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Cari giornalisti, basta ipocrisie: ci indigniamo solo quando gli intercettati siamo noi

Il caso Trapani è gravissimo. Ma non si può invocare la libertà di stampa sia per denunciare abusi di cui siamo vittima sia per ritenerci liberi di pubblicare (illegalmente) i brogliacci in cui compaiono altri
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Brutta storia. Dolorosa pagina nella storia italiana dell’equilibrio fra poteri e attori della democrazia. L’indagine della Procura di Trapani sulle presunte irregolarità delle Ong è viziata da quella che sembra una pesante violazione della libertà di informare, cioè dell’articolo 21. Si deve chiamare in causa la Costituzione: di rado noi cronisti eravamo divenuti oggetto di intercettazioni.

Almeno in un caso, si tratta della collega freelance Nancy Porsia, che scrive anche per il Fatto quotidiano, il bersaglio è stato scelto dagli investigatori in modo deliberato. Esistono una richiesta della Procura di Trapani e l’autorizzazione di un gip del Tribunale siciliano, datate 2017. Giusta la reazione dell’Ordine dei giornalisti, che per voce del suo presidente Carlo Verna ha parlato di «sfregio al segreto professionale» e si è appellato al presidente Sergio Mattarella (anche in quanto massimo vertice del Csm). Opportuna l’iniziativa della guardasigilli Marta Cartabia, che ha avviato accertamenti, vale a dire acquisizione di informazioni sull’attività giudiziaria trapanese. Tutto giusto. Se non fosse per un interrogativo: perché non si leva una così corale indignazione (arrivata pure in Parlamento) quando le indebite intrusioni dei pm colpiscono, per esempio, gli avvocati?Non è una provocazione. Anzi: la vicenda di Trapani può innescare sviluppi positivi. La stampa italiana (ed europea, si è inalberato persino il Guardian) potrebbe scoprirsi un filo più prudente, di fronte a future occasioni di sbattere in prima pagina parole captate da presunti mostri nell’ambito di indagini mai sottoposte a giudizio. Può darsi finisca così, c’è da augurarselo. Ma la levata di scudi di noi giornalisti lascia un retrogusto sgradevole.

Il fastidio per l’ipocrisia dell’indignazione a singhiozzo. Viene violato il segreto professionale di noi giornalisti e ci arrabbiamo: giusto. Ma perché siamo silenti se viene violato il segreto del difensore, troppo spesso intercettato in colloqui con il proprio assistito?I colleghi del Fatto quotidiano, attraverso il loro comitato di redazione, si sono soffermati sul caso di Porsia: seppure «mai sospettata di alcun reato», si è arrivati a intercettare Nancy «anche mentre parlava con il suo avvocato, Alessandra Ballerini». Rilievo giustissimo. Il Cdr del Fatto rimanda implicitamente alle norme che disciplinano le intercettazioni. Nelle quali non esiste una specifica tutela per i giornalisti. È prevista invece per gli avvocati. In particolare all’articolo 103 quinto comma del codice di procedura penale: «Non è consentita l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori». Nella recente riforma delle intercettazioni, è stata parzialmente estesa: i colloqui fra avvocato e assistito sono fra quelli che non possono essere trascritti. Ora, se noi giornalisti ci consideriamo giustamente sentinelle della democrazia, non possiamo svegliarci solo quando il siluro è puntato nei nostri confronti. I sacri principi della riservatezza e del segreto professionale vanno difesi sempre. E non è proprio accettabile lo spettacolo tristissimo a cui noi operatori dell’informazione abbiamo dato vita per anni, di fronte ai tentativi di riformare le intercettazioni, bollati come “bavaglio”, o alle proteste di politici messi alla gogna dai brogliacci dei pm fotocopiati nei nostri articoli. In quei casi abbiamo invocato a nostro baluardo la libertà di stampa. Appunto la stessa libertà di stampa che chiamiamo ora in causa per lo «sfregio» di cui parla giustamente Verna a proposito dell’inchiesta trapanese. Ambiguità e ipocrisia non sono accettabili. La Costituzione non può essere tirata in ballo sia per protestare quando altri vìolano la nostra autonomia sia per giustificare le violazioni da noi stessi compiute in danno di altri. È ridicolo, ci squalifica e al limite delegittima persino la nostra attuale sacrosanta indignazione.

Da ultimo, è fastidioso, sì, che pochi giornali si siano inalberati di recente per l’intercettazione di diversi penalisti (basti citare i casi di Nicola Canestrini, del Foro di Rovereto, o di Giorgio Manca a Roma). Ma devono dare altrettanto fastidio le centinaia di casi in cui, per anni, sono state pubblicate illegittimamente intercettazioni in cui comparivano esponenti politici. Sarebbe ipocrita, da parte di questo giornale, difendere solo gli avvocati e non anche i parlamentari. Allo stato d’eccezione populista non si deve concedere un millimetro. Anche perché l’indifferenza, e persino il sospetto, che spingono a considerare normale spiare un difensore, vengono probabilmente proprio dal pregiudizio anticasta coltivato nei confronti dei politici. Giacché l’avvocato difende chiunque (anche il politico) viene assimilato ai reati dei propri assistiti, e merita perciò a propria volta di subire l’intrusione abusiva. E no: la deriva dev’essere stroncata. Ci riferiamo sia all’abuso delle intercettazioni che all’ipocrisia alimentata dal populismo.Mai come stavolta noi giornalisti dobbiamo sentirci con le spalle al muro: o diciamo una parola definitiva contro l’abuso delle intercettazioni, ivi comprese le tante che noi stessi abbiamo illegalmente pubblicato, o non siamo legittimati a protestare per il fatto che, stavolta, le vittime dell’abuso siamo proprio noi.

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