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Lo dicono le magistrate: «Il diritto alla salute viene ancora negato»

Il diritto alla salute in carcere, compresa quella mentale, è sempre di più difficile attuazione
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Mancano i farmaci, tempi lunghissimi per le visite mediche, carenza della figura dello specialista psichiatrico. Il diritto alla salute in carcere, compresa quella mentale, è sempre di più difficile attuazione. Tante sono le criticità che hanno finito per rendere di fatto indisponibili o comunque fortemente problematiche le possibilità di cura.

A scendere in campo, rivolgendosi direttamente alla ministra della giustizia tramite una relazione, sono le magistrate di sorveglianza di Avellino che hanno sotto la loro giurisdizione diversi istituti penitenziari, compresa la Rems di San Nicola Baronia.

Nella relazione inviata al Dap e alla ministra, hanno premesso che alla riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018 con cui si è delineata la necessità per i soggetti ristretti bisognosi di cure di dover far ricorso a medici specialisti “esterni” al circuito penitenziario, si è poi aggiunta la sentenza della Corte Costituzionale, la numero 99 del 2019, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 47 ter comma 1 nella parte in cui non prevedeva la possibilità di disporre il differimento dell’esecuzione della pena anche nelle forme della detenzione domiciliare per i detenuti affetti da patologie rientranti nella cosiddetta “sfera psichica”.

Pertanto, le magistrate di sorveglianza sottolineano che la valutazione tempestiva ed adeguata in ordine alla sussistenza dei presupposti per giungere a concedere la suddetta detenzione domiciliare “umanitaria”, oggi non può prescindere dalla presenza nel corredo processuale di una specifica relazione medica redatta dallo specialista psichiatra. «Non può sottacersi – denunciano le togate dell’ufficio di sorveglianza – che, nell’esercizio quotidiano delle funzioni, più volte le scriventi sono state costrette a “sollecitare” l’invio delle predette relazioni sanitarie per la tempestiva definizione di istanze che, investendo il profilo della salute, rivestono carattere di urgenza, in quanto nelle stesse si evidenzia l’immanenza di una patologia psichiatrica che, il più delle volte, assume carattere ingravescente in concomitanza dello status di privazione della libertà personale».

A seguito di numerose segnalazioni provenienti dai detenuti, già a partire dall’anno 2017, le componenti dell’ufficio di sorveglianza hanno creato un tavolo di lavoro al quale sono stati invitati a partecipare, oltre al Garante Provinciale per i diritti dei detenuti e i Direttori delle case circondariali, anche i medici referenti degli istituti, la Responsabile ASL Avellino Unità Operativa Sanità Penitenziaria, il Direttore Sanitario dell’Asl di Avellino ed il Direttore Generale ASL di Avellino. Nel corso delle numerose riunioni che si sono protratte fino ad oggi, sono emerse in particolare le seguenti problematiche: la mancanza di farmaci e/ o difficoltà nell’approvvigionamento, inclusi quelli “salvavita”; tempi di attesa lunghissimi per la sottoposizione a visite mediche specialistiche; mancanza del personale infermieristico in numero sufficiente a garantire l’assistenza h24 e la mancanza dei medici specialisti, ovvero dei medici che coadiuvano il medico referente di istituto per le prestazioni mediche di natura specialistica. «Di tali problematiche sopra enunciate – si legge nella relazione dell’ufficio di sorveglianza -, alcune hanno trovato parziale risoluzione; mentre, per quanto concerne la mancanza di medici specialisti, questa continua a rappresentare a tutt’oggi una piaga irrisolta, che riverbera in modo negativo i suoi effetti anche sulla complessiva attività di amministrazione degli istituti». Le problematiche sanitarie, quindi, affliggono tuttora gli istituti penitenziari presenti sul territorio di Avellino e Provincia. A questo si aggiunge che il covid 19, con l’ansia generale che ne è scaturita, ha finito per acuire le patologie psichiatriche nei ristretti. La carenza dello specialista psichiatra non aiuta.

A giudizio dell’ufficio di sorveglianza, si legge nella relazione, «la situazione denunciata assume inevitabili connotati di gravità, e al tempo stesso, di urgenza, sia in relazione all’aumento esponenziale che negli ultimi anni si sta registrando delle c. d. “malattie mentali” che affliggono la popolazione detenuta, che legittimamente invoca la tutela del diritto alla salute costituzionalmente garantito, sia in relazione alla sovraesposizione del magistrato di sorveglianza che non è messo oggettivamente in condizioni di poter effettuare con la necessaria tempestività le dovute valutazioni». Quello che le magistrate Giovanna Spinelli, Donatella Ventra, Emiliana Ascoli e Maria Bottoni chiedono alla ministra Cartabia è un intervento che dia «effettività agli interventi del legislatore e alle pronunce della Corte Costituzionale».

 

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