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«Liberare i brevetti dei vaccini è possibile. Lo consentono gli accordi internazionali»

Intervista a Vittorio Agnoletto, medico e promotore della “Campagna europea diritto alla cura”: «Nessuno vuole colpire le aziende, ma serve equilibrio tra interesse privato e vite umane»
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«Nessuno vuole colpire le aziende farmaceutiche, chiediamo di trovare un equilibrio tra l’interesse privato e le vite umane». Vittorio Agnoletto, medico e docente di “Globalizzazione e politiche della salute” all’Università degli Studi di Milano, spiega così il senso della “Campagna europea diritto alla cura”, lanciata per convincere la Ue a modificare gli accordi commerciali con le aziende farmaceutiche, con una sospensione, almeno temporanea, dei brevetti dei vaccini. «Non possiamo permettere che la salute dell’umanità sia nelle mani di una manciata di consigli d’amministrazione», dice. Il comitato promotore italiano, che Agnoletto coordina e rappresenta in Europa, è composto 94 organizzazioni – dai sindacati al vasto mondo dell’associazionismo – e ha un obiettivo preciso: raccogliere un milione di firme (sulla piattaforma noprofitonpandemic.eu) in tutta l’Unione per presentare un’Ice (Iniziativa dei cittadini europei), una proposta di atto giuridico, da sottoporre alla Commissione.

Professore, partiamo dall’inizio. Perché i vaccini non possono essere liberalizzati?

Nel 1994 vengono approvati gli accordi Trips, cioè gli accordi commerciali sulla proprietà intellettuale all’interno del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio. Questi accordi stabiliscono che quando un’azienda mette su mercato un farmaco può produrlo in regime di monopolio per 20 anni e di conseguenza ha un forte potere nel determinarne il costo.

Quindi per 20 anni nessuno potrà mettere in discussione il diritto delle aziende farmaceutiche a produrre in proprio il vaccino?

Non è così, perché proprio quegli accordi prevedevano anche delle clausole di salvaguardia. Due in particolare: la licenza obbligatoria e l’importazione parallela. La prima clausola comporta che se un Paese in difficoltà economica e con un’epidemia in corso non riesce a trovare un accordo con le aziende farmaceutiche, sul costo o sulla quantità di farmaci, può autorizzare le industrie nazionali a produrre direttamente il farmaco. Fatto salvo un risarcimento dell’azienda da determinare in un secondo momento. La seconda clausola prevede invece che se un Paese in difficoltà economica e in pandemia non ha nemmeno la capacità tecnologica per produrre quel vaccino può acquistarlo dagli Stati che hanno attivato la licenza e lo mettono a disposizione a prezzo di costo.

È mai accaduto nella storia che un Paese attivasse la clausola sulla licenza obbligatoria?

Sì, ma dobbiamo fare un passo indietro. È il 1997, Nelson Mandela è il presidente del Sudafrica, un Paese in cui il 30-35 per cento delle donne tra i 14 e i 40 anni è sieropositivo al virus dell’Hiv. I farmaci antiretrovirali sono già in commercio, ma il prezzo è troppo alto. Mandela tenta di chiudere un accordo con le case farmaceutiche ma il tentativo non va a buon fine. A quel punto il congresso sudfricano approva il ricorso alla licenza obbligatoria. E 39 multinazionali, sotto la leadership della Glaxo Wellcome, ricorrono al Wto e minacciano sanzioni. Mandela è costretto a fermarsi. Ma nel 2001 le aziende rinunciano al ricorso e si siedono a un tavolo col governo.

Quindi Mandela dovette cedere sull’attivazione della clausola…

Sì, ma in quello stesso anno, nel 2001, il Wto si riunisce a Doha e proprio sulla base dell’esperienza sudafricana e approva una dichiarazione nella quale si stabilisce che la tutela dei brevetti non può mai diventare un impedimento ai governi nella tutela dei salute ai propri cittadini.

