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«Un pregiudizio devastante ha ridotto il politico a sinonimo di criminale»

Violante
Intervista all’ex presidente della Camera Luciano Violante: inevitabile la sentenza della Consulta sulla legge Severino, ma il tic anticasta va rimosso
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La legge Severino non contrasta con l’articolo 3 del protocollo addizionale alla Cedu sulla tutela del diritto di voto attivo e passivo, come interpretato dalla Corte di Strasburgo. Non è dunque illegittima, secondo la Corte costituzionale, la sospensione automatica dalla carica per chi sia stato condannato in via non definitiva per reati di particolare gravità o commessi contro la pubblica amministrazione. Una decisione, quella presa ieri dalla Consulta, che complica la vita degli amministratori pubblici. Ma il problema più grande, per l’ex presidente della Camera Luciano Violante, è un altro: «I partiti hanno ormai demandato alla magistratura il compito di stabilire il proprio codice etico». Il tutto in un clima di costante criminalizzazione di chiunque eserciti una funzione pubblica.

Presidente, la legge Severino dunque non è in contrasto con la Convenzione Edu?

No, perché la convenzione lascia liberi gli Stati di stabilire se fissare una volta per tutte, in astratto, gli effetti di questo tipo di condanne o lasciarli alla discrezione dei giudici. La legge Severino fa una valutazione in astratto uguale per tutti, senza lasciare al giudice la scelta, caso per caso. La sentenza, da questo punto di vista, è ineccepibile.

Come valuta questa norma?

Ho sempre avuto qualche perplessità, ma non per la legge in sé, ma per la delega sull’onestà che i partiti hanno affidato alla magistratura. Il giudizio sulla moralità di una personalità politica dovrebbe essere pronunciato sulla base di canoni etici non del canone penale. e il livello di reputazione dei propri componenti. Credo sia il segno di una difficoltà ad avere un codice etico autonomo. E così la società diventa una comunità penalmente orientata.

La sospensione vale anche con una condanna non definitiva, in questo modo viene meno il principio di non colpevolezza.

Certamente, un domani la condanna potrebbe essere rivista. Ma oggi quella persona gode di una reputazione ridotta rispetto alle funzioni che deve svolgere. Perché la politica non si dà regole chiare e oneste per distinguere ciò che immorale da ciò che é penale? Il tema va oltre questa vicenda e naturalmente non ha nulla a che fare con la rivendicazione di impunità per i politici.

La legge Severino si applica, naturalmente, anche a reati come l’abuso d’ufficio. Sul punto c’è stata una grande mobilitazione, con la richiesta di abolire la norma, che spazza via esperienze amministrative anche coraggiose, creando, dall’altro lato, una forma di inerzia per via della cosiddetta “paura della firma”.

Sa, gli amministratori si dividono in due categorie: quelli che hanno avuto una comunicazione per abuso d’atti d’ufficio e quelli che l’avranno. Perché non si sfugge.

Chiunque faccia l’amministratore, dunque, anche il più virtuoso, prima o poi avrà problemi?

La norma è ancora  vaga, e la lotta politica spesso si riduce ridotta ai minimi termini dal punto di vista della dignità; così  la denuncia penale finisce per prendere il posto della critica politica.

Così, alla fine, chi rimarrà ad amministrare o a volerci provare?

Questo è uno dei punti più delicati: oggi la confusione di leggi è enorme, il sospetto nei confronti di chiunque amministri è altrettanto ampio, il concorso tra procure della Corte dei conti e procure della Repubblica è rilevante. I mezzi di comunicazione, poi, esaltano l’avvio dei processi, con danni gravi per la reputazione delle persone, anche se poi la notizia dell’assoluzione non è mai una notizia.

Questa pronuncia della Consulta complica ulteriormente le cose per gli amministratori pubblici?

Sicuramente. Per questo occorre attenzione e prudenza per gli effetti diretti e indiretti delle condanne. Non conosco la questione affrontata nello specifico dalla Consulta, ma tutta la vicenda dei fondi dei Gruppi è assai complicata. Andrebbe vista con una maggiore conoscenza delle dinamiche proprie di un gruppo politico. Una cosa è comprare, ad esempio, dei capi d’abbigliamento; ma c’è stato un caso, in una città italiana, in cui i fiori comprati per il matrimonio di una dipendente del gruppo sono stati considerati peculato.

Gli effetti della Severino sono però automatici. In questo modo non si configura un’aggressione alla democrazia?

Le norme incriminatrici devono essere chiare e precise. Anche la professoressa Severino, uno dei maggiori penalisti italiani,  è molto critica sull’abuso d’ufficio, ma è il Parlamento che ha deciso. E ricordo che la riforma di quella figura di reato rientrava tra i progetti del Governo Conte 2.

Si sta aprendo una stagione di discussione su queste norme, che molti etichettano come giustizialiste. I tempi sono maturi?

Non è tanto una questione di giustizialismo, il punto è la denigrazione di chi svolge funzioni pubbliche. È qualcosa di più profondo: c’è una critica pregiudiziale nei confronti di chiunque eserciti funzioni pubbliche; c’è il sospetto diffuso  che si abbia a che fare con un criminale. Siamo al di là del giustizialismo, siamo in una società divisa fra i buoni, che siamo noi, e i cattivi, che sono tutti gli altri.

È un fattore culturale che la politica ha cavalcato, a partire dal M5S, salvo poi scoprire sulla propria pelle che una denuncia per abuso d’ufficio è un rischio che corrono tutti.

Non tutta, ma ci sono settori della politica sostengono questo tipo di crociate. E i 5 stelle devono uscire dall’età dell’innocenza, nella quale i peccati sono solo quelli degli altri.: ormai sono sufficientemente adulti per cominciare a tener conto dei propri peccati

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