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Franceschini: «Abolita definitivamente la censura cinematografica»

Il ministro della Cultura ha firmato il decreto che istituisce la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche
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«Abolita la censura cinematografica, definitivamente superato quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti». Lo annuncia il ministro della Cultura, Dario Franceschini che ha firmato il decreto che istituisce la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche presso la Direzione Generale Cinema del Ministero della Cultura con il compito di verificare la corretta classificazione delle opere cinematografiche da parte degli operatori.

Un intervento ai sensi della “Legge Cinema” che introduce il sistema di classificazione e supera definitivamente la possibilità di censurare le opere cinematografiche: non è più previsto il divieto assoluto di uscita in sala né di uscita condizionata a tagli o modifiche. La Commissione è presieduta dal Presidente emerito del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, ed è composta da quarantanove componenti che sono stati scelti tra esperti di comprovata professionalità e competenza nel settore cinematografico e negli aspetti pedagogico-educativi connessi alla tutela dei minori o nella comunicazione sociale, nonché designati dalle associazioni dei genitori e dalle associazioni per la protezione degli animali.

Con il decreto firmato oggi si attua definitivamente quanto già previsto dalla “Legge Cinema”, con la quale nel novembre 2016 il governo aveva ridisegnato il proprio impegno a favore del cinema italiano, anche in materia di finanziamenti. Il provvedimento segnava tra l’altro il superamento della “censura” introdotta con la legge 161 del 1962: in soffitta il discusso meccanismo delle commissioni ministeriali chiamate a valutare i film, il governo aveva un anno di tempo per definire un nuovo sistema di classificazione che responsabilizzasse produttori e distributori cinematografici: come già avviene in altri settori e sostanzialmente tutti i Paesi occidentali, avrebbero dovuto provvedere gli stessi operatori a definire e classificare i propri film, con lo Stato pronto ad intervenire e sanzionare solo in caso di abusi.

Il 7 dicembre 2017 un decreto ha previsto appunto la nascita di una nuova Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche e l’approvazione del relativo regolamento di funzionamento: in attesa che la Commissione fosse effettivamente costituita, le sette sezioni della Commissione per la revisione cinematografica ex lege 161/1962 avrebbero continuano ad esercitare le proprie funzioni dando il proprio parere per la concessione del «nulla osta» prima della proiezione in pubblico.

Nel 1962, infatti, con l’avvio dei governi di centro-sinistra, fu varata una riforma che soppresse parecchie limitazioni e circoscrisse l’azione censoria ai film in cui si fosse identificata l’offesa al buon costume. La prudenza dei censori dette tuttavia origine a un nuovo fenomeno. Contro i film approvati dall’apposita commissione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo insorsero procuratori, singoli cittadini e associazioni che, appellandosi al codice penale, chiesero il sequestro delle opere ritenute indecenti. La lista dei film denunciati per offesa alla morale è lunghissima: «Mamma Roma» (1962), «La ricotta» (1963), «Teorema» (1968), «Il Decameron» (1971), «I racconti di Canterbury» (1972), «Salò o le 120 giornate di Sodoma» (1975) di Pasolini, «Blow-up» (1966) di Antonioni, «I diavoli» (1970) di Ken Russell, «Soffio al cuore» (1971) di Louis Malle, «La proprietà non è più un furto» (1973) di Elio Petri, «La grande abbuffata» (1973) di Marco Ferreri, «Novecento» (1976) di Bertolucci, «Il portiere di notte» (1974) e «Al di là del bene e del male» (1977) di Liliana Cavani.

La condanna ingiunse di distruggere tutte le copie di «Ultimo tango a Parigi» (1972): il film di Bernardo Bertolucci fu scagionato da una sentenza riparatrice solo nel 1987. A «Salò o le 120 giornate di Sodoma» di Pasolini venne negata la nazionalità italiana mentre per «vilipendio della religione di Stato» ebbe luogo il sequestro di «Il pap’occhio» (1980) di Arbore; nel 1998 un capo di imputazione analogo toccò al film «Totò che visse due volte» di Daniele Ciprì e Franco Maresco.

 

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