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Caro Grillo, non esiste la presunzione d’innocenza senza il rispetto delle vittime

Grillo difende l’innocenza della propria progenie, ma infanga la vittima, dandole sostanzialmente della bugiarda, colpevole a suo dire di tardiva denuncia
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Come un “Urlo” di Munch fattosi parola, l’arringa di Beppe Grillo in favore del figlio imputato per il più odioso dei reati, un presunto stupro di gruppo, ha fatto irruzione violenta nel dibattito pubblico. E come cercando un soffio di razionale in qualcosa dalla quale la ragione se l’era invece palesemente data a gambe, è stata qua e là aggettivata come “garantista”. Chissà, ci si è anche chiesto, forse è il primo segno di una conversione dei grillini al garantismo…Come a voler trovare qualcosa di buono in un video che è invece urticante e impudico tanto quanto può esserlo mettere in scena all’estremo tutto il proprio dolore e la propria rabbia, senza alcun filtro. É scelta e sensibilità individuale, e dunque materia di pura umana discrezionalità, giustificare Beppe Grillo ”in quanto padre”, oppure rilevare che pur non rivestendo alcun ruolo istituzionale si tratta di un leader politico -e del partito di maggioranza relativa in Parlamento e al governo- che non dovrebbe mai pubblicamente trascendere (ed è facile profezia ritenere che quel video danneggerà politicamente i 5 Stelle più di qualsiasi altro errore dei vari che il MoVimento possa aver commesso).

Ma usare l’aggettivo garantista no, proprio no: davvero è fuori luogo. Intanto, il garantismo rispetta le vittime: non si limita, come ovvio, ad affermare la presunzione di innocenza per gli indagati e gli imputati, prescritta nell’ordinamento italiano a diversi livelli giuridici a partire dal più alto, la Carta costituzionale. E invece certo Grillo difende l’innocenza della propria progenie, ma infanga la vittima, dandole sostanzialmente della bugiarda, colpevole a suo dire di tardiva denuncia -8 giorni, quando non a caso la legge prevede un termine di 6 mesi, e la non revocabilità della querela- e di aver tentato di condurre una vita normale nei giorni e nelle ore successive ai fatti.

Affermazioni che prevedono tra l’altro l’essere perfettamente a digiuno della lunga storia dei reati sessuali nell’ordinamento italiano, divenuti solo da pochi decenni contro la persona e non più contro la “morale pubblica”, e al prezzo di lunghe lotte sociali e politiche prima che di diritto. È un po’ come se Beppe Grillo non avesse mai sfogliato un quotidiano, con le cronache piene per decenni delle umiliazioni a cui venivano sottoposte le donne che denunciavano violenze sessuali nelle aule dei tribunali (cosa che comunque accade ancora oggi, rendendo difficile alle vittime sottoporsi ai processi che seguono le denunce per stupro: l’arretratezza culturale italiana fa si che troppo spesso la vittima si ritrovi ad esser trattata come un imputato). Il “codice rosso” che allunga a 6 mesi i tempi di denuncia di violenze e molesti e sessuali è dovuto proprio anche alla difficoltà cui va incontro nel chiedere giustizia chi di quegli atti è stato vittima. E dov’è il garantismo, nel protestare “mio figlio è innocente, sennó lo avrebbero messo in galera subito, invece è libero da due anni”? Sembra, piuttosto, un argomento in favore della carcerazione preventiva, delle manette che scattano e restano serrate mentre magistrati e forze dell’ordine indagano: il sintomo di una ”cultura” -di una sottocultura- giuridica di tutt’altro tipo, che in Italia si è faticato a rovesciare ma che ancora sopravvive. E che è appunto il sintomo di qualcosa di diametralmente opposto: la presunzione di colpevolezza.

Anche volendo tralasciare altri passaggi in cui, forse perché in preda alla violenza delle sue emozioni, Grillo ha mostrato scarsa conoscenza della storia giuridica dei capi d’imputazione di cui dovrà rispondere suo figlio in tribunale, l’esito fattuale è stato aver fornito un inevitabile assist alla difesa della vittima. Non siamo nel sistema giuridico americano, nel quale spostare l’attenzione sulla vittima e sulle sue eventuali manchevolezze è da sempre tecnica efficace -anche perché  oltre Atlantico chi emette sentenze è una giuria popolare, non giuristi in toga. Ma l’avvocata della difesa Giulia Bongiorno ha immediatamente chiesto l’inserimento del video negli atti processuali: testimonia in quale cultura è stato allevato il presunto stupratore. Il cui padre descrive la scena del delitto come una semplice notte brava, “c’è un video! Sono ragazzini che si divertono!”.

É questo il punto più grave, il nervo scoperto dell’assoluta mancanza di garantismo nelle parole di Grillo: ferma restando la presunzione di innocenza degli imputati, proprio perché il processo sia equo occorre rispettare le vittime. Se dopo una “notte brava” qualcuno sporge denuncia, deve essere la magistratura nella disanima dei fatti ad emettere il giudizio. Non il padre dell’accusato. Che avrebbe potuto -meglio: dovuto- protestare l’innocenza del figlio anzitutto scusandosi con chi, denunciando, ha mostrato di esser stato offeso. E tanto più se l’offeso è una donna, e per la via di atti sessuali: non per niente, non perché “di sprezzo degno/ se stesso rende/ chi pur nell’ira/ la donna offende” (Francesco Maria Piave, La Traviata, anno 1853), ma perché siamo in Occidente, e nel XXI secolo. Non esiste la presunzione di innocenza dei colpevoli senza il rispetto delle vittime. Simul stabunt, simul cadent. Sono l’una lo specchio dell’altra. Ma appunto, il video di Grillo era solo un urlo. Un doloroso, irrazionale, irragionevole evitabilissimo grido.

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