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Cartabia: «Se la riforma della giustizia fallisce, addio fondi del Recovery»

Cartabia
Dalle colonne de La Stampa l'appello della Guardasigilli alle forze politiche: «Rinunciate al conflitto permanente e ammainate le "bandierine identitarie"»
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«Superiamo la tentazione dello scontro continuo. In una data così simbolica per l’Italia, che segna il tempo della Liberazione, della rinascita, della ricostruzione, proprio la Giustizia può e deve diventare il terreno sul quale ritrovare lo spirito di unità nazionale». Così Marta Cartabia, ministro della Giustizia, intervistata da “La Stampa”.
«Le diversità resteranno, come nella stagione che portò alla nascita della Costituzione – spiega -, ma come allora si può provare a ricomporre le fratture su progetti precisi in nome di uno scopo più grande.Deve essere molto chiaro che senza riforma della Giustizia, niente fondi del Recovery. E per un compito così importante, serve responsabilità e volontà di tutti» sottolinea prima di aggiungere che «abbiamo un compito storico, un’occasione irripetibile per l’Italia. È il Recovery Plan, che il presidente Draghi presenterà alle Camere e trasmetterà alla Commissione Ue la prossima settimana».
«Vorrei che una cosa fosse ben chiara, ai partiti e ai cittadini: insieme a quella della Pubblica Amministrazione, la riforma della giustizia è il pilastro su cui poggia l’intero Piano nazionale di ripresa e resilienza. Se fallisce questa riforma, molto semplicemente, noi non avremo i fondi europei. Non avremo le risorse necessarie a rimettere in piedi il Paese dopo la pandemia. Questa è la posta in gioco». «Per questo – conclude Cartabia – faccio appello al senso di responsabilità delle forze politiche, perché rinuncino al conflitto permanente e ammainino le “bandierine identitarie”, come ha detto il premier…».
In merito allo scontro costante tra giustizialisti e garantisti, secondo Cartabia «il derby c’è perché ci sono due “ismi”. Intendiamoci, giustizia e garanzie sono entrambe esigenze legittime, riconducibili nel perimetro costituzionale. Ma quando si assolutizzano, diventano motivi di scontro e nient’altro. Quando manca il punto di equilibrio, allora si può fare il derby su tutto. L’ho detto all’incontro con i capigruppo della maggioranza, citando il Qoelet: non trasformiamo ogni istanza, per quanto legittima, in una pretesa irriducibile e unilaterale. La Giustizia vista attraverso i testi fondamentali della nostra civilità, dalla Bibbia alla cultura greco romana, non è “fiat iustitia et pereat mundus”. Dobbiamo abituarci a pensare non per aut-aut, ma per et-et. Non “o giustizia o garanzia”, ma “e giustizia e garanzie”…».
Non si tratta di un “metodo”, ma del frutto dell’esperienza dei nove anni della ministra alla Corte Costituzionale: «In definitiva, cos’altro è una Costituzione, se non la ricerca di un equilibrio continuo tra esigenze contrapposte? Bilanciamento, ragionevolezza e proporzionalità: sono tre parole fondamentalmente interscambiabili nella giurisprudenza costituzionale. E si traducono in una famosa frase scritta dalla Corte nel 2013: ciascun principio, se affermato in modo assoluto, diventa tiranno. L’altro aiuto fondamentale viene dai dati di realtà: perseguire una idea, pur buona, senza fare i conti con un sano realismo, innesca battaglie di principio destinate a degenerare in dissidi non componibili. Se proprio vogliamo definire il metodo che cerco di seguire potremmo evocare Sant’Agostino: “nelle mani i codici, negli occhi i fatti”. Principi costituzionali e dati di fatto sono le coordinate da non perdere mai di vista».
La riforma della giustizia prevede rapidità e qualità. «Una riduzione della durata dei processi civili del 50% può accrescere la dimensione media delle imprese italiane di circa il 10%. Una riduzione da 9 a 5 anni dei tempi di definizione delle procedure fallimentari può generare un incremento di produttività dell’economia dell’1,6%». Si interverrà dunque «sulle principali criticità del sistema, la cui rimozione viene richiesta al Paese per garantire i fondi del Next Generation Eu. Saranno riforme dei processi, digitalizzazione, assunzione di personale, ristrutturazioni edilizie. Un intervento importante è l’ufficio del processo: ogni giudice viene aiutato da uno staff qualificato. Aumenteremo gli organici, completando il reclutamento del personale amministrativo con quasi undicimila unità nel prossimo triennio. E ampliando il numero dei magistrati in rapporto alla popolazione, che in Italia resta al di sotto delle medie europee. Riformeremo il processo civile, penale e quello tributario, e potenzieremo le forme di risoluzione alternativa delle dispute: l’arbitrato, la negoziazione assistita, la mediazione. L’obiettivo finale è sempre lo stesso: accorciare i tempi dei processi. Purtroppo siamo molto lontani dalle medie europee: dobbiamo accelerare. Quando è possibile, andando a caccia di ciò che funziona, perché mi creda, anche nella nostra giustizia qualche perla c’è».

In merito alla prescrizione, «stiamo lavorando per incidere sui punti dove il processo si inceppa e rallenta. Una durata eccessiva fa un doppio danno: viola il diritto della persona a non rimanere sotto processo per lungo tempo, pregiudica l’interesse all’accertamento e al perseguimento del reato. Quanto alla prescrizione, bisogna intervenire, abbiamo preso un impegno e lo manterremo. So bene che sarà il nodo più difficile da sciogliere. Per questo ho chiesto alla commissione tecnica di propormi un ventaglio di ipotesi».

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