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L’8 marzo e lo spazio bianco delle professioniste

Maria Masi, presidente facente funzioni del Cnf
Bianco come il vuoto ancora da colmare per garantire alle donne parità di diritti e trattamento economico. Una sfida a cui l'avvocatura non può rinunciare
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Quest’anno il colore simbolo di questa ricorrenza dovrebbe essere il bianco. Il bianco dell’assenza da colmare. Il bianco del vuoto da riempire. Il bianco del dolore da lenire. I tanti passi in avanti, nel lungo e complesso cammino di emancipazione per la conquista di quell’equilibrio che consente l’affermazione di un ruolo attivo nel cambiamento sociale e culturale, il riconoscimento del merito e dell’impegno nella dimensione familiare, sociale, lavorativa e professionale, subiscono regolarmente rallentamenti, inversioni di rotta e di destinazione.

Ad ogni indotta inibizione. Ad ogni provocata dimissione. Ad ogni intimato licenziamento. Ad ogni esclusivo onere di cura. Per ogni conto che non torna. Per ogni schiaffo subito. Per ogni parola di disprezzo ingoiata. Per ogni brutta fine.

Stiamo subendo una grave crisi determinata dalla pandemia, resa ancora più grave dal fatto che è una crisi che incide molto sui servizi e sul precariato e pertanto finisce con l’incidere molto di più sulle donne. I dati al riguardo sono spietati, gli indici riferiti all’occupazione sono assolutamente negativi per le donne: l’altra metà del nostro Paese. Un vulnus che non si può più tollerare né giustificare ma esige una strategia mirata a conquistare il diritto al lavoro, il diritto alla parità di trattamento economico, il diritto all’equilibrio nella sostenibilità degli oneri di cura. Anche solo quest’ultimo aspetto basterebbe a comprendere quanta distanza ci sia ancora da colmare. In questa distanza un grande spazio bianco è rappresentato dalla condizione delle professioniste che subiscono la doppia assenza di tutele come professioniste e come donne. Il vuoto determinato dalla mancata prospettiva d’insieme per una strategia comune crea un silenzio assordante. La precarietà confusa con l’autodeterminazione.

I dati dell’ultimo rapporto Censis sull’avvocatura, appena pubblicati, confermano l’equilibrio dei numeri tra avvocati e avvocate se riferiti all’iscrizione agli albi ma confermano ancora una volta anche la differenza dei numeri nel reddito. Una differenza destinata, con ogni probabilità, ad acuirsi per effetto del prolungato infinito lockdown di servizi di assistenza, sanitari, scolastici che finisce per gravare soprattutto sul genere femminile anche quando si tratta di professioniste.

I dati relativi alle iscrizioni non solo solo numeri ma sono progetti, ambizioni, aspettative che meritano di essere protetti e custoditi. Ogni cancellazione dall’albo che non sia frutto di scelta libera e incondizionata è un fallimento non dell’avvocata che rinuncia ma della società che perde una opportunità di tutela e chissà forse la migliore. L’avvocatura istituzionale non può non farsi carico di questa sfida e di una rinnovata resistenza. In questa direzione servono azioni, proposte di riforma, progetti con la consapevolezza che si può anzi si deve cambiare passo senza temere di smarrire l’identità del ruolo.

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