C’è chi sostiene però che violare la proprietà intellettuale disincentivi le case farmaceutiche a investire nella ricerca. Perché secondo lei hanno torto?

Prima di tutto questi vaccini anti Covid sono stati prodotti in gran parte grazie a finanziamenti pubblici, europei e nord americani, e non si capisce perché il brevetto debba rimanere in mano solo all’azienda farmaceutica. In secondo luogo, nessuno parla di espropriazione di brevetti, diciamo solo che queste aziende stanno guadagnando cifre astronomiche – Bloomberg stima un ricavo di 10 miliardi di dollari l’anno per i prossimi quatto o cinque anni – in grado di ripagare abbondantemente ogni sforzo legato alla ricerca. Noi ci associamo alla richiesta di India e Sudafrica a Wto: una moratoria transitoria dei brevetti per permettere alle aziende dotate di tecnologie adeguate di produrre i vaccini in tutto il mondo. Chiediamo di trovare un equilibrio tra l’interesse privato e le vite umane. Non possiamo permettere che la salute dell’umanità sia nelle mani di una manciata di consigli d’amministrazione.

E cosa impedisce l’individuazione di un accordo in tal senso, in seno al Wto?

Le aziende farmaceutiche, sia a Wall Street che alla City, sono seconde solo all’industria militare per la distribuzione dei dividendi ai propri azionisti. E sono tra i maggiori finanziatori dei due principali concorrenti alla Casa Bianca ormai da diversi turni. E figurano anche tra i gruppi meglio organizzati e più presenti sul registro pubblico dei lobbisti della Ue. È evidente che hanno un potere di condizionamento molto forte sui governi. Basti pensare agli accordi firmati dalla Ue con le aziende farmaceutiche: hanno trattato al buio con chi ha prodotto il vaccino con i nostri soldi e hanno secretato i contratti.

Qual è l’obiettivo della vostra petizione?

Costringere l’Europa a discutere e pronunciarsi pubblicamente sul tema. Chiediamo sostanzialmente tre cose: stop alla secretazione e ridiscussione dei contratti lì dove l’Europa ha finanziato significativamente la ricerca; appoggio europeo della proposta di moratoria avanzata da India e Sudafrica; impegno dell’Unione a non bloccare eventuali ricorsi alla licenza obbligatoria dei singoli Stati.

Se la campagna vaccinale proseguisse a singhiozzo, Mario Draghi avrebbe la forza politica di forzare la mano in tal senso?

La forza politica senz’altro, la volontà politica ne dubito. Ma se, è solo un’ipotesi di fantasia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo ricorressero alla licenza obbligatoria cosa accadrebbe? Si riunirebbe immediatamente il consiglio del Wto per capire cosa fare. Perché se tre Paesi di questa portata economica, tecnologica e politica consumassero uno strappo del genere sarebbero seguiti a ruota da almeno altri 100 Stati. Sarebbe un gesto di portata storica enorme.

Stati Uniti e Gran Bretagna, i Paesi di provenienza dei vaccini, non avrebbero nulla da ridire?

Io non escludo invece che un segnale in direzione di questa discussione potrebbe arrivare paradossalmente dall’amministrazione americana. Perché al Congresso il tema è stato sollevato, si è aperto un confronto pubblico. Pfizer ha reagito malissimo. Ma lo scontro è sintomo di vitalità. In Italia, invece, secondo un sondaggio Oxfam, l’82 per cento della popolazione ritiene che vada superata almeno momentaneamente l’attuale legislazione sui brevetti, ma la politica non ne discute.

Beppe Grillo ha chiesto all’Ocse di acquistare i brevetti per donarli all’umanità. È una strada molto diversa dalla vostra?

È una strada diversa ma l’obiettivo è lo stesso. Grillo chiede all’Ocse, gli stessi Paesi che l’11 marzo hanno bloccato la richiesta di moratoria di India e Sudafrica, di farsi della situazione che hanno contribuito a determinare acquistando i brevetti e mettendoli a disposizione di tutti.

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