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I morti all’ora del te: perché ci siamo assuefatti?

Nel turbine della pandemia non abbiamo solo smarrito i sentimenti e il rapporto con l'Altro, ma sono scomparsi anche i perché, le domande fondamentali che ci permettono di affrontare e vincere le nostre paure
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L’assuefazione all’informazione è una malattia grave della nostra civiltà. Un bombardamento quotidiano, un assordante rumore di fondo fatto di numeri; 300 e più vittime al giorno, tutti i giorni ormai da più di un anno. La domanda lecita da farsi è, cosa provoca in noi tutto questo rumore.

In medicina, si parla di assuefazione quando la somministrazione continua di un farmaco ne diminuisce o addirittura ne annulla l’efficacia. Allora vediamo cosa accade, quali devastazioni avvengono nelle nostre menti, oltre che nei nostri corpi, in questo tragico periodo pandemico che colpisce l’intero globo terrestre.

Quando vennero annunciati i primi morti a Vo’ Euganeo, tutti fummo colti da stupore per quello che stava accadendo. Ma conoscevamo anche i loro nomi e le loro vite. Si stabiliva una sorta di rapporto empatico, vale a dire ci si dispiaceva per la morte della vittima e per i suoi familiari.

Esisteva l’Altro da noi.E nonostante il duro confinamento di un anno fa, la reazione della gente era non solo di accettazione per quell’isolamento, ma c’era anche ottimismo. Si pensava: “ce la caveremo e non permetteremo altre morti”.

Il senso del vivere sociale, di comunità, di solidarietà si è mostrato tra noi allora con un inaspettato vigore. Ci si affacciava alle finestre, si parlava con il dirimpettaio di casa nostra, con cui non si era mai scambiata prima di allora nemmeno una parola. Si tenevano concerti nei cortili. Poi tutto è cambiato. E dimenticato.

Poi è iniziato quel rumore di fondo divenuto ormai assordante di 300 morti in media. All’appuntamento delle 18.00 di ogni giorno  con la Protezione Civile eravamo tutti lì a sentire davanti alla tv, come se avesse preso il posto del rito del tè. Ma nessuno ha mai più tentato di capire chi fossero quelle persone – perché erano persone – e perché tutto questo accadesse.

Solo qualche giorno fa sul fatto di avere raggiunto la cifra di 100mila vittime, i media si sono soffermati con retorica e apparente dolore sulla morte di tutte quelle vittime, paragonando quella cifra al numero di vittime che si raggiunge in una guerra.  Un modo per diffondere paranoia e paura pura e semplice.

Ma torniamo appunto all’assuefazione alle notizie che ci vengono propinate, che annulla e congela lo stupore. Non ci si stupisce più. Diciamo pure che ci abbiamo fatto – come volgarmente si dice – “il callo”. Ma “il callo” impedisce alla pelle sottostante di ferirsi.

Il “callo” alle notizie impedisce alle emozioni di fluire, al dolore e all’orrore di manifestarsi. Siamo diventati come dice il filosofo Byung-Chul Han: “La società senza dolore”.  Resta solo lo spavento, la paura e la paranoia che possa accadere anche a noi, che non siamo stati ancora colpiti dal virus. Ma lo spavento e la paura creano intanto maggiore isolamento, si pensa a sé e ai propri cari, ma non ci sono più gli Altri, si entra in “una sorta di isteria della sopravvivenza”.

Questa assenza di emozioni ci fa diventare esseri primitivi, non riusciamo più ad essere solidali con gli Altri, l’empatia si dissolve, pensiamo solo a quali strategie adottare per salvare la pelle. Limitiamo i nostri affetti per sopravvivere. Perché temiamo di essere untori o di essere unti.

La paura è l’unica emozione che ci attanaglia. Quel senso di comunità e di solidarietà provato e vissuto i primi tempi è scomparso. Il gruppo familiare è scomparso. Si sono liquefatti i ruoli e i riti che si svolgono all’interno del nucleo familiare e sociale.

Non si è più genitori, non si è più figli, non si è più nonni, non si è più nipoti, e così via. Il rituale dell’accudimento, il potersi toccare, carezzare, baciare è caduto in disuso per la paura di non riuscire ad assicurarci la sopravvivenza.

Ci si vede su Skype. Per fortuna mi viene da dire, altrimenti ci potremmo dimenticare anche di avere dei rapporti affettivi. Si parla di Dad, ahimè e giustamente, si parla di smart working, ma di quello che ognuno sta perdendo è  dato per scontato, non c’è nessun tipo di elaborazione.

