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Caso Lucano, l’ex sindaco “spiato” mentre parlava con il suo avvocato

Anche a Locri le conversazioni tra l'ex sindaco e il suo difensore sono state ascoltate e trascritte nell'informativa finale con la quale la procura ha chiesto e ottenuto il processo
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Due settembre 2017. A Palazzo Pinnarò, sede di Città Futura, l’associazione che rappresenta il cuore pulsante dell’accoglienza a Riace, c’è Domenico Lucano, sindaco del piccolo comune della Locride. Alla porta della stanza che si trova al secondo piano dello storico palazzo e che rappresenta il quartier generale di “Mimmo il curdo”, alle 19 esatte, bussa un uomo. Il suo nome è Andrea Daqua, avvocato di Mimmo Lucano, al quale l’allora sindaco si è rivolto dopo le ispezioni che hanno dato il là all’indagine che lo ha fatto finire a processo. La microspia piazzata dalla Finanza nella sala con vista mare continua a registrare. E quel dialogo viene trascritto nell’informativa finale dell’inchiesta “Xenia”, quasi mille pagine di atti sulla cui base la procura guidata da Luigi D’Alessio ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Lucano e di altre 26 persone.
Anche nell’inchiesta della Procura di Locri, dunque, così come a Trapani, le conversazioni che coinvolgono avvocati sono diventate pubbliche. Quella in questione è solo una tra le centinaia registrate dalle Fiamme Gialle, che hanno appuntato i dialoghi intrattenuti da Lucano con collaboratori, amici, artisti e decine di giornalisti, in cui difesa si sono mossi tutti, dall’Ordine alla politica, che ha chiesto l’invio degli ispettori in procura, così come già è avvenuto a Trapani. Nel caso in questione, l’ipotesi è che si possa trattare della violazione dell’articolo 103 del codice di procedura penale, che tutela non solo lo specifico mandato difensivo, ma la stessa funzione dell’avvocato, coperta da segreto. I due, in quel momento, discutono di possibili strategie difensive, in vista di un’ormai più che scontata indagine. Che, infatti, è già in corso, tanto che nel giro di un mese l’allora sindaco riceverà un avviso di garanzia.

 

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Il dialogo, trascritto sommariamente, è chiaro: Lucano è preoccupato, non sa ancora di essere indagato, ma lo sospetta. Le conclusioni della Prefettura sul suo modello conducono a questa unica conclusione ed è scontato che quegli atti non potranno rimanere a prendere polvere in un cassetto. I giornali sono divisi: da un lato c’è chi lo difende a spada tratta, dall’altro chi ne approfitta per sconfessare un progetto che più volte ha fatto innervosire i detrattori dell’accoglienza. Il sindaco ne parla al telefono con Emilio Sirianni, magistrato catanzarese al quale è legato da un rapporto d’amicizia. È lui a paventare questa ipotesi, che Lucano comunica allo stesso Daqua. I due si incontrano per prepararsi alla prossima visita ispettiva, che avrà luogo tra il 5 e il 7 settembre. Durante l’incontro, Lucano spiega la situazione, parla dei bonus contestati dalla Prefettura ma in precedenza avallati dal ministero dell’Interno, della voglia di mollare tutto per orgoglio. Nel suo ufficio è un via vai di gente che allunga una mano verso di lui chiedendo soldi. Ma i soldi non ci sono, nessuno paga il dovuto da un pezzo.

Daqua prova a tirare le somme, parlandogli da avvocato: quelle della Prefettura sono contestazioni «che noi abbiamo demolito sotto il profilo politico, tecnico», ma che «secondo me sono arrivate in procura». Secondo il legale, infatti, «la procura ha aperto un’indagine, quindi secondo me bisogna fare una richiesta in procura per chiedere se sei iscritto nel registro degli indagati». Lucano è stupito: i tribunali, per lui, fino a quel momento sono un mondo totalmente ignoto. La sua paura principale, nell’attimo preciso in cui i finanzieri intercettano tutto, è che i progetti d’accoglienza si sciolgano come neve al sole. E che dietro tutto quanto ci sia un disegno politico che nulla ha a che vedere con la burocrazia e le formalità da rispettare. Daqua, mezz’ora dopo, è ancora lì, a spiegare il da farsi: «Bisogna fare un certificato e se rispondono di no siamo a posto, se rispondono sì bisogna andare subito a parlare e si chiederà di essere sentiti dal procuratore di Reggio e gli spieghiamo queste cose subito, hai capito? Perché la magistratura lavora su tutela, non ti avvisa prima». Insomma, l’avvocato prova ad anticipare le mosse della procura studiando una strategia difensiva. Lucano non capisce: «Perché non si fanno vivi?». E Daqua, a quel punto, glielo spiega: «Quando si fanno vivi hanno già adottato un provvedimento ed è tardi».
E la procura, in effetti, si farà viva. Un mese più tardi, per la precisione, consegnando a Lucano un avviso di garanzia. Le accuse sono gravissime: concussione, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e abuso d’ufficio. Un castello accusatorio che, di fatto, azzera il lavoro del sindaco e piano piano porta alla revoca dei progetti e allo svuotamento del paese. Una decisione, quella del Viminale, poi sconfessata dal Tar e dal Consiglio di Stato: quei progetti erano regolari e il ministero non avrebbe potuto chiuderli. Un responso arrivato, però, troppo tardi.

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