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Assolta dopo 20 anni di Odissea giudiziaria: «I processi lumaca? Colpa dello Stato»

La storia di Maria Paola Susca Bonerba, all’epoca dei fatti sindaca di Casamassima (Bari), finita a processo e poi assolta, rinunciando anche alla prescrizione
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Vent’anni per un processo. Una vita intera, solo per stabilire l’innocenza di una persona, che ha ricorso a tutte le armi a propria disposizione per rendere il procedimento il più breve possibile. Ma nonostante questo costretta a confrontarsi con una macchina lentissima, quella della Giustizia, che ha causato la prescrizione di parte delle accuse. La storia è quella di Maria Paola Susca Bonerba, all’epoca dei fatti sindaca di Casamassima, Comune in provincia di Bari. Finita a processo e poi assolta, rinunciando anche alla prescrizione, ma solo dopo aver attraversato un calvario lungo quattro lustri tra le aule di tribunale.

E ora, il legale della donna, Domenico Conticchio, ha chiesto un risarcimento di oltre 20mila euro per l’irragionevole durata del processo, la cui colpa, si legge nel ricorso, non può che ricadere sul ministero della Giustizia La vicenda riguarda una delibera, retrodatata, secondo il pm, dalla giunta per ottenere il finanziamento ad un progetto. Il fatto risale al dicembre 1999: secondo il pm Emanuele De Maria, si sarebbe trattato di un vero e proprio illecito penale. L’accusa, per le 12 persone coinvolte, è a vario titolo di falso ideologico, concussione e minaccia a pubblico ufficiale. Secondo la Procura, l’elaborato del progetto per il finanziamento della ristrutturazione della scuola elementare G. Marconi sarebbe arrivato in Giunta oltre i termini per accedere ai fondi della Cassa depositi e prestiti. E perciò l’allora sindaco Susca Bonerba avrebbe convocato d’urgenza la giunta ed emesso una delibera con una data falsa. Nulla di vero, certificano oggi quelle sentenze. Una verità urlata sin da subito dalla sindaca, che per velocizzare il tutto decide di chiedere il rito immediato. Il ragionamento è semplice: sono innocente, voglio levarmi questo pensiero il prima possibile. Ma le cose non vanno esattamente così.

Susca Bonerba viene a sapere dell’indagine a marzo del 2000, quando il Comune viene perquisito. Pochi mesi dopo, la notizia dell’inchiesta finisce su tutti i giornali. Per chiudere le indagini il pm ci mette più di un anno, «oltre i termini di rito», sottolinea l’avvocato nel suo ricorso per equa riparazione. La sindaca ha sul groppone sette capi d’accusa. Ma il tempo scorre senza che nulla accada. Passano tre anni per una richiesta di rinvio a giudizio, che arriva a luglio 2004. Susca Bonerba, a dicembre, decide così di optare per il giudizio immediato, «per accertare i fatti nel più breve tempo possibile». Un’illusione, a quanto pare. Il processo inizia pochi giorni dopo, alla sbarra insieme a lei ci sono altre quattro persone. La prima udienza è quella del 10 marzo 2005.

Il primo testimone, invece, viene ascoltato ad ottobre. E da lì, per il primo grado, si succedono 39 udienze, la metà delle quali rinviate tra cambi di collegio ( succede ben nove volte), assenza di testimoni o giudici, mancanza di atti, omessa o errata citazione dei testi da parte del pm ( otto casi). La difesa, per non perdere tempo, decide di prestare il consenso all’utilizzabilità degli atti già compiuti ad ogni rinnovamento del collegio. Ma per chiudere l’istruttoria occorre comunque arrivare al 2015, anno in cui verrà pronunciata la sentenza di primo grado. Susca Bonerba viene assolta per quattro capi d’imputazione, mentre per tre il giudice dichiara il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Ma all’ex sindaca non sta bene. Vuole un’assoluzione nel merito. Così decide di proporre appello, rinunciando alla prescrizione. Il secondo grado inizia a novembre del 2018, la sentenza, anche questa volta di assoluzione, arriva a febbraio 2020.

Ovvero 20 anni e 43 udienze dopo quella prima perquisizione, quando la vita di Susca Bonerba viene sconvolta dall’inchiesta. L’avvocato Conticchio, nel suo ricorso per equa riparazione, contesta la violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dell’articolo 111 della Costituzione. Secondo la normativa, infatti, «ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale». L’avvocato fissa la data di inizio di tale calvario nel 2000, ovvero ad indagini preliminare in corso – senza le quali il processo è durato, comunque, 15 anni, ben oltre i tre considerati come fisiologici. «Il termine delle indagini preliminari – si legge nel ricorso – non può essere ignorato dall’organizzazione giudiziaria: esso, invero, segna il limite stesso di una ragionevole durata, con l’ovvia ricaduta sul diritto dell’indagato medesimo all’equa riparazione».

Conticchio chiama in causa anche la Corte costituzionale, che con una sentenza del 2015 ha stabilito che «la violazione del diritto a una celere definizione del processo penale genera la pretesa di un indennizzo idoneo a ristorare il patimento cagionato dalla eccessiva pendenza dell’accusa, quando essa sia stata espressa per mezzo di un atto dell’autorità giudiziaria e abbia in tal modo acquisito una consistenza tale da ripercuotersi significativamente sulla vita dell’indagato». Condizione che nel caso di Susca Bonerba si verifica fin dal momento in cui la stessa viene a conoscenza dell’indagine a proprio carico, poi diventata di dominio pubblico. La durata del processo, sentenza Conticchio, è eccessiva, dunque irragionevole.

E ciò non a causa della difesa, che non ha usufruito di «alcuna tecnica dilatoria, ma ha fatto ricorso a tutti gli strumenti offerti dal codice di rito, al fine di abbreviare i tempi ed addivenire così all’accertamento della verità senza colpevoli ritardi», bensì a causa delle carenze organizzative e di funzionamento degli uffici giudiziari, di cui è responsabile il governo. Così come lo è della prescrizione di parte dei reati contestati. Da qui la richiesta di risarcimento: 21mila 750 euro, il minimo per una vita trascorsa a processo.

 

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