La nostra mente non è più in grado di elaborare il lutto per tutto quello che si va perdendo, che si tratti di un proprio caro, di un amico, o di un’emozione. Però poi ci stupiamo che le persone si assembrino, pensiamo che siano dei menefreghisti, degli irresponsabili che non rispettano gli altri mettendo tutti in pericolo.

Ma forse non è così.

Forse cercano solo di fuggire da quel rumore assordante di notizie e di morte. Forse manifestano così la paura per quello che può accadere loro. Forse arrivano a negare l’evidenza brutale di quell’estraneo che è il virus mortale, senza nemmeno essere dei no-vax.

Ora c’è anche timore per quell’altro estraneo iniettato che è il vaccino. Solo paura, paura e paranoia. Forse anche le risse tra i giovani è un modo di sentirsi vivi e immortali, tanto più che ora vengono indicati come i principali untori delle varianti del virus.

In questo congelamento dei sentimenti, delle emozioni, del dolore, come dice il filosofo coreano Byung-Chul Han, sono scomparsi anche i perché. I perché sono fondamentali per cercare di trovare delle soluzioni a ciò che ci accade, nel momento in cui si prova  dolore.  Perché tanti morti? Perché il virus è brutto e cattivo?  O meglio, perchè il virus fa così tanto il cattivo? Da dove nasce? E perché si è sviluppato proprio ora? Perché in Lombardia ci sono così tante vittime? Cosa consente al virus di fare così tanto il cattivo?

Qualcuno ci dice che è la natura che si ribella alle angherie che l’uomo gli infligge. Bene! Allora come pensiamo di porci rimedio?  Quali azioni incisive si pensa di mettere in campo? Ma oltre alla natura che si ribella, vogliamo chiederci perché si arriva a morire con tanta facilita? Forse dobbiamo cominciare col porci una domanda semplice semplice. Perchè la medicina di base, che una volta si chiamava “di famiglia”, non funziona?

Non sarà forse perché proprio “di famiglia” non lo è più? Visto che i medici di base – come si chiamano ora – possono avere 2000 e più pazienti? Una volta il “medico di famiglia” era colui che conosceva a fondo – uno per uno – i propri pazienti, era per l’appunto “di famiglia “. Ora, mi chiedo, come fanno i medici di base, con quei numeri, a conoscere a fondo i loro pazienti?

Come fanno a seguirli? Allora, con molte probabilità vengono sottovalutati i primi sintomi dei loro numerosi pazienti, e quando questi arrivano in pronto soccorso è già troppo tardi. C’è da aggiungere che, incredibilmente, non esistono “linee guida” sulle terapie che i medici di base debbono seguire ai primi sintomi sospetti, quando il virus potrebbe essere arrivato.

Non sarebbe invece fondamentale fornire ai medici di base gli strumenti terapeutici giusti ed efficaci?

Eppoi, vogliamo chiederci perché la ricerca ha puntato soprattutto, se non esclusivamente, sui vaccini e non sulle terapie? Quale spiegazione viene data? Nessuna. Ma volendo allargare il discorso, non li sentite quegli altri rumori ovattati che il Covid ha relegato sullo sfondo?

Il frastuono sui morti annegati nei nostri mari? Persone che cercano scampo dalla fame, dalla povertà e dalla guerra. Se ne parla tanto, ma sembra solo un blabla di aiutiamoli a casa loro e di creiamo passaggi sicuri. Da anni si sentono dire queste cose ma che si è fatto di concreto?

E vogliamo parlare delle donne? Che continuano ad essere uccise quotidianamente, nell’assordante rumore dell’indifferenza generale? Perchè ormai una cosa è certa: per scandalizzare, per indignare, per avere un po’ più di spazio su giornali e tv, la notizia dell’ennesima donna uccisa deve essere connotata da un qualche particolare insolito e agghiacciante.

Come il caso di quella poveretta uccisa dall’ex marito, che stanca di fare la spola tra commissariati e caserme a denunciare le violenze e le minacce di morte che riceveva da lui, vedendo che la sua drammatica realtà non cambiava di un millimetro, si era pagato in anticipo il suo funerale organizzandolo nei minimi dettagli.

Sapeva come sarebbe andata a finire.  E’ ora di dire basta, di sottrarsi alla cacofonia assordante di quello snocciolare di dati e di notizie. E’ arrivato il momento di riappropriarci del sentimento del dolore, che è proprio di noi umani.  Torniamo ad essere solidali l’uno con l’Altro, torniamo a pensare alla sopravvivenza di tutti, non solo alla nostra. Smettiamo di essere gli Ologrammi di noi stessi.

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