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La lotta al terrorismo e il “sacrificio” dello Stato di diritto

Sono passati decenni dagli anni di Piombo ma il paese è ancora convinto che per fare i conti con quegli anni siano sufficienti retate e arresti
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È un eterno ritorno, un passato che non riusciamo a superare perché non abbiamo ancora trovato la forza di elaborarlo e analizzarlo al riparo dagli strascichi ideologici e, naturalmente, dai grandi dolori pubblici e privati che abbiamo vissuto. L’arresto degli ex brigatisti in Francia è un salto nel tempo e per capire le ragioni delle fughe di allora e delle retate di oggi è lì, nell’Italia degli anni ‘70, che dobbiamo tornare. Era l’Italia del sangue, delle esecuzioni, degli agguati contro gente inerme, contro intellettuali, servitori dello Stato, addirittura sindacalisti.

I nomi delle vittime risuonano ancora nella nostra coscienza collettiva: Vittorio Bachelet, Guido Rossa, Aldo Moro e tanti, tanti altri. In questa lunga e dolorosa lista c’è anche Fulvio Croce – l’avvocato che rifiutò l’ordine brigatista di non difendere gli imputati – del quale, ieri, fatalità, cadeva l’anniversario dell’agguato e della morte.

Ma per capire fino in fondo quella stagione, e le ragioni per cui la Francia decise di accogliere gli “esuli italiani”, dobbiamo anche capire quale fosse lo stato della giustizia italiana. Era il periodo delle leggi speciali e dei processi sommari. L’Italia si sentiva in guerra e, come in ogni guerra, lo Stato di diritto era saltato. E ora, a distanza di più di 40 anni, pensiamo di lenire quella ferita così profonda solo affidandoci a nuovi arresti, nuove retate.

Noi, seguendo indegnamente l’esempio dell’avvocato Fulvio Croce, che difese i suoi stessi aguzzini in nome della Costituzione e del diritto alla difesa, ecco, con la stessa lucidità dobbiamo cercare di capire se fosse stato possibile liberarci dal giogo della violenza terrorista senza comprimere e indebolire lo Stato di diritto. Lo dobbiamo fare per capire il passato e per evitare derive simili in futuro. Per questo siamo qui ad augurarci che questi arresti possano aiutare a capire quegli anni, pur temendo che possano diventare l’ennesima forma di rimozione collettiva.

L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, uno di quelli che visse sulla propria pelle la tragedia dolorosissima del caso Moro, entrò nelle carceri a incontrare quella generazione di terroristi e impegnò gli ultimi anni della sua vita a provare a traghettare l’Italia dalla spirale d’odio e di vendetta verso una visione storica più distaccata e lucida di quel fenomeno. Chiese la clemenza per i terroristi e la fine delle leggi di emergenza che pure aveva contribuito a creare. Era un modo per dire che avremmo dovuto guardarci allo specchio e capire come mai l’Italia, unica tra i paesi occidentali, si trovò immersa in quella tragedia collettiva per decenni. Ecco, forse è da lì che dovremmo riprendere i fili del discorso.

P.s.

Tra le cose più preziose del giorno segnaliamo  il tweet di Mario Calabresi: “Oggi è stato ristabilito un principio fondamentale: non devono esistere zone franche per chi ha ucciso. La giustizia è stata finalmente rispettata. Ma non riesco a provare soddisfazione nel vedere una persona vecchia e malata in carcere dopo così tanto tempo”. Mario Calabresi è il figlio del commissario Calabresi, del cui omicidio è stato accusato e condannato Giorgio Pietrostefani, uno degli arrestati di ieri. E allora, a tanti anni di distanza da quei fatti, ci chiediamo: davvero sono le stesse persone che decenni fa decisero di impugnare le armi?

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