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Coraggio: «Doveroso l’intervento della Consulta a tutela dei nuovi diritti»

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Pubblichiamo l'intervista al presidente della Corte Costituzionale, contenuta nell'Annuario 2020
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Pubblichiamo l’intervista al presidente della Corte Costituzionale, Giancarlo Coraggio, contenuta nell’Annuario 2020 della Consulta: un’iniziativa editoriale, sul modello di altre Corti nel mondo, per raccontare l’anno appena trascorso con mezzi e metodi propri del resoconto contemporaneo. 

Presidente, il 2020 è stato l’anno della pandemia. L’emergenza vi ha costretto a rivedere l’organizzazione del lavoro per garantire la continuità della giustizia costituzionale. Dal mese di aprile le udienze pubbliche sono state celebrate anche con collegamenti da remoto, sia di giudici che di avvocati, ed è stata introdotta la firma digitale delle sentenze. I numeri dicono che a fine anno la pendenza si è ridotta e la durata del processo è scesa sotto i 9 mesi, la più bassa dal 2016. Insomma, un quadro con più chiari che scuri. È così?

In effetti, gli obblighi e i limiti imposti dalla pandemia non hanno inciso negativamente sulla “produttività” della Corte, tanto che è diminuito il numero delle cause pendenti. Grazie all’impegno del Segretariato generale e di tutto il personale, è stato possibile effettuare le udienze pubbliche e le camere di consiglio anche da remoto e va sottolineata la disponibilità dei colleghi e del Foro, che si sono rapidamente adattati all’uso di queste tecnologie, pur consapevoli che l’impossibilità di un rapporto diretto e personale − “guardarsi in faccia” − è stato un sacrificio di non poco conto. Non posso non aggiungere, tuttavia, che tutto ciò è stato reso possibile dalla situazione indubbiamente privilegiata della Corte costituzionale rispetto agli altri uffici giudiziari, sia per il numero più limitato dei giudizi sia per le disponibilità finanziarie e strumentali.

Come negli anni precedenti, l’attenzione alla società civile è rimasta viva. Nel 2020, il processo ha aperto le porte alle “voci di fuori” con una delibera di gennaio, quella sugli amici curiae e sugli esperti in alcune discipline. Dopo un anno, quale riflessione si sente di fare su questa nuova esperienza, che allinea la Corte ad altri Paesi?

Un bilancio indubbiamente positivo. Quanto agli amici curiae, l’istituto, anche se estraneo alla nostra tradizione giudiziaria, si è innestato senza particolari difficoltà in un processo, quale quello costituzionale, dalle caratteristiche affatto speciali per il suo oggetto e per la generalità della sua efficacia. L’ attenta gestione del nuovo istituto da parte della Corte − su 64 richieste ne abbiamo accolte 28, relative a 12 cause su un totale di 326 − ha permesso di arricchire il dibattito processuale, sia pure con l’apporto solo scritto degli amici curiae, senza un eccessivo appesantimento del processo. Importante si è rivelato anche il contributo di esperti in alcuni giudizi − nel 2020 quello sulle Poer delle Agenzie fiscali − nei quali è opportuno approfondire specifici profili tecnici. Questa maggiore partecipazione della società civile nel processo − che ha ricevuto il plauso dell’Europa nel Report sullo stato della giustizia dei Paesi membri − ha prodotto effetti ampiamenti positivi.

Nel 2020 è continuato il trend in aumento delle sentenze rispetto alle ordinanze e la tendenza della Corte a entrare nel merito delle questioni, superando gli ostacoli di ammissibilità. Così come avete continuato a colmare vuoti di tutela costituzionale anche là dove “la rima non era obbligata”, come si dice quando non c’è una sola soluzione per riempire il vuoto lasciato da una dichiarazione di incostituzionalità. Due direzioni ormai consolidate?

Quanto alla prima questione, in generale è vero che, a prescindere dalla forma del provvedimento – sentenza ovvero ordinanza − è continuato il trend di riduzione delle pronunce di inammissibilità e ciò vuoi per la migliore formulazione delle ordinanze di rimessione e dei ricorsi vuoi per la maggiore propensione della Corte ad arrivare all’esame del merito. Personalmente, ritengo tutto ciò estremamente apprezzabile, perché ho sempre pensato, nel lungo esercizio della mia attività giudiziaria, che le pronunce di inammissibilità, quale ne sia la causa, costituiscano una sconfitta per la giustizia.

Quanto alla seconda questione?

