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Attaccare Speranza per colpire Draghi: la tattica della Lega a caccia di consensi

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È evidente che la lotta alla pandemia, più ancora che il Recovery Plan e l’uso che si farà dei fondi europei, è il core business dell’esecutivo. Se il piano vaccinale non avesse successo, sarebbe non Speranza ma tutto il governo a rischiare. Draghi compreso
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Il telefono è squillato dopo il canto delle allodole, il contatto era come si dice in agenda, e non certo il primo col ministro della Salute Roberto Speranza, ma il tweet con il quale Enrico Letta ha poi dato a stretto giro notizia del tutto non lascia dubbi: non solo Mario Draghi, ma anche il partito perno della coalizione che sostiene il governo ha stima e fiducia nel ministro e nel suo operato. Come del resto aveva già fatto solo qualche giorno prima in conferenza stampa Mario Draghi di fronte ai primi attacchi che Matteo Salvini aveva rivolto a Speranza. Non potendo – non potendo proprio – cercare di disarcionare Draghi tenendolo sulla graticola con quotidiani lanci di strali come aveva già fatto con Giuseppe Conte, Matteo Salvini e con lui tutto il centrodestra attaccano il ministro della Sanità.

Forza Italia, che pure è in maggioranza, lo segue (e i media della famiglia Berlusconi seguono a loro volta la stessa falsariga) per la nota ambiguità politica, in parte necessitata ma in ampia parte frutto di scelta, in cui si trova quella forza politica, passata nel volgere di un paio di lustri da un consenso degno della Dc negli anni d’oro a percentuali a una sola cifra. È evidente però, e nessuno ne è maggiormente consapevole del presidente del Consiglio, che si attacca Speranza perché suocera intenda. È evidente che la lotta alla pandemia, più ancora che il Recovery Plan e l’uso che si farà dei fondi europei, è il core business dell’esecutivo. Se il piano vaccinale non avesse successo, sarebbe non Speranza ma tutto il governo a rischiare. Draghi compreso. Uno scenario apocalittico, nelle condizioni in cui siamo, che nessuno, nemmeno i vari Salvini, si dovrebbe augurare. Ma se la tattica messa in campo dal leader della Lega ha precise motivazioni di sopravvivenza politica, ben diverse sono le motivazioni che si intravedono per altri leader.

La visibilità che deriva dalla propaganda – specie per una forza politica che come la Lega ha in termini percentuali rispetto alle altre forze l’elettorato meno scolarizzato d’Italia – è indispensabile per Matteo Salvini, in una Lega stretta tra l’essere al governo e il praticare la lotta, e avendo su quest’ultimo punto da fronteggiare un potente competitore come Giorgia Meloni, le cui quotazioni sono non a caso in crescita tanto quanto quelle di Salvini sono in calo: una condizione che potrebbe sfociare, alla fine della legislatura e tramontando il governo Draghi, in un cambio di leadership, anche in favore di leader dal profilo più pragmatico, come gli Zaia e i Giorgetti. Le contraddizioni della Lega “di lotta e di governo” non sono di oggi, ma oggi esacerbate dal fatto che i famosi “ceti produttivi” del Nord, che della Lega sono il principale serbatoio elettorale, se soffiavano in favore della caduta del governo Conte, molto mal digerirebbero quella dell’attuale governo: per questo da destra si attacca Speranza, e non direttamente Draghi. Ma il punto è che alla canea – montata sui social da legioni di attivisti, spesso anonimi, che in pratica accusano il ministro della Salute di aver “prodotto” morti – si accodano tutti gli ambienti che mal digeriscono un governo che – specie dopo il rientro in politica di Enrico Letta – appare politicamente a trazione Pd-M5S. E che non digeriscono, soprattutto, nemmeno quell’alleanza in prospettiva, essendo stata appena rilanciata dal segretario Pd.

Alla posizione di Salvini, pur prendendo le distanze dal soffiare sul fuoco delle rivolte di piazza a colpi di bombe carta dei “riapriamo tutto subito”, si sono infatti e nei fatti accodati anche Matteo Renzi, proponendo una Commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia – cosa che potrebbe anche avere un senso, ma se avessimo la pandemia alle spalle. E Carlo Calenda del quale Il Giornale ha pubblicato, virgolettandola, la posizione «Draghi non avrebbe dovuto nominare Speranza ministro». Un copione il loro – al netto delle vistose differenze tra i due governi- non diverso da quello messo in campo contro il governo Conte. Solo che stavolta potrebbero esser sciabolate in aria: per il semplice motivo che Draghi non è Conte. Essendo dotato anche di ben altre antenne politiche. Non è difficile immaginare con quale sconcerto si possa seguire la cosa da Palazzo Chigi o dal Quirinale. Mentre la maggioranza del Paese è in sofferenza, fisicamente ed economicamente, con gli ospedali stracolmi, le rianimazioni al limite, e centinaia di morti al giorno, ci sono politici che fan credere alla pubblica opinione che per sconfiggere la peste del XXI secolo basti cambiare un ministro, o farne oggetto di quella moderna gogna che è l’hate speech. E peggio: diffondere il messaggio che sia possibile “riaprire” il Paese prima che si sia instaurata l’immunità di gregge. Solo la disperazione o la malafede possono non far considerare che riaprendo il Paese mentre il Covid ancora dilaga rischia di uccidere il consumatore.

Invece, il motivo per cui Draghi ha riconfermato Speranza alla Salute è, oltre al giudizio positivo sull’operato, il semplicissimo fatto che cambiare gestione in corso presenta più problematicità di quante possa risolverne. Semmai, tutta la vicenda racconta qualcosa di più profondo sulla situazione politica data: non esiste nei fatti alcuna unità nazionale tra le forze politiche che han dato vita al governo Draghi, come alcuni pretendevano. La strada perché le forze politiche diventino adulte, non tutte beninteso ma buona parte di esse, è ancora lunga. E forse più lunga ancora della battaglia finale contro il Covid.

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