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Lucio Magri: le sue idee come perle in un sacchetto

Nel libro di Simone Oggionni il tentativo di ricostruire la complessità di un uomo, di un pensiero e di un’opera il cui valore deve ancora raggiungere la popolarità che merita
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Ad aver ideato e cucito per bene il sacchetto è stato Simone Oggionni ed è questo il suo merito principale, anche perché il libro che ha scritto – Lucio Magri. Non post-comunista ma neocomunista, Edizioni Efesto, pag. 358, € 15,00 – e che da pochi giorni è disponibile nelle librerie, non è un semplice contenitore di notizie e di fatti, è qualcosa di più e di meglio. È il tentativo di ricostruire la complessità di un uomo, di un pensiero e di un’opera il cui valore deve ancora raggiungere la popolarità che merita. A dieci anni dalla scomparsa di Lucio Magri, non c’era modo migliore per ricordarlo. Anche perché a farlo è un giovane intellettuale, poco più che trentenne, non nuovo ad operazioni culturali e politiche coraggiose. Lo dico con cognizione di fatto perché ad alcune di esse ho avuto il piacere di partecipare, come mi è capitato quando scrissi con lui, qualche anno fa, un mini-dizionario politico sui generis intitolato Le Parole Rubate (Mimesis).

Nonostante la sua giovane età, Oggionni ha avuto la fortuna di incrociare e conoscere Lucio Magri che annovera – parole sue – fra i “giganti spesso sconfitti, fuori sincrono rispetto al presente, ma che sono stati per noi antidoto alle degenerazioni, critica incarnata e credibile a una dimensione della politica privata del rapporto con il tempo e con lo spazio e che per questo ci hanno spalancato la coscienza e il cuore ‘verso un futuro lontano e una storia gigantesca’ “. Con la sottolineatura (ultimo virgolettato) del legame fra futuro e storia si concluse la relazione che Magri tenne a un seminario di formazione, presso la Scuola di Pace di Montesole, di fronte a un pubblico di giovani militanti di Rifondazione comunista, nel giugno 2010 a Marzabotto. In quel frangente, Oggionni ebbe occasione di confrontarsi a lungo con Lucio Magri che regalò a lui e a tutti i partecipanti al seminario, un magnifico saggio del suo rigore e della sua cultura politica. Si tratta di una relazione riportata nel testo di cui ci stiamo occupando e che – a dire dell’autore e giustamente – ne rappresenta “l’anima”.
Fra i molti meriti di Oggionni c’è quello di aver azzeccato in pieno il sottotitolo: Non postcomunista ma neocomunista. Non solo un atto di rispetto per una storia – quella del Comunismo – che per Magri non è mai finita, ma il riconoscimento di uno dei tratti principali del carattere del grande intellettuale militante, artefice di una ricerca che continuamente si alimentava dell’esperienza e dello studio del passato. Esattamente il contrario di ciò che succede nell’epoca odierna, tutta divorata dalla smania di uno sterile nuovismo senza nerbo e senza futuro. Del resto, è proprio l’incubo attualissimo della pandemia che richiama e conferma quella del Comunismo come questione di attualità assoluta e insuperabile. Proprio come l’ha ritenuta Magri per tutta la vita, affrontandola con coraggio e radicalità nella sua opera più importante, un vero e proprio prezioso testamento intellettuale: Il Sarto di Ulm. Lettura cardinale per chi voglia conoscere questo lucidissimo pensatore, rispetto alla quale il libro di Oggionni rappresenta una agile ma rigorosa e piacevole introduzione. Oltre al piglio sicuro del ricercatore e alla ricchezza delle note, infatti, si ha il piacere di apprezzare lo scorrere di una lettura davvero avvincente.
Attraverso di essa, si conosce l’origine e la traiettoria della vita di Magri. La formazione cattolica nella Bergamo attraversata dai fermenti del Concilio Vaticano Secondo, l’iscrizione al PCI nel 1957, l’immersione fecondante negli scritti di Gramsci e nello studio di Palmiro Togliatti, Augusto Del Noce, Franco Rodano, Lukàcs, Scuola di Francoforte e in generale di tutti quegli autori che consolideranno in lui una visione del mondo profondamente marxista ma anche antidogmatica, anti-economicistica, libera dalle forzature di uno storicismo invadente, in una parola, umanistica e illuminista laddove si valorizzi il valore fondante che Magri dava all’onesta e al rigore della ricerca in sé, persino a prescindere dagli orizzonti morali della sua weltanshauung. Ci sarà poi l’avventura de il Manifesto, prima la rivista e poi il quotidiano. Il sodalizio con compagni di strada – Castellina, Rossanda, Pintor, Natoli, Parlato e altri ancora – che come sempre saranno per lui interlocutori obbligati di una riflessione vissuta sempre come collettiva.

