Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Tunisino morto nella rivolta di Modena: ecco i fatti non chiariti dalla Procura

Per la morte di otto dei nove detenuti nella rivolta di Modena è stata chiesta l’archiviazione, ma i legali di Hafedh Chouchane si sono opposti
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Come già riportato da diversi giornali, ai primi di marzo la Procura di Modena ha chiesto l’archiviazione per la morte di otto dei nove detenuti che hanno perso la vita l’anno scorso durante la rivolta di Modena dentro la casa circondariale di Sant’Anna. «A seguito degli accertamenti medico legali e chimico tossicologici l’individuazione delle cause del decesso conduce per tutti alle complicazioni respiratorie causate dall’assunzione massiccia di metadone e altri farmaci. Viene esclusa per tutti l’incidenza concausale di altri fattori di carattere violento», così in sostanza la procura ha liquidato la questione. In realtà, nessuno ha messo in discussione la causa della morte. Senza dubbio è overdose di metadone e altre sostanze. Ma da sola non basta, anche perché, sia pure prendendo atto che la Polizia penitenziaria si è trovata ad affrontare era complicata e delicata, si tratta di una rivolta all’interno di un carcere: un evento prevedibile e, nei limiti del possibile, evitabile.

Ad Hafedh Chouchane mancavano poche settimane per la fine della pena

Ad esempio c’è stata una pronta opposizione alla richiesta di archiviazione per il caso di Hafedh Chouchane. La sua vicenda è stata resa pubblica da Il Dubbio appena qualche giorno dopo i decessi a seguito delle rivolte. Una storia amara, visto che al ragazzo mancavano solo due settimane per finire di scontare la pena. Ma non ha fatto in tempo. Contestualizziamo. L’impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Ogni giorno su tv, radio, giornali, si chiedeva di mantenere il distanziamento sociale e di evitare assembramenti: due cose inconciliabili nelle nostre carceri. Queste preoccupazioni e la chiusura dei colloqui, hanno portato poi a far esplodere gli animi e alle proteste che ad inizio marzo del 2020 hanno interessato decine di istituti in tutto il Paese.

Quattordici morti tra Modena e Rieti

Durante quelle proteste quattordici detenuti morirono nelle carceri di Modena e Rieti. Nove solo nella rivolta di Modena. Tranne il caso di Salvatore Piscitelli, per tutti gli altri è stata chiesta l’archiviazione. Tra di loro c’è, appunto, il tunisino Chouchane.Ma quali aspetti sono stati poco considerati dalla Procura relativamente al caso del ragazzo tunisino, ma che si possono estendere anche nei confronti di tutti gli altri? La richiesta di archiviazione a cui perviene la Procura appare censurabile sia riguardo alle questioni processuali, sia per ciò che attiene alle questioni di merito. Punto primo. Il carcere, come altre strutture pubbliche richiede l’adozione di tutte le misure idonee a evitare qualsiasi tipo di danno o pericolo. Esiste una posizione di garanzia in capo a chi gestisce tali strutture, su cui grava l’obbligo di protezione del diritto alla salute, ancor di più in un luogo come il carcere a forte rischio di situazione di pericolo e la sicurezza.La situazione del carcere di Modena era di sovraffollamento carcerario particolarmente grave, con una percentuale pari al 147%. Era prevedibile uno sviluppo così violento, quello della rivolta, in presenza di parametri fortemente lontani da quelli ordinari? Proprio la posizione di garanzia richiesta a tutto il personale presente in Istituto impone che negli istituti penitenziari i medicinali (quali il metadone) siano messi al sicuro e contenuti all’interno di casseforti o armadi blindati. Si ha quindi il dovere di non lasciare incustodito questo tipo di sostanza poiché l’uso scorretto può portare ad una overdose. È stato fatto tutto ciò?

L’armadio blindato che conteneva il metadone era stato chiuso?