Tocca un punto delicato della funzione e del ruolo della Corte, quello cioè dei rapporti con il Legislatore. Nel complesso, l’atteggiamento di self restraint della Corte, implicito nella formula “a rime obbligate”, è ispirato alla volontà di non sostituire le proprie valutazioni a quelle del Parlamento, là dove la pronuncia di accoglimento richiederebbe di scegliere fra una pluralità di soluzioni. Nel tempo, la modifica del contesto in cui la giustizia costituzionale si è trovata ad operare, l’emergere con forza di nuovi diritti fondamentali privi di tutela e l’esigenza sempre più avvertita di garantirli, hanno reso indispensabile e doveroso l’intervento della Corte, anche quando esso presuppone l’esercizio di discrezionalità. Tuttavia, siamo stati molto attenti a entrare in punta di piedi nel quadro legislativo, sforzandoci di trovare in quello stesso quadro i riferimenti necessari. Come caso guida, in questo senso, può essere ricordata la sentenza Cartabia n. 40 del 2019 con cui la sanzione penale in materia di stupefacenti è stata rideterminata ispirandosi a sanzioni già previste nell’ordinamento sulla stessa materia. Questa strada, peraltro, è stata poi seguita in altre pronunce del 2020.

Se dovesse fare un bilancio sulla “leale collaborazione” tra la Corte e il Legislatore, il saldo sarebbe positivo o negativo?

È un fatto che i numerosi moniti con cui la Corte ha chiesto al legislatore di intervenire sono aumentati e sono in gran parte rimasti inevasi. Un esempio virtuoso di leale collaborazione si è avuto però con il ricalcolo dell’assegno spettante agli invalidi civili totali: subito dopo la decisione che ne ha stabilito l’insufficienza a garantire “il minimo vitale”, il legislatore è intervenuto per adeguare l’ammontare della pensione. Naturalmente, mi rendo conto che, specie nell’attuale situazione politica, il Parlamento si trova di fronte a impegni non meno delicati e rilevanti. Tuttavia, la Corte non finirà mai di sottolineare la necessità di un migliore raccordo tra le due Istituzioni. È in questo contesto di difficoltà di attuazione delle nostre decisioni che si spiega la novità introdotta nel 2019, sul caso dell’aiuto al suicidio. In quell’occasione, com’è noto, la Corte non si è limitata a un semplice monito ma, sul presupposto dell’incostituzionalità della disciplina vigente, ha posto al Legislatore un termine entro cui doveva intervenire, fissando al contempo una nuova udienza nella quale, in mancanza dell’intervento legislativo, avrebbe provveduto direttamente (ordinanza n. 207/2018). Ciò che poi è in concreto avvenuto a seguito del perdurante silenzio del Parlamento. La stessa eccezionale procedura è stata seguita nel 2020 a proposito della sanzione detentiva per il reato di diffamazione a mezzo stampa, sanzione ritenuta incompatibile con la nostra Costituzione e con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (ordinanza n. 37 del 2020). Il termine concesso al Legislatore è tuttora pendente (scade il 22 giugno 2021) e sarebbe augurabile che il Parlamento manifestasse una maggiore sensibilità per una questione che tocca uno dei fondamentali della democrazia.

L’apertura all’esterno, durante la pandemia, è stata declinata anche con i Podcast. Nel 2020 è nata La Libreria dei Podcast della Corte costituzionale per continuare a promuovere la cultura costituzionale. Siete l’unica Istituzione che ha usato questo nuovo strumento di comunicazione, anche nell’attività istituzionale, per esempio in occasione della Relazione annuale. Ma il 2020 è stato anche l’anno dell’App, del nuovo sito, della nascita di un profilo Twitter della Corte. Tutto ciò rafforza l’immagine di un’Istituzione aperta e moderna. È realmente così?

Senza dubbio. È un nuovo modo di intendere i rapporti tra la società civile e le Istituzioni. L’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione messi a disposizione dalle moderne tecnologie ha permesso un’apertura in altri tempi impensabile, e debbo dire che il riscontro è stato estremamente positivo poiché i cittadini hanno dimostrato un reale e crescente interesse. In particolare, i giovani e le donne sono tra i più assidui frequentatori dei nostri canali social, preziosi strumenti per veicolare informazioni sulla Costituzione e sull’attività della Corte in modo più moderno ed efficace.

Nel 2020 è stato messo in cantiere un nuovo ciclo di podcast, gli INCONTRI con esponenti del mondo della cultura. Dopo gli studenti, i detenuti, la cittadinanza, continua l’interlocuzione con il mondo “fuori”. Come valuta questa nuova iniziativa?

In modo estremamente positivo. Il dialogo che si è così instaurato su temi di grande rilevanza − dai sistemi elettorali all’informazione, dall’università alla famiglia, dall’ambiente alla scienza, dalla letteratura all’arte − oltre a rafforzare l’apertura della Corte alla società civile, ha costituito un oggettivo, reale arricchimento per noi giudici, come ho potuto constatare dai commenti dei colleghi che con entusiasmo hanno partecipato, e partecipano, al progetto. In generale, ho sempre ritenuto che l’autoreferenzialità sia un pericolo per tutti i giudici e sono sempre più convinto che l’apertura alla realtà, sociale, economica e culturale, sia assolutamente indispensabile per un’Istituzione come la Corte, le cui decisioni, su questa realtà, sono destinate ad incidere.

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