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«Altro che commissioni d’inchiesta: bisogna togliere al Csm la funzione disciplinare»

GAETANO PECORELLA
Uso politico della giustizia, intervista all'avvocato Gaetano Pecorella, ex presidente della Commissione giustizia alla Camera
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«L’uso politico della Giustizia è una fenomeno che ha attraversato il mondo da Cicerone ad oggi. Le Commissioni d’inchiesta possono servire, ma che il Parlamento si metta a indagare sui giudici rispetto a sentenze politiche mi pare una di quelle iniziative che sfociano in niente. Perché non ha il coraggio di sottrarre al Csm la funzione disciplinare, invece di inventarsi queste commissioni?». A parlare è Gaetano Pecorella, avvocato – difensore, tra gli altri, dell’ex premier Silvio Berlusconi – ed ex presidente della Commissione Giustizia della Camera dal 2001 al 2006. Convinto che indagare sull’uso politico della Giustizia, così come proposto da Mariastella Gelmini, prima firmataria del progetto di legge per l’istituzione di una Commissione d’inchiesta, non porti a nulla. Piuttosto, spiega al Dubbio, sarebbe necessario intervenire sul Csm, con la creazione di una Corte Suprema in grado di giudicare in maniera davvero imparziale l’operato dei magistrati. «Palamara ha scoperto l’acqua calda – sottolinea -. Ma fare i processi sui processi non è mai una buona cosa. È compito degli storici e dei giornalisti indagare su come sono andate le cose».

Professore, cosa ne pensa della proposta di una Commissione d’inchiesta sull’uso politico della magistratura?

Credo sia una di quelle iniziative destinate a sfociare nel nulla. Può essere utile, ma alla fine il risultato sarebbe una bella relazione che nessuno leggerebbe e diventerebbe occasione di scontro politico. Come andrebbe, si chiamerebbero a testimoniare i magistrati che hanno emesso sentenze politiche? Il Parlamento ha cose più serie di cui occuparsi in questo momento e non vicende come quella di Grillo o processi del passato. Un conto è Mani Pulite, che ha tagliato alle radici un intero sistema politico, un altro un singolo processo.

La proposta a prima firma Gelmini parte dal caso Palamara e dalle rivelazioni emerse con riferimento alle vicende che, nel 2013, hanno portato alla condanna di Silvio Berlusconi e alla sua decadenza da senatore per frode fiscale.

Secondo me fare i processi sui processi non è mai una buona cosa. Il processo c’è stato, andrebbe lasciato allo storico, al giornalismo, il compito di fare queste cose. Io ero difensore di Berlusconi, potrei essere ben contento che si dimostrasse che è stata studiata a tavolino la condanna a tutti i costi, però francamente, fare un processo politico sul processo politico mi sembra una classica invenzione italica. Se si vuole fare un’inchiesta la si faccia sul cattivo o buon funzionamento della Giustizia. Anche questa mi sembra una di quelle iniziative che fanno rumore al momento e poi scompaiono. Poi chi bisognerebbe sentire, oltre Palamara? Tutti quelli che hanno messo sotto processo Berlusconi? Mi pare un’iniziativa inutile, soprattutto in questo momento, in cui ci vorrebbe una grande unità delle forze politiche per tirarci fuori da questa situazione drammatica. Andare a creare momenti di frizione politica non mi pare proprio una buona idea, in generale.

Ma dato quanto emerso con il caso Palamara non sarebbe il caso di fare un approfondimento?