L’amministrazione penitenziaria, come suo dovere, ha vigilato affinché il detenuto non compia determinati atti che, soprattutto se tossicodipendente, sono prevedibili in situazioni di rivolta? Il metadone si trovava all’interno di un armadio blindato, trovato aperto e non scassinato, di cui manca la prova che fosse stato chiuso a chiave quella mattina e la cui chiave si trovava, comunque, all’interno di una presunta cassetta di sicurezza. Tra l’altro alla facile portata dei detenuti che in pochi minuti ne sono entrati in possesso.

Vi sono poi delle discrepanze temporali tra i racconti delle infermiere presenti durante la rivolta di Modena, che davano contezza della chiusura dell’armadio contenente il metadone fino alle 16 circa, e l’intervento del 118, che già dalle 14 e 30 operava su soggetti in preda ad overdose. Inoltre, come già emerge dalla lettura della richiesta di archiviazione, le due infermiere non hanno mai dichiarato di aver, una volta iniziata la fase concitata della rivolta, messo a riparo il metadone – sul quale stavano lavorando – nell’armadio blindato e chiuso a chiave. Non dicono di averlo fatto durante la fase concitata e nemmeno quando sono uscite pacificamente scortate dai detenuti: danno una descrizione precisa di ogni singolo avvenimento e stato d’animo di quei momenti, ma mai dicono di aver chiuso a chiave l’armadio blindato.

Incongruenze tra le dichiarazioni dei detenuti e quelle degli agenti

Altre criticità emergono dalla lettura delle ultime ore di vita di Chouchane, durante la rivolta di Modena. Anche in questo caso, questi elementi si desumono già dalla lettura della richiesta di archiviazione.Infatti dal confronto tra le sit. dei detenuti, nonostante molti incomprensibilmente non siano stati sentiti (seppur identificati), e le dichiarazioni degli agenti emergono diverse incongruenze, anche molto evidenti, sul luogo, le modalità e l’orario in cui è stato portato il detenuto agli agenti affinché ricevesse le cure del caso. Il comandante Pellegrino, in una prima versione dichiara che il corpo di Hafedh è stato portato al passo carraio alle ore 19.30 da detenuti rimasti non identificati e di averlo poi immediatamente sottoposto alle cure mediche: in realtà, risulta dagli atti che solo alle 20 e 20 il medico del 118 lo hanno soccorso e constatato il decesso. Dunque 50 minuti dopo, seppure la distanza tra il passo carraio interno e l’esterno è di poche decine di metri. In una seconda versione, del 19 marzo, lo stesso Comandante dice che il corpo di Hafedh è stato portato all’attenzione degli agenti penitenziari nel piano terra (dunque all’interno del carcere), nei pressi del sottoscala dell’ingresso 88. Dunque in un posto differente. Il detenuto citato nella richiesta di archiviazione dice invece di averlo portato, insieme ad altri detenuti non sentiti ma identificati, alla rotonda del carcere.

Gli orari dei soccorsi al ragazzo tunisino non coincidono

Quindi sempre all’interno del carcere e in un orario che dalle sue dichiarazioni si ricostruisce intorno alle ore 14.30. Gli orari non tornano: parliamo di cinque ore prima delle 19.30 indicate nella prima versione del Comandante e sei ore prima il soccorso del 118. Qual è la versione giusta? Differenze di alcune ore che hanno giocato un ruolo di primo ordine nella morte dello stesso. Infatti, come evidenziato dalla dottoressa Del Borrello nella sua perizia di parte, un intervento maggiormente tempestivo avrebbe potuto salvare la vita al soggetto. Tutto questo non viene affrontato dalla Procura nella richiesta di archiviazione. Eppure sono elementi da approfondire, bisogna dipanare tutte le evidenti contraddizioni. Due sono i temi da affrontare.Il primo tema è la mancata custodia dei detenuti, soprattutto quei soggetti vulnerabili come i tossicodipendenti che sono riusciti ad accedere con facilità al metadone. Il secondo tema è la contraddizione sugli orari e il luogo dove è stato portato il corpo del tunisino in stato comatoso. Senza approfondire ulteriormente le indagini, non si potrà mai chiarire davvero cosa sia successo in quei giorni nel carcere durante la rivolta di Modena.

Ultime News

Articoli Correlati