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Sorpresa Woodcock: «Ora separiamo le carriere»

In un articolo a sua firma il magistrato napoletano ridicolizza il dogma dell’unità indissolubile: «Dopo il terremoto Palamara, diventino trasparenti sia le nostre promozioni che la genesi delle inchieste»
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Poche volte capita di leggere articoli che con geniale nonchalance travolgono gli schemi immutabili della giustizia. Ancor più raramente capita che a una lettura del genere segua pure una doverosa richiesta di scuse. Nel senso che ieri Henry John Woodcock, pm noto (ai penalisti napoletani) per essere tanto brillante quanto sfrontato nello sfidare la difficoltà delle indagini, ha firmato sul Fatto quotidiano un articolo di tale intelligenza e tale coraggio che dalle colonne del Dubbio è necessario chiedergli perdono per tutte le volte in cui le critiche rivoltegli non siano state accompagnate dalla seguente postilla: “Ciò detto, Woodcock è uno di quei giuristi che la politica dovrebbe ascoltare come un oracolo, quando mette in cantiere riforme”.

Ebbene sì, perché ieri l’inquirente Woodcock ha firmato non una requisitoria contro gli “impuniti”, ma una splendida arringa a favore della separazione delle carriere. E certo non si può negare l’onore delle armi a un giornale come il Fatto, che ha avuto la correttezza di ospitare idee così diverse da quelle proposte di solito. Non a caso Woodcock ha scritto innanzitutto in replica a una precedente analisi pubblicata, sul giornale di Marco Travaglio, da Gian Carlo Caselli. Alcuni passaggi vanno riportati alla lettera. A proposito di un’eventuale futura relazione fra priorità indicate dalla politica e indagini giudiziarie ( ingranaggio prefigurato, udite udite, nella riforma per la separazione delle carriere proposta dalle Camere penali), Woodcock, anziché lanciare un anatema, scrive: «Una soluzione del genere» sarebbe «quantomeno più trasparente del nostro attuale sistema, che ‘ nasconde’ genesi e gestione delle inchieste sotto l’impenetrabile coltre dell’indipendenza del pm e dell’obbligatorietà dell’azione penale» . Lo dice da anni il meglio dell’accademia processual penalistica italiana. Il pm della Procura di Napoli sostiene che tenere nel fascicolo quanto meno traccia della genesi di un’indagine potrebbe «avvicinare di più il sistema ai valori di trasparenza e di responsabilità che connotano un regime democratico». Ancora: la tradizionale critica con cui le toghe stroncano la separazione delle carriere, ricorda Woodcock, riguarda la necessità che il pm condivida la «cultura della giurisdizione» ; ma l’argomento, scrive il magistrato napoletano, «è un po’ doubleface, a ben vedere», giacché lo si potrebbe «rovesciare agitando lo spettro che la permanenza del pm nell’unico ordine giudiziario possa mettere a rischio la cultura del giudice, trascinandola verso una deriva poliziesca». Più che riflessioni, sono tuoni che scuotono le certezze della magistratura.

Pensate sia finita qui? Macché. «Si potrebbe citare come spia e segnale di pericolo di una simile colonizzazione culturale del giudice da parte del pm la tendenza di alcuni giudici al ‘ copia/ incolla’ delle richieste del pm — pratica recentemente ‘ approvata’ perfino dalla Suprema Corte». Altro pilastro delle tesi avanzate dall’avvocatura. Fino alla riflessione più acuta: dopo il «terremoto Palamara» è ancora più urgente che le «decisioni» diventino «conoscibili e trasparenti», sia quando riguardano «la carriera dei magistrati» sia quando si tratta di «genesi e gestione delle inchieste». E qui siamo al cuore di quella che alcuni definiscono “egemonia del partito delle Procure”.

«Io personalmente, in quanto pm, non vivrei in modo traumatico una separazione delle carriere, la considererei piuttosto come una nuova sfida positiva, anche sul piano della formazione e della professionalità». Woodcock è tanto nitido quanto esplicito. Da ultimo, non si può tacere un passaggio del suo articolo, sempre relativo alla “circostanza ostativa” abitualmente scagliata dai magistrati contro la separazione: Woodcock la sintetizza come «l’esigenza che il pm continui a coltivare come il giudice, pur nella diversità del ruolo, quella cultura del dubbio, che è un elemento essenziale della funzione giudiziaria» . Non perché ce ne si voglia approfittare: ma sentire evocata la cultura del “Dubbio” sul “Fatto quotidiano” suscita persino un sorriso di speranza. E, di sicuro, ammirazione per un magistrato, come Woodcock, capace di un discorso al limite del rivoluzionario.

 

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