Palamara ha scoperto l’acqua calda. Le cose che scrive in alcuni casi sono elementi specifici, ma il sistema noi avvocati lo abbiamo denunciato da tempo. Gli intrighi tra magistratura e politica sono cose note. Quando mai si può pensare che le correnti non siano collegate ai partiti se addirittura hanno una collocazione politica? Ora, in un libro, ci sono cose che abbiamo conosciuto o immaginato o in qualche modo già saputo. Per un avvocato, che la scelta della dirigenza di uffici importanti è in mano alla politica è una cosa pacifica. La magistratura non vuole essere separata tra inquirenti e giudicanti mica per un fatto tecnico, ma perché vuole essere un corpo politico, una forza che va dalla Cassazione fino all’ultimo giudice singolo. Scoprire oggi, grazie a Palamara, l’uso politico della Giustizia mi pare una sciocchezza. Ogni processo che tocca l’area politica diventa un processo politico o viene creato apposta per colpire quell’area politica. I politici se ne sono accorti oggi e vorrebbero interrogare chi, i magistrati? Si può pensare che vengano ad ammettere responsabilità simili? Palamara lo ha fatto perché è stato buttato fuori. È la sua vendetta, ma certamente tutti quelli che sono in magistratura non diranno mai nulla, tranne casi sporadici. Ma se uno che ha fatto Mani Pulite diventa senatore del Pd, se un magistrato diventa presidente del Senato o presidente di una casa editrice, questo non ci dice niente?

Per fare luce su questo uso politico della Giustizia quale dovrebbe essere il metodo?

Ha funzionato bene il metodo Palamara, ovvero il lavoro di un bravo giornalista d’inchiesta. Ma non credo che i politici che sono stati l’oggetto di questa politicizzazione della magistratura possano indagare. Mi pare che siamo un po’ al grottesco. Probabilmente ci sono altri sistemi. Se si vuole fare un po’ di polverone questa commissione d’inchiesta si può anche fare, ma che la politica messa sotto processo dai giudici metta sotto processo i giudici mi sembra una cosa da commedia all’italiana.

Pd e M5S hanno contestato il fatto che esiste già il Csm per “indagare” sul comportamento della magistratura. Hanno ragione?

È un’obiezione senza alcun fondamento. E lo sappiamo prima di tutto dal fatto che anche i componenti del Csm sono stati coinvolti nella vicenda Palamara, in secondo luogo perché sappiamo che la grandissima parte degli esposti contro i magistrati vengono tendenzialmente archiviati. Ma soprattutto sappiamo che la giustizia domestica è fatta in modo da proteggere e non da punire. C’era una mia proposta di legge costituzionale, che era anche l’idea di Violante, di fare la Corte Suprema di Giustizia, composta per un terzo da magistrati, un terzo da professori universitari, un terzo da avvocati, con una funzione disciplinare distinta dal Csm. Il Csm non può essere un organo disciplinare: finché ci sarà la commistione tra chi deve punire e chi fa le nomine non potrà giudicare, perché una cosa condizionerà l’altra. E poi chi mai emetterebbe una sentenza che domani potrebbe essere applicata a se stesso? Ci sarà sempre una mano molto leggera.

Durante questo dibattito, era stata proposta anche una commissione “mista”. Potrebbe essere una soluzione?

Tutte le commissioni d’inchiesta hanno al loro interno consulenti esterni. Si può fare, ma alla fine chi decide che cosa mettere nelle relazioni è sempre il Parlamento. Non può essere la componente esterna. Il Parlamento lo sa benissimo che il Csm funziona a modo suo e che deve fare un organo con una maggioranza esterna alla magistratura e basterebbe questo. Quello sì che potrebbe fare le inchieste. Un organo costituzionale, con tutte le garanzie. Ma non un organo nominato dal Parlamento.

Quindi ciò che serve è la riforma del Csm.

La riforma da fare è togliere al Csm la sezione disciplinare, da affidare ad un altro organo. Modificare le forme elettorali, perché finché le correnti domineranno il Csm lo stesso sarà un organo politico. Sono contrario all’estrazione a sorte, perché non si estrae a sorte l’intelligenza o la preparazione, ma oggi il Csm non è espressione della magistratura, ma delle sue correnti politiche e quindi è un organo politico. E come tutti gli organi politici non è imparziale, ma segue le esigenze politiche. Perché il Parlamento non ha il coraggio di sottrarre al Csm la funzione disciplinare, invece di inventarsi queste commissioni? Faccia una riforma costituzionale, istituendo una Corte Suprema, con il compito di giudicare magistrati e avvocati.

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