Seguirà l’espulsione dal PCI nel ‘69, la partecipazione a pieno titolo alle vicende tempestose e feconde del post-’68, il successo del quotidiano, l’inaugurazione di un vero e proprio stile-Manifesto, non solo nel modo di ragionare ma addirittura nel modo di apparire. Tutti i componenti del gruppo erano, chi più chi meno, forniti di uno charme, di una allure che divennero una cifra distintiva. Per averne conferma ancora oggi, basta leggere la bella prefazione che Luciana Castellina non fa mancare a questo testo, il suo taglio antiretorico, sobrio ed elegante “per via di togliere” e non di aggiungere, persino nell’urgenza incombente ed emotiva del ricordo (altrettanto efficace e stilosa la postfazione di Famiano Crucianelli). E ancora, nel 1974 Magri fonda il Partito di Unità proletaria per il Comunismo. Alla ricerca sempre dell’ “unità possibile” a Sinistra, proprio nel momenti in cui cominciava a profilarsi la fine del Trentennio glorioso. Fino alla confluenza nel PCI del 1984 e all’adesione, nel 1991, a Rifondazione comunista nel momento della liquidazione del Partito a favore della nascita del PDS.
Ciò che si è semplicemente richiamato in queste righe è narrato con efficacia anti-pedante da Oggionni che alla narrazione dei fatti non fa mancare l’interludio di una riflessione interpretativa. In particolare mi pare siano quattro gli snodi principali sui quali egli richiama soprattutto l’attenzione. Le origini cattoliche e democristiane della parabola di Magri, un antefatto che non sarà mai archiviato, ritornando per sempre la questione cattolica come nodo gordiano inaggirabile rispetto a una possibile via italiana al Socialismo. Il suo riconoscimento della rivoluzione sovietica come spartiacque della storia di tutti i tempi, arricchita da un giudizio su Stalin e sullo stalinismo non banale, articolato e convincente. La polemica di Magri con Amendola sul Neocapitalismo al convegno dell’Istituto Gramsci nel ’63, circostanza in cui l’intellettuale mostra con straordinaria precocità la sua capacità anticipatrice, il suo sguardo lungo. La non adesione al Compromesso storico fondata sulla imprescindibile convinzione che il mondo cattolico non fosse che in parte minima riconducibile all’ontologia e alle dinamiche, pur complesse, della Dc. Fino al giudizio sulla Bolognina e alla scelta di entrare in Rifondazione.
Quelle richiamate sono solo alcune delle piste esplorate dal libro di Oggionni che, a loro volta, provano – riuscendoci brillantemente – a predisporre un lucida e agile introduzione al pensiero di Lucio Magri. Impresa riuscita – tra l’altro – rifuggendo da ogni possibile tentazione agiografica, bandendo i pettegolezzi e le informazioni non strettamente necessarie a raggiungere gli scopi ricercati. Come è del tutto evidente e risaputo, Lucio Magri non è stato uno studioso isolato, ricoperto dalla polvere dei sui libri. Ma un militante inquieto e infaticabile, un uomo pieno di fascino e di relazioni. La scelta della sobrietà, quindi, non era scontata. Appariva d’obbligo però, per uno studioso come Simone Oggionni, rigoroso e proiettato verso il futuro ma – come era Magri – attento ed educato alla lezione del passato.

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