicende. E in sede politica si sarebbe potuto risolvere con amnistia e indulto. Non per i delitti di sangue, ovviamente, ma buona parte di quelle persone poteva essere ricondotta nell’alveo della vita civile senza bisogno di passare sotto le forche caudine della galera, perché sotto il punto di vista della pericolosità, finito quel fenomeno, tutti sono tornati alla civiltà.
Il concorso morale è una categoria sostenibile?
Nel nostro ordinamento è una categoria conosciuta e applicata. Ovviamente è una questione delicatissima: quando non c’è la prova della partecipazione diretta non c’è alcun riscontro e quindi si è senza difesa. Questo strumento va usato con assoluta prudenza, tant’è che in materia di concorso esterno in associazione mafiosa le stesse sezioni Unite nella sentenza Mannino dissero che non poteva essere usata la categoria del concorso morale. In un contesto in cui tutto viene utilizzato in maniera forzata è ovvio che questa è la categoria che, più di altre, può rappresentare un passepartout per avere delle condanne ingiustificate.
Gemma Capra, moglie di Luigi Calabresi, ieri ha affermato che non si tratta più delle stesse persone e che non si sente di gioire.
Ho apprezzato anche la dichiarazione del figlio Mario, rispetto a Pietrostefani, di cui sono difensore, che ha affermato che a distanza di tanto tempo non avverte questa cosa come un successo. Apprezzo sempre quando persone che hanno subito un dolore tanto atroce riescono a dire cose del genere. Non ho capito, però, cosa intenda quando dice che sarebbe il momento giusto per restituire un po’ di verità. C’è stato un processo e la famiglia Calabresi ha sempre ritenuto che quella fosse la verità e che i mandanti fossero Pietrostefani e Sofri. A meno che la famiglia Calabresi non ritenga che la verità sia un’altra. Io che li ho difesi continuo a dire che sono innocenti, ma le sentenze dicono un’altra cosa. Se si ritiene giusta la sentenza questa è la verità che chiude il cerchio.
Oggi l’Italia chiude i conti con il passato?
Non ci riesce. Capisco che non sia semplice, ma 50 anni dopo, un capitolo chiuso sotto ogni punto di vista, nonostante le ferite, potrebbe diventare storia. La soluzione politica poteva essere invocata da tempo, ma farlo in questo Paese è complicato. Qualcuno ha evocato la soluzione adottata da Togliatti nel dopoguerra, aspramente criticata da molti perché consentì a molti repubblichini che si erano macchiati di delitti di cavarsela dal punto di vista giudiziario. Ma volle dire anche chiudere un capitolo e impedire che questo meccanismo di giustizia si infiltrasse in vicende storico-politiche chiuse. È ovvio che questa cosa possa provocare dolore per le vittime. Ma la giustizia entra in campo per evitare le vendette. L’aspetto fondante della scelta sarebbe stato quello di collocare nella storia e non rivangare la memoria di questioni ormai cristallizzate negli albi delle cronache.

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