Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

“Time”: quel grido di dolore contro il carcere inumano che non trionfa agli Oscar

Elogio di una sconfitta: il documentario della regista Garrett Bradley racconta di una donna che da sola sfida il sistema penitenziario americano. E vince, anche senza portare a casa l'ambita statuetta
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Con la vittoria di “Nomadland” della regista Chloé Zhao trionfa l’altra America, si è detto, il sogno americano di chi si aggrappa alla sopravvivenza invece che al successo. Tra la delusione per l’Italia che ne esce a mani vuote e i lustrini pochi, sulla notte degli Oscar meno “spettacolare” della storia si è scritto quasi tutto. A noi non resta che tessere l’elogio della sconfitta puntando l’attenzione su chi l’Academy non ha premiato: tra tutti “Time”, il docufilm della regista afroamericana Garrett Bradley in corsa per la categoria Miglior documentario.

Lo trovate su Prime Video come esclusiva Amazon e vi basta solo un’ora e mezza per lasciarvi colpire come colpisce un pugno al centro dello stomaco. Anche in questo caso c’entra il sogno americano, che c’entra quasi sempre. Ma qui la sopravvivenza e la scalata per l’emancipazione sono una cosa sola. Partiamo da una scena di metà film: «Il successo è la miglior vendetta, il successo è la miglior vendetta, il successo è la miglior vendetta». Sibil Fox Richardson, protagonista di questa storia vera, continua a ripeterselo mentre dall’altro capo del telefono un’impiegata frettolosa le fa sapere che suo marito probabilmente resterà ancora in carcere. Ma il giudice non ha ancora trovato il tempo di metterlo nero su bianco, forse lunedì, la cancelleria il venerdì chiude alle 16: «Richiami».

L’uomo in questione, Rob, si trova recluso in una prigione della Louisiana da quasi vent’anni, condannato a 60 per una rapina commessa da giovanissimo in un momento di disperazione. Fuori le porte della banca, in quel giorno che avrebbe cambiato per sempre le loro vite, c’era anche Sibil, che di anni invece ne ha scontati poco più di tre. Sibil ha sposato il suo compagno di liceo, e con lui era partita alla ricerca del successo quattro stracci alla mano e un bimbo piccolo. Sibil è afroamericana, come suo marito, per loro nella Grande America «tutto è possibile», ma meno alla portata. Convinti di fare il colpaccio investono i risparmi in un negozietto di abbigliamento, vogliono portare in città la moda pop. E invece portano a casa un mucchio di bollette e debiti. La rapina è solo un attimo, il centro di una vita passata a rimediare. Quando Rob viene condannato Sibil è incinta di due gemelli, di figli in tutto ne avrà sei. Si mette subito a lavoro: l’impiego in un autonoleggio e la battaglia per la libertà di suo marito.

La sfida contro il sistema penitenziario americano è vinta appena 21 anni dopo, quando finalmente a Rob concedono la grazia. Nel mezzo ci sono oltre 100 ore di filmato che Sibil raccoglie giorno dopo giorno fino al momento del riscatto. Video familiari, conferenze, appelli social, momenti intimi di sgomento e fragilità: un piccolo capitale umano che la regista ha portato sullo schermo in un continuo sovrapporsi di piani temporali, tra immagini di repertorio e riprese attuali. Sibil è ora giovanissima, col pancione, ora madre di due gemelli che ormai 18enni hanno messo su la barba senza aver mai visto il padre fuori da una cella.

Il tempo, a cui è consacrato il film, scorre lento e inesorabile: quasi immobile per chi sta dietro le sbarre, ma troppo in fretta per chi cerca di conservare un po’ di prospettiva. «Provate voi a tenere unita una famiglia quando hai due visite al mese e 60 anni da scontare in cella», grida Sibil mettendo a frutto rabbia e frustrazione in uno dei suoi incontri con la comunità. La pena prevista dal codice americano per il reato di rapina va dai 5 ai 99 anni di detenzione, salvo patteggiamenti. «Il vero delitto è cancellare la vita di un uomo senza concedergli alcuna possibilità di recupero», denuncia ancora la donna. Con instancabile convinzione dice di considerarsi «un’abolizionista»: perché il carcere per i neri americani è come una «forma legale di nuova schiavitù». Al punto che per il quotidiano statunitense Los Angeles Times, questo film rappresenta la «personalizzazione della prospettiva storica» illustrata nel documentario del 2016 “XIII Emendamento”, che spiega proprio col razzismo le ingiustizie del sistema penitenziario.

Allora si parlò dell’America come di una “nazione-carcere”: solo gli Stati Uniti, secondo i dati aggiornati a qualche anno fa, vantano il 5% per cento della popolazione mondiale e il 25% di quella carceraria. Con quelle cifre ha a che fare anche Sibil, nuova Davide contro Golia, oggi brillante attivista. Di tutti i numeri con cui ha fatto i conti se ne lascia alle spalle soprattutto uno: «La chiamata è a carico del ricevente, prema il tasto 1 per accettare», recita la voce registrata del centralino penitenziario. Dall’altra parte Rob: «Pronto, amore, sai oggi ho visto le nuvole. Mi sembrava di camminare libero almeno in cielo».

Ultime News

Articoli Correlati