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Avvocati nei Consigli giudiziari? Il Csm apre “purché restino muti”…

La curiosa posizione di Palazzo dei Marescialli nel parere sulla riforma targata Bonafede. Che istituiva il diritto di tribuna, nei “mini Csm”, per i “laici”. Oggi il plenum voterà un documento che chiede di vietare interventi ad avvocati e professori
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Si prevedono scintille oggi al Consiglio superiore della magistratura durante la votazione del parere sulla riforma dell’ordinamento giudiziario e dello stesso Csm. Fra i temi più dibattuti, certamente, è prevedibile che rientri la partecipazione degli avvocati (e il loro ruolo) nei Consigli giudiziari.

La decisione delle toghe del distretto di Bari di “espellere” nelle scorse settimane gli avvocati dal locale Consiglio giudiziario, quando si discute di promozioni e carriere dei magistrati, aveva fatto tornare l’argomento d’attualità. La riforma voluta dall’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, attualmente in discussione in Parlamento, ha cercato timidamente di mettere alcuni punti fermi. Ma andiamo con ordine. I Consigli giudiziari – disciplinati dal d.lgs. n. 25 del 2006 – sono organi “ausiliari” del Csm chiamati, su numerose materie e provvedimenti di competenza di quest’ultimo, a esprimere pareri motivati (non vincolanti). Essendo costituiti presso ciascun distretto di Corte d’appello, i Consigli giudiziari hanno una conoscenza diretta del singolo magistrato o dell’ufficio interessato dalla decisione del Csm. Gli ambiti su cui vengono espressi i pareri sono molteplici. Ad esempio, le “tabelle” di composizione degli uffici (cioè i criteri di assegnazione dei magistrati alle sezioni e dei procedimenti ai singoli magistrati), le valutazioni di professionalità dei magistrati, le incompatibilità dei magistrati, gli incarichi extragiudiziari, le attitudini al conferimento di incarichi direttivi o semidirettivi.

I Consigli giudiziari vigilano, poi, sul corretto funzionamento degli uffici del distretto, segnalando eventuali disfunzioni al Csm e al ministro della Giustizia. Il numero dei loro componenti, che restano in carica quattro anni, varia in funzione del numero complessivo di magistrati in servizio nel distretto. La composizione è mista e richiama quella del Csm. Vi fanno parte, come membri di diritto, il presidente e il procuratore generale della Corte d’appello, magistrati con funzioni giudicanti e requirenti in servizio nel distretto ed eletti da tutti i colleghi del distretto stesso, uno o più professori universitari in materie giuridiche nominati dal Consiglio universitario nazionale su indicazione delle facoltà di Giurisprudenza del territorio di competenza del Consiglio giudiziario, due o più avvocati, con almeno dieci anni di iscrizione all’albo, nominati dal Consiglio nazionale forense su indicazione dei Consigli dell’Ordine degli avvocati del distretto. Il ruolo dei non “togati” è, a legislazione vigente, meno paritario di quanto avvenga nel Csm: essi hanno diritto di partecipare esclusivamente alle decisioni relative alle tabelle di composizione degli uffici e alle funzioni di vigilanza.La riforma voluta da Bonafede consente loro di “partecipare alle discussioni e assistere alle deliberazioni” relative alla formulazione dei pareri per la valutazione di professionalità dei magistrati.

Resta, comunque, sempre esclusa la possibilità di concorrere alla decisione. In pratica ai componenti “laici” si vedrà riconosciuto un diritto di tribuna “allo scopo di accrescere la trasparenza dei procedimenti di valutazione”. Non una grande novità. Attualmente, infatti, alcuni Consigli giudiziari, nei propri regolamenti, prevedono già possibilità per i componenti laici di assistere, senza diritto di voto, alle sedute riservate alle valutazioni di professionalità delle toghe. L’apertura, come detto timidissima, non è stata ben accolta dai magistrati che hanno sottolineato la preminente esigenza di segretezza rispetto alla gran parte delle pratiche di competenza del Consiglio giudiziario.

Il testo in esame, poi, sarebbe carente sotto vari aspetti. Per le toghe, il difensore che è parte processuale in un giudizio trattato dal magistrato in valutazione dovrebbe essere obbligato all’astensione poiché, anche in assenza del diritto di voto, una partecipazione alla discussione darebbe luogo a incompatibilità. Da escludersi ogni allargamento del perimetro della partecipazione degli avvocati alla discussione sulle valutazioni di professionalità, consentendo loro di introdurre informazioni ulteriori rispetto al materiale istruttorio in possesso del Consiglio giudiziario.Un’estensione del ruolo degli avvocati era stata ventilata da parte dell’allora presidente della Cassazione Giovanni Canzio. “Risulterebbe in tal modo assicurata una più apprezzabile razionalità dell’istituzione e una più solida efficacia del suo operato, funzionale al buon andamento e alla credibilità dell’organizzazione giudiziaria”, aveva detto Canzio.

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